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Riceviamo e pubblichiamo un articolo a firma della presidente di “Veneto Vivo”, Simonetta Rubinato, che porta alla luce le proprie riflessioni in merito alle politiche italiane e al regionalismo differenziato

 

Nel tempo della globalizzazione serve una politica diversa, attenta ai territori e alle loro differenze, che restituisca alle persone che ci vivono il senso di poter contare e insieme di essere protette e sperare in un futuro per i loro figli. Come? Lo Stato deve occuparsi dei luoghi che si sentono lasciati indietro con politiche differenziate e deve rafforzare le comunità locali, restituendo loro poteri e risorse per valorizzare il potenziale economico e i diversi talenti dei territori. Nessun partito oggi in Italia ha questo manifesto. Eppure è l’unica alternativa democratica al populismo: c’è bisogno perciò di lavorare in questa direzione e noi dell’associazione Veneto Vivo ci stiamo provando, come abbiamo confermato domenica 27 ottobre ad Illasi, in provincia di Verona, in occasione della seconda Festa dell’autonomia. 

 

La partecipazione alla giornata di riflessione sul valore e gli obiettivi dell’autogoverno regionale è stata rappresentativa di tutte le province venete e altamente qualificata. Oltre al padrone di casa, prof. Giuseppe Trabucchi, e al sindaco di Illasi, sono intervenuti Roberto Bizzo, già presidente del Consiglio provinciale di Bolzano, il dott. Paolo Bedoni, presidente di Fondazione Cattolica, che ha sottolineato il valore della sussidiarietà e della concertazione, Gianni Pastella, che ha rappresentato il disagio e la necessità di infrastrutture della provincia di Belluno. Significativo in particolare il focus  svolto da Marco Campione (già collaboratore al ministero dell’Istruzione di sottosegretari e ministro dell’Istruzione sulla Buona Scuola), Emanuele Contu (docente, ispettore e oggi dirigente scolastico) e Stefano Cecchin (presidente regionale della Fism) sulle opportunità che la regionalizzazione della scuola può aprire in termini di piena attuazione dell’autonomia degli istituti scolastici, di attivazione da parte della Regione di nuovi percorsi di formazione per docenti della scuola secondaria, nonché di un’effettiva parità tra scuole statali/regionali e scuole gestite da enti locali e privati dentro il sistema nazionale d’istruzione, abbattendo la barriera delle rette, innalzando la qualità dell’offerta formativa e rispondendo alle esigenze del sistema economico e alle sfide della tecnologia. 

 

L’intervento appassionato del Prof. Mario Bertolissi ha ribadito le ragioni che rendono necessario attuare il regionalismo differenziato, non solo perché il Veneto è penalizzato dall’attuale sistema centralizzato, ma perché l’applicazione delle norme vigenti in tema di autonomia (regolarmente ostacolate se non bloccate dai vari governi) sono una riforma valida per il buon governo di tutto il Paese.

 

 

Simonetta Rubinato

Presidente Veneto Vivo

Riceviamo e pubblichiamo un articolo a firma della presidente di “Veneto Vivo”, Simonetta Rubinato, che solleva una propria riflessione in merito alla proposta di autonomia della nostra Regione

 

 

Che sulla partita per l’autonomia si stia cercando di prendere i Veneti per sfinimento a suon di rinvii e rimpalli di responsabilità ormai ci era chiaro, ma non che si arrivasse ad utilizzarla come ‘moneta di scambio’ tra Lega e M5S per il via libera alla TAV, come ha ipotizzato il Corriere della Sera in un articolo del 24 luglio scorso. La notizia poi dell’istituzione il 29 luglio scorso presso l’Università Federico II di Napoli di un Osservatorio sul regionalismo differenziato, costituito dagli accademici che più tenacemente si oppongono da oltre un anno all’attuazione dell’art. 116, 3° comma, della Costituzione, e che secondo il vicepremier Luigi Di Maio servirà a riscrivere un testo ‘migliore’ della riforma (buttando alle ortiche il lavoro fatto sino a qui), sembra rappresentare davvero la pietra tombale sulla strada dell’autonomia del Veneto, sacrificata da M5S (ma anche da Salvini) sull’altare dei voti del Sud.

