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Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’ex parlamentare Pd Simonetta Rubinato, che porta le proprie considerazione in merito a un fatto di cronaca accaduto di qualche settimana fa, il cui tema politico rimane tuttavia di grande attualità

 

Hanno avuto vasta eco sui media delle scorse settimane le dichiarazioni sull’aborto della senatrice dem Monica Cirinnà. Stando a quanto da lei dichiarato sembra che nel Partito democratico non possano essere tollerate posizioni di coscienza diverse dalla sua sui diritti umani, sui diritti delle donne e sulle libertà. Secondo Cirinnà o si è abortisti o non si è del Pd, ignorando quanto afferma il Manifesto fondativo dei valori sul principio della laicità dello Stato: il quale “garantisce il rispetto di ogni persona nelle sue convinzioni più profonde e assicura a ciascuno gli stessi diritti e gli stessi doveri”, in quanto concepito “come rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali, e quindi anche come riconoscimento della rilevanza, nella sfera pubblica e non solo privata, delle religioni, dei convincimenti filosofici ed etici, delle diverse forme di spiritualità”.  Quello che per lei invece è “un fritto misto” indigeribile.

 

Ricordo che proprio ispirandosi al pluralismo culturale e allo spirito democratico fondativo approvammo nel febbraio del 2008 al Senato, in occasione dei trent’anni dall’introduzione della legge n. 194, una mozione sottoscritta da tutte noi senatrici del Gruppo Pd, dalla Finocchiaro alla Binetti, che impegnava il Governo alla “piena attuazione della legge 194”. In quella mozione tra le altre cose si impegnava il Governo anche a “dare applicazione con forza agli art. 1, 2, 3, 5 della legge, relativi alla prevenzione, sottolineando come la legge tuteli la vita fin dal suo inizio e riconosca il valore sociale della maternità” e a “riferire al Parlamento sullo stato di applicazione dell’art. 2 della legge, cioè sulla capacità dei consultori di intervenire per prevenire gli aborti e proporre alle donne aiuti concreti e soluzioni agli eventuali problemi che possono indurre ad interrompere la gravidanza.

 

Quello spirito democratico e laico, capace di dare spazio a persone di diverso orientamento culturale, religioso ed etico su valori fondamentali come quelli della vita, della maternità e della libertà di tutte le donne, abita ancora oggi nel Pd?

 

 

Simonetta Rubinato

ex parlamentare Pd

Di fronte al dibattito sulla ipotesi di creazione di una grande holding autostradale del Nordest in mano alle Regioni non si sa se ridere (se è solo propaganda) o piangere (se si fa sul serio). Vediamola dalla parte del cittadino, utente e contribuente. Abbiamo presente la vicenda della Serenissima, l’autostrada Brescia-Padova, in cui per mantenere la maggioranza pubblica l’allora Presidente della Provincia di Vicenza la indebitò per 80 milioni di euro, favorendo altresì da deputata nel 2008 la proroga della concessione al 2026 ex lege, e finita con la vendita nel maggio 2016 ad Abertis a metà prezzo? E abbiamo presente l’entità del pedaggio, peraltro continuamente aumentato, per percorrere appena 32 km sul Passante di Mestre? Per non parlare di quello che ci costerà alla fine il project financing della Pedemontana.

 

Ecco perché già nel gennaio 2016 avevo manifestato la mia preoccupazione quando ho letto sui giornali che il Presidente Zaia e l’allora collega De Menech facevano a gara su chi aveva avuto per primo l’idea della holding autostradale del Nordest. Addirittura Zaia allora stava valutando l’acquisto della maggioranza della Brescia-Padova, comprata peraltro 4 mesi dopo da Abertis. Allora il Governatore disse: “Il nostro approccio non è quello di gestire il potere, ma di riuscire ad offrire un beneficio al territorio in tema di pedaggi ed infrastrutture”. Condivido, ma il punto è come si raggiunge: non mi pare che gli esempi che ho appena ricordato vadano in direzione di questo obiettivo.

