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(VIDEO) Tanzania, cercando la grande migrazione, Capitolo I

Il racconto di questo grande viaggio è composto da 5 capitoli che saranno corredati ciascuno da immagini e pubblicati settimanalmente.

Capitolo 1: Dal Tarangire al centro del Serengeti
Capitolo 2: Verso il nord del Serengeti
Capitolo 3: La Grande Migrazione
Capitolo 4: Le Pianure del Serengeti
Capitolo 5: Da Ngorongoro al lago Natron

Testi, foto e video di Carlo Franchini

Dal Tarangire al centro del Serengeti

Il nome Tanzania deriva dall’unione di Tanganica (come si chiamava il paese durante l’amministrazione inglese) e di Zanzibar che si unì nel 1964. La grandezza di questa nazione è pari a circa 3 volte quella dell’Italia.
È un paese di grande interesse sotto il profilo etnografico, culturale e naturalistico, che custodisce anche indelebili tracce dell’origine dell’uomo. La ricchezza dei fossili ritrovati in quei territori ed in modo particolare la scoperta effettuata nelle gole dell’Olduvai di “Zini”, un teschio di Australopithecus boisei dell’età stimata di 1,8 milioni di anni (detto anche zinjanthropus boisei – uomo schiaccianoci – per la presenza di molari particolarmente sviluppati) e a Laetoli, di impronte di ominidi datate fra i 3,5 ed i 3,7 milioni di anni, hanno fatto sì che la zona fosse definita una delle culle del genere umano1.

Ma il motivo del nostro viaggio sono gli straordinari prodigi del mondo animale che questo paese regala. Il 33 percento del territorio della Tanzania è costituito da sedici parchi nazionali e riserve protette. Tra quelli più famosi il Tarangire National Park, il Serengeti National park, il cratere del Ngorongoro, il Lago Manyara National park e il Kilimangiaro National Park. Parchi nazionali meravigliosi che ho avuto la fortuna di conoscere in gran parte. Ed è nel cuore della Tanzania che siamo diretti. Ancora una volta tornerò in Africa per un viaggio molto particolare preparato da tempo: viaggiare dalla cittadina di Arusha fino al Parco del Serengeti visitando alcune delle zone più straordinarie sotto l’aspetto faunistico, nella speranza poi di poter assistere allo straordinario ed unico spettacolo della natura…” La Grande Migrazione” nel nord del Serengeti, ai confini con il Kenya. Successivamente rientreremo da est lungo la strada che porta al vulcano Oldoinyo Lend’ai, nella Rift Valley. Questo vulcano, che si erge, come vedremo, nel contesto di un deserto di pietra lavica, duro, aspro ma di rara bellezza, domina il lago Natron dove nidifica la più numerosa colonia di fenicotteri rosa dell’Africa.

Il viaggio con tre fuoristrada ha inizio ad Arusha da dove, dopo poco più di 100 chilometri raggiungiamo il Parco Nazionale di Tarangire che significa il fiume dei facoceri (Taran fiume e gire facoceri).
Attraversato dall’omonimo fiume, questo parco, che occupa una superficie di 2600 km quadrati, è caratterizzato da bellissime acacie ombrellifere ed in particolare da numerosi giganteschi baobab, “mi buyu” nella lingua locale, dalle ramificazioni più bizzarre con altezze che possono superare anche 20 metri. Questi giganteschi alberi che posso vivere fino a 400 anni, hanno tronchi con un diametro anche di 10 metri al cui interno riescono a contenere oltre 100.000 litri di acqua, quale riserva per i lunghi mesi di siccità.

Le piste all’interno del parco si snodano non lontane dal fiume offrendo così la possibilità di imbattersi nel maggior numero di animali attratti dall’acqua e dalle paludi circostanti. La savana non finisce mai di stupire e coinvolgere. Percorriamo piste fra maestosi baobab che si alternano alle acacie ombrellifere in una piana popolata da branchi di zebre, antilopi, bufali, giraffe, elefanti, facoceri e struzzi. Non c’è un tratto senza qualche animale, ed è facile vederli perché è la stagione secca e l’erba non è molto alta. Ci fermiamo per un pranzo frugale al bellissimo Saranghiri Safari Lodge che sorge sulla sommità di una collina e si affaccia su una meravigliosa vallata, attraversata da un torrente e popolata da numerosi branchi di elefanti. Alcuni branchi sostano sotto grandi alberi in cerca di ombra, altri sono fermi nel torrente per bere e rinfrescarsi, altri ancora, in fila indiana, procedono nella valle diretti chissà dove!