 

Le stesse rappresentanze economiche del territorio del resto sono in allarme: il presidente della Camera di Commercio TV-BL, Mario Pozza, nei giorni scorsi, ha evocato esplicitamente la possibilità che le aziende scendano in piazza per l’autonomia, ricordando la manifestazione di Treviso del 2006, durante il Governo Prodi. Mi ricordo bene quella protesta contro l’inasprimento retroattivo degli studi di settore perché ero neoeletta da pochi mesi in Senato. Dal gruppo delle Autonomie, di cui facevo parte, assunsi l’iniziativa di scrivere una lettera a Prodi chiedendo con altri colleghi un cambio di rotta della politica fiscale di Visco.

 

Ecco perché, alla luce di questi fatti, mi sento di fare due considerazioni:

 

1) lo stallo sull’autonomia differenziata è tale che l’ora di scendere in piazza come nel 2006 è arrivata, sia per le imprese che per i cittadini che aspettano risposte concrete. Anche perché preoccupa il silenzio e la mancanza di iniziative sul tema dei parlamentari veneti, a differenza dell’attivismo di quelli del Sud: so per esperienza che l’autonomia di pensiero non sempre è gradita ai leader nazionali, ma proprio i deputati e senatori del Veneto sono chiamati per primi a dare rappresentanza e voce all’istanza di autogoverno espressa dal territorio nel referendum del 2017;

 

2) il presidente Zaia, investito del mandato di negoziare l’autogoverno del Veneto, sarà fedele al suo “Prima i Veneti” o alla Lega di Salvini? Il dubbio legittimo sorge dalla circostanza che, mentre il presidente della Lombardia Attilio Fontana con il sottosegretario Giorgetti sembrano pronti alla ‘spallata’, Luca Zaia sembra frenare, affermando di confidare ancora nella trattativa.

 

È bene che si sappia: noi non molleremo. Non permetteremo che i Veneti e gli Italiani onesti siano presi in giro e che i 14 milioni di euro spesi per il referendum siano stati sprecati, tradendo ancora una volta i fondamentali principi costituzionali di autonomia e responsabilità, di libertà e democrazia.

 

Simonetta Rubinato

Ex parlamentare Pd e presidente Veneto Vivo

Partecipato e ricco di stimoli il convegno organizzato nelle scorse settimane dall’associazione Veneto Vivo sugli scenari di sviluppo e governo del territorio nell’area dei Comuni di Roncade, Casale sul Sile, Casier, Silea, Breda, Zenson di Piave, San Biagio di Callalta e Monastier, e sull’attualità dell’esperienza del Piano Strategico di Sviluppo Sostenibile di Roncade, approvato nel 2007 durante il mio mandato di sindaco, prima della grande crisi arrivata nel 2009.

 

Il dott. Federico Callegari della Camera di Commercio di Treviso ha illustrato i dati relativi alla trasformazione del tessuto socio-economico avvenuta dal 2007 al 2016 nell’area di Roncade e Comuni limitrofi: per effetto delle dinamiche globali nelle filiere del sistema produttivo locale i settori si stanno ridefinendo, sono cambiati i legami di comando e di controllo delle imprese (meno sedi, ma più filiali), sono cambiate le attenzioni al territorio, con la necessità di governarne l’attrattività sotto più dimensioni (mercato del lavoro, saperi, infrastrutture, residenzialità, turismo).

 

A ciò si aggiunge anche la necessità di governare il cambiamento della società, determinato dall’invecchiamento e dai divari generazionali, cercando di far convergere prospettive soggettive e bene comune (con la sfida dell’innovazione sociale e del welfare di comunità). 

 

Il professor Giancarlo Corò ha sottolineato come, nel quadro della nuova globalizzazione e del ridisegno degli scambi commerciali globali in atto, il territorio del Nordest debba puntare su alcuni valori chiave: la conoscenza e la coesione sociale, che richiede cooperazione e dunque fiducia. Occorre innanzitutto investire in conoscenza. Occorre, inoltre, investire nelle infrastrutture necessarie alla mobilità delle persone e nella qualità delle Istituzioni, puntando sull’autonomia come strumento fondamentale per la crescita e la competitività dei territori. Lo dimostra Bolzano, che – ha sottolineato il professor Corò – è oggi la realtà più metropolitana in Italia. 