 

Per questo ribadisco quanto dichiarai allora, a margine di una mia interrogazione proprio sulle tariffe autostradali più care d’Europa pagate dai cittadini nella nostra Regione. Per avere pedaggi più bassi e investimenti adeguati sono essenziali due condizioni: la prima, procedere con gare pubbliche nell’assegnazione delle concessioni autostradali, magari chiedendo oltre a investimenti effettivi anche agevolazioni per i pendolari per ragioni di studio o lavoro o cure mediche. Mentre l’ipotesi di una nuova grande holding pubblica è funzionale proprio a evitare le gare a favore dell’affidamento in house della gestione della rete. E qui si tratta eccome di gestione del potere, attraverso le nomine degli amministratori, quasi sempre lottizzate dai partiti più che fatte sui curricula, con interferenze sulle strategie aziendali da parte dei Governi di turno, che più che gli investimenti amano i dividendi: tanto se la gestione risulta cattiva pagano i contribuenti/utenti. La seconda condizione, è la presenza di Strutture pubbliche con risorse tecniche e professionali in grado di monitorare e vigilare in modo efficace sulla gestione. Che i fatti ad oggi dimostrano essere assai carenti.  

 

Siamo dunque sicuri che sia questa la strada per meglio tutelare l’utenza autostradale del nostro territorio? E dove si troveranno le risorse per acquistare le concessionarie da azionisti privati e banche, che hanno tra l’altro finanziato gli investimenti già effettuati? Qual è il ruolo dell’Anas nell’operazione? In ogni caso temi così rilevanti dovrebbero essere oggetto di un confronto approfondito, aperto e partecipato. Anche perché la strada maestra per una maggiore trasparenza ed efficienza delle gestioni è l’effettiva distinzione tra amministrazioni pubbliche concedenti, che devono svolgere le gare ed esercitare i dovuti controlli, e società concessionarie che si devono occupare della gestione.

 

 

Simonetta Rubinato

Presidente Veneto Vivo

 

L’emendamento approvato lunedì scorso al DL Milleproroghe per l’utilizzo degli avanzi di amministrazione da parte dei Comuni virtuosi non rappresenta nessuna svolta storica, come molti esponenti della maggioranza vogliono far pensare, a partire dal ministro veneto per i rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro. Il Governo del cambiamento si sta muovendo in perfetta continuità con i Governi precedenti, cercando di limitare il diritto degli Enti locali virtuosi alla piena disponibilità ed utilizzo dell’avanzo di amministrazione una volta accertato in sede di rendiconto. In questo modo il Governo di due forze politiche che si dichiarano a favore dell’autonomia disattende in realtà l’attuazione di un elemento fondamentale dell’autonomia finanziaria dei Comuni stabilito dalle recenti sentenze della Corte costituzionale n. 247/2017 e n. 101/2018, confermando gli stessi ostacoli burocratici che in questi anni hanno impedito gli investimenti dei Comuni sui territori.

 

Eppure i dati SIOPE indicano per il 2018 un ulteriore calo degli investimenti su base tendenziale, con le conseguenti ricadute negative anche sulla crescita complessiva del PIL. Visto quindi che ci sono spazi previsti dall’ultima legge di Bilancio per investimenti che si sa già non verranno utilizzati, che senso ha continuare a bloccare gli avanzi disponibili dei Comuni virtuosi? Il fondo previsto nell’emendamento per appena 1 miliardo di euro in 4 anni di fatto prova a bloccare ancora per anni risorse proprie dei Comuni per almeno 3 miliardi. Ma grazie al cielo la Corte costituzionale ha già stabilito chiaramente che i Comuni hanno la piena disponibilità di queste risorse.

