Il ricordo Emma Ciardi a Quinto
Come commemorare degnamente l’8 marzo? Senz’altro una delle modalità è quella di ricordare le figure femminili esemplificative e riproporle come modello. E’ necessario infatti ancora sottolineare come alcune donne sono riuscite ad incrinare quel soffitto di cristallo che ancora ci opprime.
Questo è il caso della pittrice veneziana Emma Ciardi (1879-1933), che la Biblioteca Comunale di Quinto, che ha una sala dedicata a lei, ha pensato di ricordare in un incontro affollatissimo che si è tenuto sabato pomeriggio 7 marzo, intitolato Coe ciacoe no se fa quadri, che riprende un’espressione che l’artista amava ripetere durante le sue sessioni di lavoro all’aperto, dove probabilmente le distrazioni erano più presenti e dove era necessario essere tempestivi nell’esecuzione perché il colore si sarebbe asciugato velocemente mentre cambiava la luce solare.
Gli esperti che hanno parlato di lei sono stati Myriam Zerbi, storica dell’arte e grande esperta della pittrice, ed Eugenio Manzato, storico dell’arte e già direttore dei Musei civici di Treviso.


Questo incontro è stato fortemente voluto da Cristina Veneziano, Vice sindaco ed Assessore alla Cultura, perché Emma Ciardi rappresenta un esempio di disciplina, autonomia, professionalità, in un contesto artistico che non offriva pari opportunità alle donne. Si prosegue così il percorso di valorizzazione della famiglia Ciardi, iniziato con le celebrazioni del 150 anniversario della nascita di Beppe Ciardi, fratello di Emma, dall’Amministrazione Comunale di Quinto.
Ricordiamo infatti che Emma nasce in una famiglia di pittori: è una figlia d’arte. Infatti è avviata in età giovanile alla pittura dal padre, Guglielmo Ciardi, protagonista con Favretto della Scuola veneziana del vero e dal 1894 titolare della cattedra di “Vedute di paese e di mare” all’Accademia delle Belle arti di Venezia. Ebbe perciò nella famiglia l’avvio precoce all’arte: un suo album di disegni sarebbe datato 1894.
Insieme al padre e al fratello Beppe Ciardi dipingono dal vero, come Guglielmo aveva imparato in Accademia quando, allievo di Domenico Bresolin, veniva portato dal maestro al cospetto della natura; ma lei ha anche inaugurato uno studio proprio accanto a quello paterno a S. Barnaba sulla fondamenta Alberti.

Emma Ciardi è una donna per il tempo in cui si trova a vivere, a cavallo tra ‘800 e ‘900, fuori dagli schemi. Vive il passaggio tra l’Ottocento e il Novecento in mezzo a rivoluzioni epocali che trasformeranno il mondo; sceglie di inserirsi nell’alveo della tradizione del vedutismo, che ha i suoi maestri nel Carlevarijs e in Canaletto, e lo fa con uno stile personale e inconfondibile.
Presenza costante alla Biennale, viaggia, conosce l’inglese e il francese, pur prediligendo parlare il veneziano che porta in giro per il mondo. Partecipa a tutte le più importanti rassegne d’arte nazionali (Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli)) e internazionali (Monaco di Baviera, Barcellona, Parigi, Buenos Aires, Pittsburg, San Francisco).
Tiene sue personali a Londra, Parigi, New York, Bruxelles e Chicago.
I più accreditati galleristi le offrono i loro spazi per mostrare le sue opere.
Collezionisti di tutta Europa e d’America comprano suoi quadri.
I giornali parlano di lei come “tra i pittori più interessanti e più personali, pittori e non pittrici perché la Ciardi è un artista tale da non aver bisogno di simile distinzione”.


Ma quale era il suo stile, che riscuoteva così tanto successo, da vendere tutti i suoi quadri nelle personali? Ricordiamo che ancora oggi le sue opere hanno delle quotazioni che possono raggiungere i 15000 euro. Ebbe straordinario successo per una sua originalissima produzione. Predilesse infatti un vedutismo e un generismo di gusto settecentesco: giardini e parchi (Boboli, Schönbrunn, Caserta, Versailles, Strà, Potsdam). Studiati dal vero, le suggerivano le scenografie di natura architettata, i contrasti fra le masse cupe degli alberi e i toni argentati dei viali o delle gradinate, il guizzo delle numerose figurine in costume, i cortei di berline e le portantine, che tanta celebrità dovevano darle presso il pubblico dei suo tempo.
Lei sceglie questo stile mentre Picasso dava inizio con il Cubismo, ad una vera e propria rivoluzione nel campo dell’arte, sovvertendo il modo tradizionale di vedere un quadro e creando un evidente shock nel pubblico; mentre il Futurismo lancia incendiari proclami sovvertitori della tradizione. Emma Ciardi s’inserisce nel grande filone della pittura veneziana vedutista.
Studia e ama Guardi e, come Canaletto fa con la camera ottica, fotografa i motivi che la colpiscono o dipinge en plein air, come gli Impressionisti in parchi e giardini di aristocratiche dimore per poi elaborare l’impressione in studio.
Nell’ultimo periodo della sua esistenza trova nuova ispirazione a Refrontolo, nella campagna trevigiana, dove compra una casa e si ritira nella quiete della campagna a dipingere. Qui, sopiti bisbigli e fruscii, idilli, danze e madrigali, vezzi e grazie (parole che tornano spesso nei titoli delle sue opere) è la natura che parla nei suoi quadri con grandiosa semplicità.
Allora la pittura di Emma piaceva senza turbare e ancora oggi piace il suo mestiere sapiente, la sua pennellata minuta, brulicante di tinte, veloce, quel suo riuscire a evocare con un minimo tocco di pennello una gondola, un ombrellino, la chitarra di un Pierrot, con tocco sempre sicuro, senza ritocchi. Infatti diceva: i quadri va in malora se i xe titignai. E il suo colore materico sa anche anticipare la pittura che la seguirà: astratta e corposa, come quella di Pollock e di Vedova.

Una donna avanti ,insomma, proiettata nel futuro.
Non sono in molte le donne che allora hanno potuto fare del loro talento una professione.
Emma è riuscita a farlo con spirito imprenditoriale, inedito per una donna del principio del Novecento, perché sposa il suo lavoro. Una vera star del tempo. Anche D’Annunzio passando per Venezia va a trovarla nel suo atelier dove, senza perdersi in ciacoe lavora. Pensa che un pittore debba esprimersi con i suoi pennelli e colori e non con le parole i quadri.
Donna di poche parole e di molto lavoro (come scriveva di lei nel 1909 sul Corriere della Sera Ugo Ojetti), ottiene nei primi tre decenni del Novecento riconoscimenti di pubblico e critica e premi nazionali ed internazionali. Ma al di là di questo ci interessa il suo atteggiamento di una donna vincente, senza dubbi, che sa scegliere il suo destino e che non si fa intimorire dalla mentalità del mondo in cui vive. La sua sicurezza fa la differenza. Forse anche noi, imitandola, dovremmo credere di più in noi stesse ed osare: andare oltre quel soffitto di cristallo che ci sembra ancor oggi invalicabile.
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