 

Il professor Roberto Masiero ha evidenziato il cambio di paradigma epocale che caratterizza il tempo che viviamo. Stiamo passando dal modo di produzione industriale a quello digitale, che determina una diversa configurazione del conflitto capitale-lavoro e del rapporto tra proprietà privata e bene pubblico, con la conseguenza che anche l’assetto istituzionale e politico (democrazia rappresentativa e welfare state) che reggeva il sistema precedente è andato in crisi.

 

Prima che la crisi porti al collasso il nostro sistema Paese oggi in stallo (con la burocrazia che è uno dei freni all’uscita dalla crisi e la politica ridotta al populismo) che mosse fare? Occorre ripensare le proprie capacità manifatturiere, industriali, tecnologiche e scientifiche in chiave smart, cioè coniugando antichi saperi, mestieri e professioni con le nuove tecnologie, accompagnando i processi innovativi; investire nell’accumulazione dei saperi e della creatività collettiva; dare nuovo spazio ai soggetti intermedi; ripensare la funzione del lavoro nella società digitale; intervenire nel welfare non solo per “difendere” i cittadini, ma per accompagnare i nuovi processi sociali.

 

Ma soprattutto è urgente ricomporre il rapporto tra politica e amministrazione, attivando tutte le forme di rappresentanza e i soggetti che operano nel territorio per farli interagire con i processi di trasformazione in atto, secondo una logica di sussidiarietà, cioè lasciando libero nella sua attività l’ente che sta più in basso e che ha il compito di fare determinate azioni e lo fa al meglio. E non è quello che sta accadendo per la resistenza dell’attuale politica centralistica.  

 

Insomma dalla serata si è avuta conferma della necessità di un nuovo modello di governance: nelle conclusioni, il dott. Luigi Iacono ha evidenziato la necessità di realizzare nell’ambito della programmazione comunale un processo di pianificazione strategica, con una cooperazione intercomunale, partecipato dal basso, per lo sviluppo economico sostenibile, un processo in cui tutto il territorio ragioni come un sistema, anzi una comunità, che ha una comune visione della propria identità e degli obiettivi condivisi da perseguire per aprirsi ad un futuro più vivo e libero. 

 

Gli amministratori locali, ma anche le associazioni di categoria, gli imprenditori, i commercianti e i cittadini presenti, hanno accolto con interesse la proposta, su cui ora è necessario avviare un percorso di lavoro concreto.

 

Simonetta Rubinato

 

 

 

Riceviamo e pubblichiamo un articolo a firma di Simonetta Rubinato sul tema dell’autonomia del Veneto

 

La dirigenza nazionale e locale del Partito democratico rischia ancora una volta di essere percepita lontana dal sentire della maggioranza dei Veneti. Trincerarsi dietro la difesa dell’autonomia ‘buona’ proposta dall’Emilia Romagna per contrastare quella ‘cattiva’ del Veneto, come hanno fatto nei giorni scorsi alcuni dirigenti e parlamentari interpellati dai media, è pretestuoso e miope. Pretestuoso, perché nelle due bozze di intesa le norme su risorse finanziarie, compartecipazioni fiscali e investimenti sono le stesse (altro che 9/10 per il Veneto!) e le materie richieste da Bonaccini sono salite a 16, avvicinandosi alle 23 della proposta veneta.

 

Ed è miope, perché si continua ad ignorare due condizioni che fanno della richiesta di più ampia autonomia del Veneto un caso a sé: la collocazione storico-geografica della nostra regione – l’unica posta tra due a Statuto speciale, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, verso cui decine di Comuni veneti hanno già chiesto di migrare sull’esempio di Sappada -, e la storia e la cultura collettiva dell’autogoverno di queste terre, che si è manifestata chiaramente nel referendum consultivo che ha visto compatta la maggioranza assoluta dei cittadini. Un numero di Sì impressionante, 2,3 milioni, circa 1,3 milioni di voti in più di quelli presi da Zaia alle elezioni regionali 2015. Quindi tra essi anche tantissimi elettori democratici, con buona pace della classe dirigente del Pd regionale. Un sostegno popolare che ha certamente giovato anche al percorso del governatore Bonaccini, il quale, senza il via libera dato dalla Corte Costituzionale al referendum del Veneto, mai avrebbe avuto il coraggio di prendere l’iniziativa.