 

Si tratta perciò di un emendamento inutile e inefficace, perché non rispetta il principio del pareggio di Bilancio stabilito in Costituzione. E che, peraltro, crea una ulteriore iniquità a danno dei Comuni virtuosi delle Regioni a statuto ordinario, visto che le Province Autonome di Trento e Bolzano e la Regione Friuli Venezia Giulia hanno già approfittato delle sentenze della Consulta, mostrandosi su questo più pronti e coraggiosi del governatore veneto Luca Zaia.

 


Simonetta Rubinato

Presidente “Veneto Vivo”

In contemporanea con l’annuncio su Facebook del Presidente Zaia, di aver inviato al ministro per gli affari regionali la proposta di legge delega per l’autonomia del Veneto, abbiamo letto sulle agenzie l’annuncio del presidente della Liguria Toti di avvio del percorso dell’autonomia come scelta strategica sul fronte della portualità, affinché Genova diventi ‘il principale crocevia delle merci in movimento nel Mediterraneo e verso i mercati del centro e nord Europa’.

 

Non sembra invece che chi governa il Veneto abbia presente quanto sia altrettanto strategico restituire al porto di Venezia l’accessibilità nautica, sacrificata sull’altare della salvaguardia affidata al sistema MOSE, per cogliere la straordinaria opportunità che esso sia il punto di arrivo della via commerciale della Seta e possa competere alla pari con i porti del Nord Europa (oltre che di Atene e Instanbul). Accessibilità possibile solo con la realizzazione del VOOPS (Venice offshore onshore port system), di cui però Zaia non sembra interessarsi.

 

Eppure, senza difendere fermamente la centralità per tutto il Nordest del rilancio di quello che fu per secoli l’asset strategico della potenza della Serenissima, cioè il suo porto tra Europa e Oriente, neppure il valore dell’autonomia e dell’autogoverno che Zaia si accinge ad esigere potranno esprimere tutte le ricadute positive che auspichiamo per il bene dei Veneti di oggi e delle future generazioni. Rimanendo fedeli alla vocazione di Venezia, città che – riprendendo le parole rivolte nel 1198 da una delegazione di messi veneziani a Papa Innocenzo III – “non si preoccupa d’agricoltura, ma piuttosto rivolge i propri sforzi alla navigazione e ai commerci”.

(“Nostra civitas non agricolturis inservit, sed navigiis potius et mercimoniis est intenta”).

 

Simonetta Rubinato

Di seguito pubblichiamo un pensiero di Simonetta Rubinato, Presidente dell’ass. “Veneto Vivo”, in merito all’autonomia della Regione del Veneto.

 

Bene le dichiarazioni espresse il 13 giugno scorso dal Ministro Stefani e dal Governatore Zaia di voler accelerare i tempi per l’autonomia del Veneto, ma perché escludere a priori che il Veneto possa diventare come Trento? La volontà popolare sancita dal referendum del 22 ottobre scorso, unita alla grande maggioranza di voti espressi dagli elettori veneti nelle elezioni del 4 marzo a favore di Lega e M5S, esige una risposta all’altezza delle aspettative, ovvero il riconoscimento alla nostra Regione della specialità, come io stessa avevo chiesto nel 2015 alla Camera, con un emendamento alla riforma costituzionale. Restando inascoltata, perché allora non c’era ancora stato il voto di 2,3 milioni di Veneti.

 

Veneti che ora attendono i primi risultati concreti di questa battaglia. Li attendono dal Governo Conte, il premier che su questi temi non ha ancora manifestato pubblicamente il suo pensiero. Durante il primo discorso fatto alle Camere, infatti, da lui nessun riferimento a riforme per migliorare l’assetto delle nostre Istituzioni: nessun accenno agli Enti locali (eppure sono i più vicini ai bisogni dei cittadini), né al federalismo. L’unico riferimento all’autonomia è riservato alle Regioni speciali (peraltro unito al tema ‘sistema di voto all’estero’: un lapsus freudiano?).

