Alla vigilia dell’ennesima “riunione decisiva” sulla guerra in Ucraina, la diplomazia occidentale sembra più un condominio litigioso che una coalizione di Stati determinati a chiudere un conflitto. Donald Trump, nel ruolo di amministratore insofferente, sbatte metaforicamente la porta del vano scale: gli europei – dice – rischiano di “far perdere tempo” a Washington. Traduzione dal trumpese: se volete che partecipiamo, presentatevi con compiti fatti e un piano che mi convenga.
UCRAINA. Il presidente USA racconta di aver parlato con Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz “in termini piuttosto forti”. Il che, potrebbe voler dire qualsiasi cosa: da uno sbuffo irritato a una lezione improvvisata su come si negozia “da vincenti”. Di certo però l’impazienza cresce. Perché mentre l’Europa vorrebbe incontrarsi nel weekend “per andare avanti”, Trump manda a dire che prima vuole “sapere alcune cose”.
Nel mezzo, naturalmente, Volodymyr Zelenskyy. Che, come ormai accade ciclicamente quando la Casa Bianca decide di cambiare umore, deve mobilitare mezza Europa per ricordare agli Stati Uniti chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Giovedì sarà in videochiamata con i leader del “coalition of the willing”, armato di una nuova bozza di piano di pace da consegnare agli americani. “Questa settimana potrebbero arrivare novità”, scrive sui social. È il modo diplomatico di dire: se non ora, quando?
Ma la novità più velenosa è un’altra: Trump ha rimesso sul tavolo la questione elettorale ucraina. Con un’osservazione chirurgicamente calibrata per far male – “parlano di democrazia, ma non si vota da un pezzo” – il presidente USA ha acceso un tema che, a Kyiv, tutti consideravano tabù. E Zelenskyy, costretto nell’angolo, ha risposto di essere “pronto alle elezioni” entro 60-90 giorni, purché gli Stati Uniti garantiscano la sicurezza necessaria. Una mossa che suona molto come: se volete usarci per far propaganda, allora siate pronti a pagarne il prezzo.
Nel frattempo, la guerra vera continua lontano dai tavoli negoziali. A Pokrovsk e Myrnohrad si combatte strada per strada, con la Russia che usa – letteralmente – qualsiasi mezzo disponibile, dalle moto ai blindati, per avanzare. “È un inferno”, dice una fonte militare ucraina appena rientrata dal fronte. Parole che ricordano quanto sia surreale il contrasto tra chi combatte e chi, a migliaia di chilometri, parla di “non perdere tempo”.
Ed è proprio questo il nodo: la distanza tra il campo di battaglia e la politica. Tra chi rischia la vita e chi rischia, al massimo, un brutto titolo sui giornali. Oggi quella distanza sembra diventata un fossato. Con un Trump che da mesi oscilla tra tentativi di mediazione che profumano più di resa che di pace, un’Europa che tenta di serrare i ranghi senza avere l’autorità per farlo, e una Russia che, al netto delle dichiarazioni concilianti di facciata, continua a puntare sul logoramento.
Giovedì, durante la call, tutti ripeteranno che questa è “un momento critico”. È la formula preferita delle diplomazie quando sono a corto di idee. La verità – scomoda, inevitabile – è che la guerra in Ucraina è entrata nella sua fase più pericolosa: quella in cui l’impazienza degli alleati può valere quanto le armi sul campo.
Il tempo, quello sì, rischia davvero di finire. Non per i negoziatori. Per gli ucraini.
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