 

Del resto la valanga di resistenze dell’establishment della Capitale e del Sud, ma non solo, mostra bene la rilevanza della questione: si tratta di scegliere finalmente tra libertà o centralismo, tra potenzialità contenute da decenni nella nostra Costituzione o conservazione dello status quo. E io, come la maggioranza dei Veneti, non ho dubbi da che parte stare.

 

 

Simonetta Rubinato

Riceviamo e pubblichiamo un articolo a firma della presidente di “Veneto Vivo”, Simonetta Rubinato, che porta alla luce le proprie riflessioni in merito alla TAV e alle priorità del nostro Paese

 

Sulla TAV non possiamo permetterci l’ennesima discussione puramente ideologica tra chi è pregiudizialmente a favore o contro, come quella in atto nel Governo tra i due viceministri Salvini e Di Maio. Il ministro Toninelli renda perciò pubblica quanto prima l’analisi costi-benefici, già depositata dai tecnici, perché la decisione di costruire o meno linee ad alta velocità deve essere assunta dalla politica in modo trasparente e responsabile verso i contribuenti, atteso che investire decine di miliardi di euro su questo fronte significa giocoforza, considerati i vincoli derivanti dal debito pubblico, sottrarli nei prossimi anni ad altri programmi, come ad esempio alla sanità, alla scuola, al welfare. Per cui va dimostrato che l’alta velocità è una priorità per i bisogni di mobilità di persone e merci dell’Italia.

 

La stessa Corte dei Conti Europea in una relazione specifica sulla TAV ha avvertito che “la qualità della valutazione dei bisogni reali degli Stati membri è scarsa e la soluzione alternativa, che consisterebbe nel potenziare le linee convenzionali esistenti, spesso non è stata debitamente considerata, sebbene i risparmi conseguiti ricorrendo a tale opzione possano essere significativi. La decisione di costruire linee ad alta velocità si basa spesso su considerazioni politiche ed è raro che ci si avvalga di analisi costi-benefici per approdare a decisioni efficienti in termini di costi”. Nel Rapporto la Corte argomenta, tra le altre cose, che “ogni minuto risparmiato costerà in media più di 100 milioni di euro” e che la TAV in Europa è così costosa anche perché vengono costruiti binari per far viaggiare i treni fino a 300 km orari quando, in realtà, in media si riesce a viaggiare ad appena il 45% della potenzialità. Tra le prassi positive, viene citata dalla Corte la scelta alternativa alla TAV fatta per la tratta Venezia-Trieste di potenziamento della linea convenzionale esistente, con un risparmio di 5,7 miliardi di euro ed appena 10 minuti in più di tempo di viaggio.

 

Motivo di soddisfazione per chi, come me, ha contrastato dal 2010 con gli altri amministratori del territorio, sia come sindaco di Roncade, sia come parlamentare, l’insostenibile progetto di alta velocità della Giunta regionale del Veneto, per la cui inutile progettazione – ricordo – sono stati buttati via 14 milioni di euro dei contribuenti. Perché il punto non è essere pro o contro la TAV, ma stabilire di quali infrastrutture prioritarie hanno bisogno i cittadini e le imprese per sostenere la crescita e lo sviluppo e su queste destinare le risorse limitate disponibili.

 

 

Simonetta Rubinato, presidente “Veneto Vivo”

 

Riceviamo e pubblichiamo un articolo a firma dell’ex parlamentare Pd, Simonetta Rubinato, che porta alla luce le proprie considerazioni in merito al progetto di autonomia della nostra Regione

 

Sul quotidiano Il Mattino di Napoli si ripetono da settimane interventi delle élite meridionali per allarmare i cittadini del Sud. Sono mesi che il prof. Gianfranco Viesti sostiene che l’autonomia del Veneto “è una vera e propria secessione dei ricchi” e che con la sua attuazione “i principi costituzionali di uguaglianza possono essere, a breve, stravolti”, promuovendo anche una petizione contro il riconoscimento dell’autonomia differenziata alla nostra Regione. Forse il prof. Viesti confonde il Veneto con una delle Regioni a statuto speciale confinanti. Ecco allora qualche dato di realtà.