Cito dal suo discorso: “Ci adopereremo per salvaguardare le Regioni ad autonomia speciale, del Nord e del Sud del Paese, nella convinzione che la prossimità, la sussidiarietà e la responsabilità, ove localmente concentrate, possano contribuire a migliorare la qualità di vita dei nostri cittadini”. Nessun accenno invece all’autonomia delle Regioni ordinarie.
Accortisi evidentemente di questa grave omissione, su input dei parlamentari leghisti, il Premier ha dovuto correggere il tiro con una rassicurazione nel suo intervento di replica. Per il resto una relazione con solo principi e obiettivi generalissimi, molti ovviamente condivisibili, ma nessuna indicazione programmatica operativa. Se il premier Conte fosse stato il Sindaco di un qualsiasi Comune avrebbe avuto l’obbligo di presentare al Consiglio Comunale le linee programmatiche relative alle azioni e ai progetti da realizzare nel corso del mandato, tenendo conto anche della sostenibilità finanziaria all’interno del sistema di bilancio dell’ente locale. Ma il primo cambiamento del ‘Governo del cambiamento’ non avrebbe potuto essere proprio questo?

 

Segnali incoraggianti per la battaglia dei Veneti arrivano invece dalla Corte dei Conti. “La ripartizione dei flussi finanziari dallo Stato alle Regioni deve tenere conto del principio per cui le entrate tributarie maturate in un territorio debbono in una parte sostanziale essere destinate ai bisogni di quel territorio. Il collegamento fra prelievo fiscale e territorio può ritenersi utile a recuperare il rapporto fra cittadini ed istituzioni. La restante quota si definisce di coesione, in quanto volta a consentire la copertura dei servizi generali e degli oneri di solidarietà nazionali”. A dirlo è stato martedì 26 giugno scorso il Presidente dell’organo di magistratura contabile, citando proprio i referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia. Un anno fa esprimevo il medesimo concetto nel mio libro La Spallata: “Il nodo politico da affrontare è stabilire un rapporto più equo tra quello che i Veneti versano all’erario e ciò che rimane sul territorio, non solo per rispondere ai loro bisogni, ma anche come stimolo di una maggiore crescita”. È alquanto sintomatico che la Corte dei Conti abbia compreso la questione più di tanti esponenti politici. La dice lunga su quanto sia in salita la strada per ottenere l’agognata autonomia.

Quasi un miliardo di euro. A tanto ammonta il ‘tesoretto’ che, come ha certificato una analisi dell’Università Ca’ Foscari, Unioncamere e Anciveneto, i Comuni veneti hanno accumulato negli anni con gli avanzi di amministrazione bloccati e che oggi, in forza di recenti sentenze innovative della Corte Costituzionale, potrebbe essere investito in opere pubbliche e di manutenzione. Risorse che, rimesse in circolo, genererebbero un aumento dell’occupazione, una crescita del Pil regionale e maggiori entrate fiscali per lo Stato. “Il problema – spiega Simonetta Rubinato, presidente di Veneto Vivo, associazione che su questo tema ha organizzato un incontro in programma domani, sabato 7 luglio, a San Biagio di Callalta (inizio ore 9.30, Sala consiliare in piazza Tobagi) – è che la politica e la burocrazia centrali non sembrano propensi a adeguarsi alla interpretazione delle norme espressa dai giudici costituzionali in senso favorevole agli enti locali più virtuosi. Per questo abbiamo voluto approfondire la questione a favore delle nostre comunità locali e pensiamo che sia possibile oggi, con un atto di coraggio e responsabilità da parte degli amministratori, cogliere l’assist della Corte Costituzionale per utilizzare da subito queste risorse per realizzare investimenti sui territori dove sono state prodotte”.

