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Tutto quello che resta di te

2 minuti di lettura

Un film sulla Palestina che ci fa capire le radici di questo conflitto

Nelle rassegne estive dei cinema si può avere l’opportunità di vedere qualche anteprima della prossima stagione cinematografica.

Questa volta il Cinema Edera, sempre impegnato a proporre ai suoi spettatori i film impegnati a sensibilizzarli sulle varie criticità e problematiche del mondo in cui viviamo, ha proposto il film

”Tutto quello che mi resta di te”.

Il film inizia nel 1988 , al tempo della  Prima Intifada. Noor, un adolescente, viene colpito da un proiettile sparato dagli israeliani, mentre protesta insieme ad un gruppo di palestinesi. 

Molti anni dopo la madre, ormai anziana, si rivolge ad un interlocutore, di cui scopriremo l’identità solo molto più avanti, sentendo la necessità di raccontargli quanto accaduto alla famiglia nel passato. 

Subito dopo il racconto ci porta Jaffa nel 1948, quando il nonno di Noor, Sharif, viene arrestato perché attaccato alla propria terra dopo che gli inglesi hanno lasciato la regione.

E poi si arriva al 1978, al campo dei rifugiati in Cisgiordania. Qui Salim, figlio di Sharif, viene umiliato da un soldato israeliano dinanzi al figlio Noor, del quale poi seguiremo le vicende che coinvolgeranno i genitori. 

Quindi una serie di balzi nel tempo che ci fanno capire come le radici del conflitto che stiamo ancora vedendo in questi giorni siano lontane e vadano ricercate al tempo del protettorato britannico, quando da un giorno all’altro, le persone, anche benestanti, coltivatori di agrumi esportati in tutto il mondo, si sono sentiti usurpatori in casa loro. Vessati, imprigionati, hanno vissuto la distanza dalle loro famiglie, portate in salvo appena in tempo. 

Dopo questo momento tragico, le persone hanno  cercato di ritrovare una dignità, un lavoro , un’abitazione, per quanto modesta.  Ma non è bastato ancora: le angherie dell’esercito israeliano, ragazzini in questo caso, umiliano  a tal punto il figlio del capostipite Sharif, Salim, davanti al figlio, che non reagisce per non mettere in pericolo la vita sua e soprattutto di famiglia, farà nascere un rancore tale nel figlio Noor, da farlo diventare un’attivista palestinese.

La situazione clinica, dopo che Noor è ferito gravemente, sarà così critica di dover chiedere aiuto agli ospedali israeliani; e il tempo perso per fare la documentazione sarà decisivo per l’aggravamento che lo porterà alla morte celebrale. A questo punto. Oltre il danno,la beffa. Gli addetti dell’ospedale  chiedono ai genitori di donare gli organi del figlio. Ma a chi ? A quegli israeliani che poi potrebbero diventare gli aguzzini del loro popolo , se non addirittura gli assassini?E qui la madre è dirimente. L’idea che qualcosa del figlio possa restare in vita, la fa scegliere per questa difficilissima opzione.

La regista palestinese-americana Cherien Dabis infonde complessità e umanità nelle storie che scrive, dirige ed interpreta. In questo caso il suo racconto è un film profondamente personale ed intimo, un dramma con momenti intensi e commoventi, che lascia spazio anche alla gioia e all’amore , rendendo un viaggio indimenticabile nella storia Palestinese.

Vedendo questo film vengono alla mente le parole pronunciate nel febbraio di quest’anno ad una radio ultraortodossa dal vicepresidente della Knesset (il parlamento israeliano): “Chi è innocente a Gaza? I civili sono usciti e hanno massacrato la gente a sangue freddo. Sono feccia, subumani, nessuno al mondo li vuole. I bambini e le donne vanno separati e gli adulti eliminati.” Sono parole che dovrebbero far rabbrividire chiunque si ritenga umano e, purtroppo, non si tratta di una fake news.

Questo film ci porta dalla parte dei ‘subumani’ e ce ne mostra la vita nel susseguirsi degli anni, mostrando come chi viene sottoposto a soprusi non venga messo nella condizione di poter sviluppare sentimenti di fratellanza ma possa conservare comunque un senso profondo di umanità. 

E’ un film quindi assolutamente da vedere per capire ancor più la complessità del conflitto e per ricercare l’empatia con queste persone, che hanno vissuto e vivono  dei drammi inenarrabili.

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