 

Il primato drammatico del numero di suicidi in Veneto a causa della crisi economica dal 2012 ad oggi, che lo vede precedere in classifica la stessa Campania, conferma che la ricchezza dei Veneti non è quella derivante dalle grandi imprese pubbliche, assicurative e della finanza, ma quella prodotta da tantissimi piccoli e medi imprenditori, artigiani e lavoratori autonomi, che devono reggere alla sfida della competitività nonostante un fisco e una burocrazia oppressivi. Anche l’incidenza della povertà relativa delle famiglie, passata tra il 2007 e il 2017, in Veneto, per gli effetti della crisi, da un quarto a metà di quella nazionale (dal 2,5% al 6,1%), risulta nell’ultimo anno anche se di poco più elevata di quella registrata al Nord (5,9%). Certo, si tratta di un dato molto inferiore a quello delle regioni del Sud, ma conferma l’aumento dell’impoverimento relativo delle famiglie venete, colpite da ultimo anche dal fallimento delle due banche popolari.

 

Quanto alla violazione del principio di uguaglianza, i numeri della Ragioneria dello Stato dicono che a dolersene dovrebbero essere proprio i Veneti. Anche dall’ultimo Report sulla Spesa pubblica regionalizzata risulta infatti che la spesa finale statale per abitante nel 2016 è stata di euro 2.802 in Veneto contro i 3.737 euro in Campania. In particolare la spesa per abitante in istruzione scolastica è stata di 636 euro in Campania, contro i 477 euro in Veneto. Il che conferma che la spesa statale attuale è molto variabile fra le diverse regioni ed è più alta proprio dove si produce meno ricchezza e i servizi sono peggiori. Il che significa che la redistribuzione statale delle risorse fiscali include sprechi, inefficienze e clientele che non favoriscono i cittadini del Sud mentre stanno impoverendo i cittadini di alcune regioni del Nord.

 

C’è da stupirsi che i Veneti chiedano di cambiare questo sistema? No, c’è da stupirsi che certa intellighenzia del Sud lo difenda.

 

 

Simonetta Rubinato

Presidente “Veneto Vivo”

Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’ex parlamentare Pd Simonetta Rubinato, che porta le proprie considerazioni in merito a un fatto di cronaca accaduto di qualche settimana fa, il cui tema politico rimane tuttavia di grande attualità

 

Hanno avuto vasta eco sui media delle scorse settimane le dichiarazioni sull’aborto della senatrice dem Monica Cirinnà. Stando a quanto da lei dichiarato sembra che nel Partito democratico non possano essere tollerate posizioni di coscienza diverse dalla sua sui diritti umani, sui diritti delle donne e sulle libertà. Secondo Cirinnà o si è abortisti o non si è del Pd, ignorando quanto afferma il Manifesto fondativo dei valori sul principio della laicità dello Stato: il quale “garantisce il rispetto di ogni persona nelle sue convinzioni più profonde e assicura a ciascuno gli stessi diritti e gli stessi doveri”, in quanto concepito “come rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali, e quindi anche come riconoscimento della rilevanza, nella sfera pubblica e non solo privata, delle religioni, dei convincimenti filosofici ed etici, delle diverse forme di spiritualità”.  Quello che per lei invece è “un fritto misto” indigeribile.

 

Ricordo che proprio ispirandosi al pluralismo culturale e allo spirito democratico fondativo approvammo nel febbraio del 2008 al Senato, in occasione dei trent’anni dall’introduzione della legge n. 194, una mozione sottoscritta da tutte noi senatrici del Gruppo Pd, dalla Finocchiaro alla Binetti, che impegnava il Governo alla “piena attuazione della legge 194”. In quella mozione tra le altre cose si impegnava il Governo anche a “dare applicazione con forza agli art. 1, 2, 3, 5 della legge, relativi alla prevenzione, sottolineando come la legge tuteli la vita fin dal suo inizio e riconosca il valore sociale della maternità” e a “riferire al Parlamento sullo stato di applicazione dell’art. 2 della legge, cioè sulla capacità dei consultori di intervenire per prevenire gli aborti e proporre alle donne aiuti concreti e soluzioni agli eventuali problemi che possono indurre ad interrompere la gravidanza.