 

Veneto Vivo, associazione libera, civica e apartitica che vuole dare voce a quanti aspirano all’autogoverno del Veneto, intende quindi avanzare delle proposte concrete per incoraggiare i nostri sindaci e amministratori locali ad impegnare da subito gli avanzi di amministrazione, approvando una apposita delibera nei rispettivi Consigli comunali, che aiuti a superare i legittimi timori anche dei responsabili finanziari degli enti. “Sono in gioco – osserva Simonetta Rubinato – valori quali l’autonomia finanziaria dei Comuni e i principi di una sana gestione delle risorse pubbliche e avere dalla nostra parte i giudici della Corte Suprema, che hanno sancito il principio della piena disponibilità da parte degli enti locali di utilizzare l’avanzo dopo l’approvazione del rendiconto (quindi dopo il 30 aprile scorso), è un fatto nuovo e importante che va sfruttato per lo sviluppo delle nostre comunità”.

 

L’argomento sarà oggetto di un confronto pubblico tra Luca Antonini, costituzionalista, Mauro Bellesia, dirigente ed esperto contabilità enti pubblici, Luigi Iacono, già segretario comunale. Dopo il saluto del sindaco ospitante Alberto Cappelletto, l’incontro sarà introdotto da Simonetta Rubinato, mentre le conclusioni saranno affidate al vice presidente di Veneto Vivo, Luca Ferrazzoli.

Il sentiero per un governo M5s-Lega è stretto, com’era prevedibile, sia per le contraddizioni programmatiche delle due forze politiche, sia per i vincoli finanziari e normativi esterni con cui anche loro devono fare i conti per non caricare ulteriore debito sulle future generazioni.

 

Anche se non è questo il governo che vorrei per l’Italia, non sono tuttavia tra coloro che tifano per l’insuccesso di questo tentativo. Perché il relativo fallimento costituirebbe comunque un danno per la nostra democrazia rappresentativa. Invece, se il consenso che hanno ricevuto dalla maggioranza degli elettori, in nome del cambiamento, fosse ben indirizzato potrebbe dare una spallata a quel centralismo burocratico e fiscale che frena da sempre lo sviluppo dell’Italia.

 

Qui sono però destinate a emergere due contraddizioni: può la Lega propugnare il sovranismo nazionale contro l’Europa e insieme realizzare il federalismo tanto atteso dal Nord? Può il M5s conciliare lo statalismo assistenzialista/dirigista delle sue proposte con la battaglia per l’autonomia di territori come il Veneto, che pure ha sostenuto? Contraddizioni che spiegano perché è del tutto assente nel contratto di governo sia ogni riferimento al completamento della riforma federale dello Stato, sostituita da un generico “regionalismo”, sia all’attuazione del federalismo fiscale.

 

Certo, considerato gli oltre 2 milioni e mezzo di Veneti che hanno votato per l’autonomia il 22 ottobre scorso e il cappotto di parlamentari fatto dalla Lega sul nostro territorio, è il minimo sindacale che al punto 19 sia presente l’impegno di portare “a conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte”, con il “trasferimento delle risorse necessarie” alle ulteriori competenze. Ma è cosa ben diversa dal riconoscere anche al Veneto l’autonomia tributaria necessaria alla competitività del territorio. Come per le Regioni speciali confinanti.

 

Spero di sbagliarmi, ma temo che le posizioni sovraniste/stataliste delle due forze politiche tendano verso politiche fiscali centraliste piuttosto che di decentramento fiscale ispirato ai principi di sussidiarietà e responsabilità, con il rischio di un ulteriore sforamento dei conti pubblici per accontentare le opposte istanze dei rispettivi elettorati, al Nord e al Sud.

 

Solo il federalismo infatti “chiama a giudizio la burocrazia” (efficace espressione del prof. Bertolissi), costringendola all’efficienza e responsabilizzando ogni livello di governo, dai Comuni ai Ministeri. Perché impone a chi ha il potere di decidere la spesa di chiedere le relative risorse ai contribuenti, fornendo un potente strumento di controllo democratico agli elettori.