Le guide ci invitano a proseguire il viaggio e così poco dopo a bordo dei nostri fuoristrada siamo di nuovo nella polvere accompagnati dalla radio che trasmette la ben nota canzone Jambo, Jambo bwana… circondati da straordinari paesaggi.
È quasi buio quando gli ultimi raggi di sole che si fanno strada fra i rami delle acacie illuminano il lago Burunge e raggiungiamo il Burunge Baobab Lodge.
Un lodge molto bello, appena costruito nel rispetto dell’ambiente circostante con un gigantesco baobab lasciato in tutta la sua maestosità al centro della sala di ricevimento dei clienti.
All’alba la luce è diversa, meno intensa del tramonto. Le stelle scompaiono in fretta e le tortore, cominciano a cantare. È ora di ripartire. Ci aspetta un lungo viaggio. Siamo diretti nel centro del Serengeti.

Nel primo pomeriggio raggiungiamo la parte sud del Parco Nazionale del Serengeti che è chiamata “La pianura senza fine”. Non poteva esserci un nome più appropriato. Siamo proprio nel bel mezzo di una pianura che si perde all’orizzonte dove nubi minacciose e tuoni roboanti fanno presagire un temporale di quelli tropicali, molto intensi, ma che durano poco.
Le guide si muovono con disinvoltura lungo le piste che in taluni punti sono appena tracciate o nascoste da pozzanghere d’acqua di piogge recenti. Siamo tutti concentrati ad osservare la natura che ci circonda, ognuno con i suoi pensieri. Una chiamata via radio da uno dei nostri fuoristrada rompe il silenzio che aleggia in macchina. La guida risponde e si precipita lungo una pista a sinistra. Non si vede nulla all’orizzonte ma non voglio disturbare la nostra guida che conduce il mezzo con grande maestria. Poi, quasi all’improvviso, si ferma e poco distante da noi mimetizzati dal colore della piana si vedono due bellissimi ghepardi: una madre con il piccolo.

Ci avviciniamo e ci ignorano del tutto. Hanno appena cacciato e davanti a loro si scorge il corpo di una gazzella. Ma sembrano in allerta, come se temessero qualcosa. Si avvicinano lentamente alla loro preda. Accovacciati danno qualche morso poi di nuovo si alzano come fossero sentinelle in allerta. Poco dopo capiamo perché. Una grossa iena è in arrivo, ha fiutato la preda e vorrebbe appropriarsene. Spavalda si avvicina ma quando sta per raggiungere la gazzella ecco che la mamma ghepardo l’attacca prontamente facendola fuggire. Finalmente tranquilli i due ghepardi cominciano a mangiare indisturbati. Intorno a loro e a noi la “solita” pianura senza fine. Ci muoviamo diretti al nostro prossimo campo quando dopo qualche chilometro ecco un branco di leoni: due maschi, due femmine e dei cuccioli. Camminano maestosi. Si avvicinano ai nostri fuoristrada ci osservano curiosi per poi proseguire regalandoci uno spettacolo meraviglioso. Il temporale si avvicina e poco dopo piove a dirotto. E ora di rientrare ma sulla strada maestra foriamo una gomma. È buio e la cambiamo guardinghi perché … non si sa mai.


Il temporale è passato la luna fa capolino all’orizzonte e poi ecco le luci del nostro campo tendato, il Serengeti Kati Kati Camp!
Preso possesso delle tende ci sediamo intorno ad un grande falò raccontandoci le esperienze vissute nella giornata. Il cielo è limpidissimo, come può esserlo a queste latitudini, illuminato da milioni di stelle che sembra di poterle accarezzare.
Rientrando in tenda trovo una sorpresa. Una piccola gazzella è accovacciata poco lontano forse qui si sente al sicuro.
Mentre mi addormento, il profondo silenzio della notte è rotto da un ruggito lontano.

1Il teschio fu scoperto nelle gole dell’Olduvai nel 1959 dalla famosa archeologa e paleoantropologa inglese Mary Leakey che successivamente, nel 1979, scoprì a Laetoli una serie di impronte fossili inequivocabilmente lasciate da ominidi che camminavano in modo eretto

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