 

Quello spirito democratico e laico, capace di dare spazio a persone di diverso orientamento culturale, religioso ed etico su valori fondamentali come quelli della vita, della maternità e della libertà di tutte le donne, abita ancora oggi nel Pd?

 

 

Simonetta Rubinato

ex parlamentare Pd

Di fronte al dibattito sulla ipotesi di creazione di una grande holding autostradale del Nordest in mano alle Regioni non si sa se ridere (se è solo propaganda) o piangere (se si fa sul serio). Vediamola dalla parte del cittadino, utente e contribuente. Abbiamo presente la vicenda della Serenissima, l’autostrada Brescia-Padova, in cui per mantenere la maggioranza pubblica l’allora Presidente della Provincia di Vicenza la indebitò per 80 milioni di euro, favorendo altresì da deputata nel 2008 la proroga della concessione al 2026 ex lege, e finita con la vendita nel maggio 2016 ad Abertis a metà prezzo? E abbiamo presente l’entità del pedaggio, peraltro continuamente aumentato, per percorrere appena 32 km sul Passante di Mestre? Per non parlare di quello che ci costerà alla fine il project financing della Pedemontana.

 

Ecco perché già nel gennaio 2016 avevo manifestato la mia preoccupazione quando ho letto sui giornali che il Presidente Zaia e l’allora collega De Menech facevano a gara su chi aveva avuto per primo l’idea della holding autostradale del Nordest. Addirittura Zaia allora stava valutando l’acquisto della maggioranza della Brescia-Padova, comprata peraltro 4 mesi dopo da Abertis. Allora il Governatore disse: “Il nostro approccio non è quello di gestire il potere, ma di riuscire ad offrire un beneficio al territorio in tema di pedaggi ed infrastrutture”. Condivido, ma il punto è come si raggiunge: non mi pare che gli esempi che ho appena ricordato vadano in direzione di questo obiettivo.

 

Per questo ribadisco quanto dichiarai allora, a margine di una mia interrogazione proprio sulle tariffe autostradali più care d’Europa pagate dai cittadini nella nostra Regione. Per avere pedaggi più bassi e investimenti adeguati sono essenziali due condizioni: la prima, procedere con gare pubbliche nell’assegnazione delle concessioni autostradali, magari chiedendo oltre a investimenti effettivi anche agevolazioni per i pendolari per ragioni di studio o lavoro o cure mediche. Mentre l’ipotesi di una nuova grande holding pubblica è funzionale proprio a evitare le gare a favore dell’affidamento in house della gestione della rete. E qui si tratta eccome di gestione del potere, attraverso le nomine degli amministratori, quasi sempre lottizzate dai partiti più che fatte sui curricula, con interferenze sulle strategie aziendali da parte dei Governi di turno, che più che gli investimenti amano i dividendi: tanto se la gestione risulta cattiva pagano i contribuenti/utenti. La seconda condizione, è la presenza di Strutture pubbliche con risorse tecniche e professionali in grado di monitorare e vigilare in modo efficace sulla gestione. Che i fatti ad oggi dimostrano essere assai carenti.  

 

Siamo dunque sicuri che sia questa la strada per meglio tutelare l’utenza autostradale del nostro territorio? E dove si troveranno le risorse per acquistare le concessionarie da azionisti privati e banche, che hanno tra l’altro finanziato gli investimenti già effettuati? Qual è il ruolo dell’Anas nell’operazione? In ogni caso temi così rilevanti dovrebbero essere oggetto di un confronto approfondito, aperto e partecipato. Anche perché la strada maestra per una maggiore trasparenza ed efficienza delle gestioni è l’effettiva distinzione tra amministrazioni pubbliche concedenti, che devono svolgere le gare ed esercitare i dovuti controlli, e società concessionarie che si devono occupare della gestione.