 

Spero che il Partito Democratico, riflettendo sulle ragioni della propria sconfitta e rammentando che tra gli impegni del decalogo scritto da Veltroni nel 2007 vi era anche quello di“completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali”, incalzi in questo senso l’eventuale nuovo Governo.

 

on. Simonetta Rubinato

Ieri si è tenuta la direzione nazionale del Partito democratico, per definire la linea da tenere su possibili accordi con le altre forze politiche per dare un Governo al Paese, a due mesi dal voto del 4 marzo. Sul tema interviene l’on. Simonetta Rubinato.

 

“Chi ha perso non può governare”, ha detto Renzi domenica sera nello studio di Fabio Fazio. Così come chi si è dimesso da segretario – aggiungo io – non dovrebbe dare, in diretta tivù, la linea al partito. Certo, non si può negare che quanto detto da Renzi domenica 29 aprile appare ragionevole e fondato: “Come possiamo fare un governo con chi ha un’altra visione del Paese, un programma alternativo al nostro e ci ha coperto d’insulti in Parlamento e in campagna elettorale?”

Tanto più che la maggioranza della base del Pd probabilmente è anche d’accordo con lui. Del resto Renzi è stato confermato come segretario a grande maggioranza con le primarie di appena un anno fa ed è forte del fatto di essersi blindato nei gruppi parlamentari con liste fatte di fedelissimi, oltre che della debolezza di una classe dirigente che ha assecondato ogni sua decisione senza avere mai il coraggio di contraddirlo in alcuno dei passaggi che hanno portato il Pd alla sconfitta del 4 marzo.

 

L’unica leadership che quindi oggi ha la forza – nel bene e nel male – di controllare organismi del partito e gruppi parlamentari è ancora quella di Renzi. Ma allora sia coerente: ritiri le sue dimissioni e si prenda apertamente la responsabilità delle scelte di questa fase. E delle relative conseguenze.

 

Tatticamente la sua chiusura da Fazio, prima ancora di sedersi al tavolo di confronto con il M5s per vederne la proposta, è stata infatti, a mio avviso, un errore: oltre a delegittimare reggente e direzione del partito, con la conseguenza di una possibile spaccatura, ha dato a Di Maio la stura per dire agli italiani che si deve tornare a votare subito per responsabilità del Pd. Il cui ex segretario non ha ancora metabolizzato la bocciatura del referendum costituzionale da parte degli elettori e nel salotto di Fazio è sembrato sottintendere: “Ecco, vedete: avete votato No alla mia riforma e ora ne state pagando le conseguenze”.

 

Ma gli elettori non amano ammettere di aver sbagliato e tanto meno apprezzano le ripicche di coloro a cui hanno comunque già dato una chance per governare il Paese. Tanto più che imputano al Pd ha la responsabilità principale di aver approvato l’attuale legge elettorale proporzionale, che senza un accordo tra le forze politiche entrate in Parlamento si sapeva già non avrebbe consentito di fare un nuovo governo.

 

Per questo le elezioni anticipate rischiano di essere un ballottaggio tra Di Maio e Salvini, all’insegna dell’invito al “voto utile al cambiamento”. Con il nuovo leader del centrodestra che non ha sbagliato ad oggi una mossa e che, a differenza dei vertici del Pd, sa che bisogna presidiare il territorio.

 

Uno scenario questo che dovrebbe essere la preoccupazione prima per la dirigenza del Pd. Invece allo stallo in Parlamento fa da specchio lo stallo nel Pd, che rischia di dividersi ulteriormente, sia ai vertici che alla base, perché ogni opzione ha costi rilevanti. E ciò rende impossibile, al momento, ogni possibilità di analisi oggettiva delle ragioni della sconfitta del 4 marzo per consentire una ripartenza del centrosinistra.

 

On. Simonetta Rubinato

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