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Il Presidente Zaia ha presentato, durante la conferenza stampa di oggi presso la sede della Protezione Civile di Marghera, in diretta con il Magnifico Rettore dell’Ateneo di Verona Pier Francesco Nocini, l’avvio della sperimentazione del vaccino Coronavirus a Verona.

 

“Vogliamo arrivare a fare un regalo di Natale”, ha concluso il Rettore dopo aver spiegato i tempi delle varie fasi di sperimentazione: “Il vaccino sarà sperimentato su 90 volontari sani, di cui 70 veronesi e 20 romani di età tra i 18 e i 55 anni, ai quali saranno somministrate tre dosi. Superata questa fase si passerà a soggetti più anziani, di età superiore ai 65 anni. I soggetti saranno seguiti per circa sei mesi. La sperimentazione si concluderà a marzo dell’anno prossimo, ma già prima di Natale potremmo avere dati importanti. La fase 2 potrebbe anche partire prima di fine anno, c’è un accordo europeo per sviluppare il vaccino in modo veloce. A produrre il vaccino che sperimentiamo è l’azienda Reitera di Roma. Verona è un centro di 800 metri quadrati al policlinico di Verona che esiste dal 2005 guidato da Stefano Milleri”, ha comunicato il Magnifico Rettore Nocini passando poi la parola al dott. Milleri.

 

“C’è un gruppo di 15 persone che lavora in collaborazione con l’università e l’azienda ospedaliera. Inizieremo a fine agosto la fase 1, ovvero la sperimentazione sull’uomo. I soggetti saranno seguiti per circa sei mesi. Riceveranno la dose di vaccino al centro e rimarranno in osservazione per 6 ore. Dopo 2 giorni ci sarà il primo controllo e via via ad intervallo più ampio. Ma in qualsiasi momento esisterà un medico reperibile 24 ore su 24 per loro. I primi 3 soggetti sentinella avranno la dose di vaccino allo Spallanzani, poi i primi 12 a Verona. Dopo 3 giorni dalla somministrazione ai primi 3 soggetti sentinella, si passerà agli altri”.

 

“È il momento di fare squadra, tutti gli scienziati devono lavorare insieme e trovare una soluzione per questa pandemia che ci ha travolti all’improvviso” hanno concluso Nocini e Milleri.

Quando i disabili invecchiano, potranno rimanere nelle strutture che li ospitano. Solo se le loro condizioni psicofisiche non saranno più compatibili con l’assistenza offerta dalla comunità alloggio o dalla struttura ospitante, verranno accolti da una residenza per anziani non autosufficienti.

 

 

Questa è la novità che la Regione Veneto ha deciso di sperimentare, per un anno, introducendo un “doppio canale” nei percorsi di assistenza. La sperimentazione approvata dalla Giunta introduce una valutazione multispecialistica e multidisciplinare per le persone disabili in prossimità del loro 65° anno, in modo da stabilire quale sia la struttura o il servizio più idoneo per loro, sulla base dei loro bisogni e potenzialità.

“Vogliamo superare la vecchia regola che stabiliva che al compimento del 65° anno di età la persona disabile dovesse essere trasferita in una struttura per anziani”, spiega l’assessore al sociale che ha introdotto la sperimentazione. “Non ci sembrava ragionevole allontanare dal loro contesto di vita persone disabili che hanno ancora discrete potenzialità di autonomia e di relazione, né sovraccaricare i centri per non autosufficienti dell’incarico di accogliere persone che hanno sì bisogno di assistenza, ma manifestano bisogni e attitudini ben diverse da quelle di un ultraottantenne affetto da un mix di patologie croniche”.

 

 

Il provvedimento interessa quasi mille disabili over 65, dei quali un centinaio assistiti nei centri diurni, 590 nelle residenze protette del Veneto e 239 a domicilio, con l’assegno di cura domiciliare. Per ognuno di loro l’Unità di valutazione multidimensionale distrettuale (UVMD) andrà a verificare quale possa essere la soluzione ottimale – se la prosecuzione nella struttura che già li ospita, oppure la casa di riposo – nel rispetto di un progetto personalizzato di cura, senza aggravi economici per le famiglie o i comuni. “Ci sembra una scelta di civiltà non spezzare arbitrariamente legami e reti sociali che si sono create negli anni, – commenta l’assessore – nel contempo, aprendo questo duplice percorso, evitiamo di accomunare tipologie diversi di assistiti nel medesimo contesto, solo in virtù del criterio anagrafico dell’invecchiamento. Il principio-guida che abbiamo adottato è quello dell’accomodamento ragionevole in funzione dell’età’”.

 

La platea delle persone potenzialmente interessate dalla sperimentazione è di almeno 2 mila persone, considerando il numero delle persone disabili tra i 55 e i 65 anni attualmente accolte in comunità alloggio, residenze o nuclei protetti, centri diurni e progetti di assistenza domiciliare. “In prospettiva, la sperimentazione a cui diamo avvio – anticipa l’assessore – potrà rendere le comunità alloggio e le strutture per disabili centri di riferimento per i progetti del ‘dopo di noi’, cioè di quel percorso di presa in carico totale delle persone disabili, quando genitori e parenti vengono a mancare”.

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