 

 

Simonetta Rubinato

Presidente Veneto Vivo

 

L’emendamento approvato lunedì scorso al DL Milleproroghe per l’utilizzo degli avanzi di amministrazione da parte dei Comuni virtuosi non rappresenta nessuna svolta storica, come molti esponenti della maggioranza vogliono far pensare, a partire dal ministro veneto per i rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro. Il Governo del cambiamento si sta muovendo in perfetta continuità con i Governi precedenti, cercando di limitare il diritto degli Enti locali virtuosi alla piena disponibilità ed utilizzo dell’avanzo di amministrazione una volta accertato in sede di rendiconto. In questo modo il Governo di due forze politiche che si dichiarano a favore dell’autonomia disattende in realtà l’attuazione di un elemento fondamentale dell’autonomia finanziaria dei Comuni stabilito dalle recenti sentenze della Corte costituzionale n. 247/2017 e n. 101/2018, confermando gli stessi ostacoli burocratici che in questi anni hanno impedito gli investimenti dei Comuni sui territori.

 

Eppure i dati SIOPE indicano per il 2018 un ulteriore calo degli investimenti su base tendenziale, con le conseguenti ricadute negative anche sulla crescita complessiva del PIL. Visto quindi che ci sono spazi previsti dall’ultima legge di Bilancio per investimenti che si sa già non verranno utilizzati, che senso ha continuare a bloccare gli avanzi disponibili dei Comuni virtuosi? Il fondo previsto nell’emendamento per appena 1 miliardo di euro in 4 anni di fatto prova a bloccare ancora per anni risorse proprie dei Comuni per almeno 3 miliardi. Ma grazie al cielo la Corte costituzionale ha già stabilito chiaramente che i Comuni hanno la piena disponibilità di queste risorse.

 

Si tratta perciò di un emendamento inutile e inefficace, perché non rispetta il principio del pareggio di Bilancio stabilito in Costituzione. E che, peraltro, crea una ulteriore iniquità a danno dei Comuni virtuosi delle Regioni a statuto ordinario, visto che le Province Autonome di Trento e Bolzano e la Regione Friuli Venezia Giulia hanno già approfittato delle sentenze della Consulta, mostrandosi su questo più pronti e coraggiosi del governatore veneto Luca Zaia.

 


Simonetta Rubinato

Presidente “Veneto Vivo”

In contemporanea con l’annuncio su Facebook del Presidente Zaia, di aver inviato al ministro per gli affari regionali la proposta di legge delega per l’autonomia del Veneto, abbiamo letto sulle agenzie l’annuncio del presidente della Liguria Toti di avvio del percorso dell’autonomia come scelta strategica sul fronte della portualità, affinché Genova diventi ‘il principale crocevia delle merci in movimento nel Mediterraneo e verso i mercati del centro e nord Europa’.

 

Non sembra invece che chi governa il Veneto abbia presente quanto sia altrettanto strategico restituire al porto di Venezia l’accessibilità nautica, sacrificata sull’altare della salvaguardia affidata al sistema MOSE, per cogliere la straordinaria opportunità che esso sia il punto di arrivo della via commerciale della Seta e possa competere alla pari con i porti del Nord Europa (oltre che di Atene e Instanbul). Accessibilità possibile solo con la realizzazione del VOOPS (Venice offshore onshore port system), di cui però Zaia non sembra interessarsi.

 

Eppure, senza difendere fermamente la centralità per tutto il Nordest del rilancio di quello che fu per secoli l’asset strategico della potenza della Serenissima, cioè il suo porto tra Europa e Oriente, neppure il valore dell’autonomia e dell’autogoverno che Zaia si accinge ad esigere potranno esprimere tutte le ricadute positive che auspichiamo per il bene dei Veneti di oggi e delle future generazioni. Rimanendo fedeli alla vocazione di Venezia, città che – riprendendo le parole rivolte nel 1198 da una delegazione di messi veneziani a Papa Innocenzo III – “non si preoccupa d’agricoltura, ma piuttosto rivolge i propri sforzi alla navigazione e ai commerci”.

(“Nostra civitas non agricolturis inservit, sed navigiis potius et mercimoniis est intenta”).

 

Simonetta Rubinato

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