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Ucraina. Vaticano si offre come mediatore per favorire negoziato

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La Santa Sede si è offerta quale territorio neutro, chiedendo ai due Stati in guerra – Russia e Ucraina – di evitare il conflitto militare, fermare bombe e combattimenti, e aprire le trattative. Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha rilasciato un’intervista a quattro quotidiani italiani (Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa e Il Messaggero) di cui riproponiamo il testo.

• Eminenza, vede il rischio di un allargamento del conflitto in Europa o di una nuova guerra fredda con due blocchi contrapposti?
Non lo oso nemmeno pensare. Sarebbe una catastrofe di proporzioni gigantesche, anche se, purtroppo, non è un’eventualità da escludere del tutto. Ho visto che in alcune dichiarazioni di questi giorni sono stati evocati gli incidenti che hanno preceduto e provocato la Seconda Guerra Mondiale. Sono riferimenti che fanno rabbrividire. Bisogna evitare ogni escalation, fermare la guerra e trattare. Anche l’eventuale ritorno a una nuova guerra fredda con due blocchi contrapposti è uno scenario inquietante. Va al contrario di quella cultura della fraternità che Papa Francesco propone come unico cammino per costruire un mondo giusto, solidale e pacifico.

• La Santa Sede è disponibile a negoziare?
Nonostante sia avvenuto quanto temevamo e speravamo non accadesse, sono convinto che ci sia ancora e sempre spazio per il negoziato. Non è mai troppo tardi: perché l’unico modo ragionevole e costruttivo per appianare le divergenze è il dialogo, come Papa Francesco non si stanca di ripetere. La Santa Sede, che in questi anni ha seguito costantemente, discretamente e con grande attenzione le vicende dell’Ucraina, offrendo la sua disponibilità a facilitare il dialogo con la Russia, è sempre pronta ad aiutare le parti a riprendere tale via. Rinnovo l’invito pressante che il Santo Padre ha fatto durante la sua visita all’Ambasciata russa presso la Santa Sede, a fermare i combattimenti e tornare al negoziato. Occorre interrompere subito l’attacco militare, delle cui tragiche conseguenze siamo tutti testimoni. Desidero ricordare le parole di Pio XII il 24 agosto 1939, pochi giorni prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale: «Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo».

• Papa Francesco ha detto quanto sia «triste» la guerra tra cristiani. Le chiese dei due Paesi possono avere un ruolo nel distendere gli animi, nonostante tutto?
Nella storia della Chiesa i particolarismi non sono mai mancati e hanno condotto a dolorose divisioni, come testimonia all’origine stesso del cristianesimo San Paolo, che esorta a superarli. Vediamo oggi segni incoraggianti negli appelli dei capi delle Chiese ortodosse, che manifestano disponibilità a lasciare da parte il ricordo delle ferite reciproche e a lavorare insieme per la pace. Concordano nell’esprimere grave preoccupazione per la situazione attuale e nell’affermare che i valori della pace e della vita umana sono quanto sta veramente loro a cuore. E che possono svolgere un ruolo fondamentale per evitare l’ulteriore aggravarsi della situazione. Il Papa ha parlato di «una saggezza che impedisca il prevalere degli interessi di parte” e “tuteli le legittime aspirazioni di ognuno».

• Questo però significherebbe riconoscere che esistono aspirazioni legittime da entrambe le parti. Come se ne esce?
Ancora una volta vediamo che occorrono la comunicazione e l’ascolto reciproci per conoscere a fondo e comprendere le ragioni altrui. Quando si smette di comunicare e di ascoltarsi sinceramente, si guarda all’altro con sospetto e si finisce per scambiarsi solo accuse reciproche. Gli sviluppi degli ultimi anni e, in particolare, degli ultimi mesi non hanno fatto altro che alimentare la sordità reciproca portando al conflitto aperto. Le aspirazioni di ogni Paese e la loro legittimità devono essere oggetto di una riflessione comune, in un contesto più ampio e, soprattutto, tenendo conto delle scelte dei cittadini stessi e nel rispetto del diritto internazionale. E la storia non manca di offrire esempi che confermano che ciò è possibile.

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