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Ucraina, l’UE sblocca un maxi prestito da 90 miliardi

2 minuti di lettura

Dopo una maratona negoziale conclusasi alle prime ore di venerdì, i leader dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo su un prestito da 90 miliardi di euro a favore dell’Ucraina, destinato a coprire gran parte delle esigenze finanziarie di Kyiv nei prossimi due anni. L’intesa rappresenta un segnale politico forte di sostegno, ma lascia irrisolta la questione più controversa: l’uso diretto dei beni russi congelati nell’UE come garanzia del finanziamento

Bruxelles. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha rivendicato il risultato parlando di un’Europa capace di mantenere gli impegni: il prestito sarà garantito dal bilancio dell’Unione, e l’Ucraina inizierà a rimborsarlo solo quando la Russia avrà pagato eventuali riparazioni di guerra. Bruxelles, ha precisato Costa, “si riserva il diritto di utilizzare in futuro gli asset russi immobilizzati per coprire il rimborso”.

Una formula di compromesso, che evita per ora lo scontro frontale sul destino dei circa 210 miliardi di euro di fondi russi congelati nei Paesi europei, l’88% dei quali è custodito in Belgio. Proprio Bruxelles ha frenato l’ipotesi di un utilizzo immediato di questi asset, chiedendo garanzie illimitate dagli altri Stati membri nel caso di contenziosi legali con Mosca. Un rischio tutt’altro che teorico, visto che la banca centrale russa ha già avviato azioni legali contro Euroclear, il principale depositario dei fondi, mentre i suoi dirigenti sono stati bersaglio di pressioni e intimidazioni.

Il premier belga Bart De Wever non ha nascosto le sue perplessità, definendo il piano basato sulle riparazioni russe fragile e pieno di incognite giuridiche. Di segno opposto la posizione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha letto l’accordo come un messaggio diretto al Cremlino: la guerra, ha detto, “non pagherà”, e se Mosca non verserà riparazioni, l’UE potrà ricorrere agli asset immobilizzati nel rispetto del diritto internazionale.

L’intesa è stata resa possibile anche da un delicato equilibrio politico interno. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno accettato l’uso del bilancio europeo a condizione di non contribuire alle garanzie del prestito. Una clausola inserita nel testo finale ha chiarito che l’operazione non avrà impatti sui loro obblighi finanziari, aprendo così la strada all’unanimità necessaria.

Da Kyiv il presidente Volodymyr Zelenskyy ha accolto l’accordo come un sostegno “significativo” alla resilienza del Paese, sottolineando l’importanza di mantenere congelati gli asset russi e di garantire all’Ucraina una sicurezza finanziaria per gli anni a venire. In precedenza, aveva avvertito i leader europei del rischio concreto di esaurire le risorse per la produzione di droni, ormai elemento chiave della difesa ucraina.

Non sono mancate reazioni da Mosca. Il negoziatore economico del Cremlino, Kirill Dmitriev, ha salutato come una vittoria della “legge e del buon senso” il mancato utilizzo immediato dei fondi russi, definendo illegittimo qualsiasi tentativo di impiegarli per finanziare l’Ucraina.

Resta ora un nodo aperto sul piano internazionale. Bruxelles punta a coinvolgere alleati extra-UE – tra cui Regno Unito, Canada e Giappone – per raccogliere altri 45 miliardi di euro, necessari a coprire il fabbisogno complessivo stimato di 136 miliardi per il biennio 2026-2027. Ma non è chiaro se e come questi Paesi seguiranno l’esempio europeo.

Come ha sintetizzato la premier danese Mette Frederiksen, ottenere l’accordo dei 27 su un prestito di questa portata “non era affatto scontato”, in un contesto in cui le divisioni interne ed esterne all’Unione si fanno sempre più profonde. L’UE ha scelto di muoversi, anche a costo di rinviare lo scontro più delicato. Per l’Ucraina, almeno per ora, significa ossigeno finanziario.

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