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Il sentiero per un governo M5s-Lega è stretto, com’era prevedibile, sia per le contraddizioni programmatiche delle due forze politiche, sia per i vincoli finanziari e normativi esterni con cui anche loro devono fare i conti per non caricare ulteriore debito sulle future generazioni.

 

Anche se non è questo il governo che vorrei per l’Italia, non sono tuttavia tra coloro che tifano per l’insuccesso di questo tentativo. Perché il relativo fallimento costituirebbe comunque un danno per la nostra democrazia rappresentativa. Invece, se il consenso che hanno ricevuto dalla maggioranza degli elettori, in nome del cambiamento, fosse ben indirizzato potrebbe dare una spallata a quel centralismo burocratico e fiscale che frena da sempre lo sviluppo dell’Italia.

 

Qui sono però destinate a emergere due contraddizioni: può la Lega propugnare il sovranismo nazionale contro l’Europa e insieme realizzare il federalismo tanto atteso dal Nord? Può il M5s conciliare lo statalismo assistenzialista/dirigista delle sue proposte con la battaglia per l’autonomia di territori come il Veneto, che pure ha sostenuto? Contraddizioni che spiegano perché è del tutto assente nel contratto di governo sia ogni riferimento al completamento della riforma federale dello Stato, sostituita da un generico “regionalismo”, sia all’attuazione del federalismo fiscale.

 

Certo, considerato gli oltre 2 milioni e mezzo di Veneti che hanno votato per l’autonomia il 22 ottobre scorso e il cappotto di parlamentari fatto dalla Lega sul nostro territorio, è il minimo sindacale che al punto 19 sia presente l’impegno di portare “a conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte”, con il “trasferimento delle risorse necessarie” alle ulteriori competenze. Ma è cosa ben diversa dal riconoscere anche al Veneto l’autonomia tributaria necessaria alla competitività del territorio. Come per le Regioni speciali confinanti.

 

Spero di sbagliarmi, ma temo che le posizioni sovraniste/stataliste delle due forze politiche tendano verso politiche fiscali centraliste piuttosto che di decentramento fiscale ispirato ai principi di sussidiarietà e responsabilità, con il rischio di un ulteriore sforamento dei conti pubblici per accontentare le opposte istanze dei rispettivi elettorati, al Nord e al Sud.

 

Solo il federalismo infatti “chiama a giudizio la burocrazia” (efficace espressione del prof. Bertolissi), costringendola all’efficienza e responsabilizzando ogni livello di governo, dai Comuni ai Ministeri. Perché impone a chi ha il potere di decidere la spesa di chiedere le relative risorse ai contribuenti, fornendo un potente strumento di controllo democratico agli elettori.

 

Spero che il Partito Democratico, riflettendo sulle ragioni della propria sconfitta e rammentando che tra gli impegni del decalogo scritto da Veltroni nel 2007 vi era anche quello di“completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali”, incalzi in questo senso l’eventuale nuovo Governo.

 

on. Simonetta Rubinato

Ieri si è tenuta la direzione nazionale del Partito democratico, per definire la linea da tenere su possibili accordi con le altre forze politiche per dare un Governo al Paese, a due mesi dal voto del 4 marzo. Sul tema interviene l’on. Simonetta Rubinato.

 

“Chi ha perso non può governare”, ha detto Renzi domenica sera nello studio di Fabio Fazio. Così come chi si è dimesso da segretario – aggiungo io – non dovrebbe dare, in diretta tivù, la linea al partito. Certo, non si può negare che quanto detto da Renzi domenica 29 aprile appare ragionevole e fondato: “Come possiamo fare un governo con chi ha un’altra visione del Paese, un programma alternativo al nostro e ci ha coperto d’insulti in Parlamento e in campagna elettorale?”

Tanto più che la maggioranza della base del Pd probabilmente è anche d’accordo con lui. Del resto Renzi è stato confermato come segretario a grande maggioranza con le primarie di appena un anno fa ed è forte del fatto di essersi blindato nei gruppi parlamentari con liste fatte di fedelissimi, oltre che della debolezza di una classe dirigente che ha assecondato ogni sua decisione senza avere mai il coraggio di contraddirlo in alcuno dei passaggi che hanno portato il Pd alla sconfitta del 4 marzo.

 

L’unica leadership che quindi oggi ha la forza – nel bene e nel male – di controllare organismi del partito e gruppi parlamentari è ancora quella di Renzi. Ma allora sia coerente: ritiri le sue dimissioni e si prenda apertamente la responsabilità delle scelte di questa fase. E delle relative conseguenze.

 

Tatticamente la sua chiusura da Fazio, prima ancora di sedersi al tavolo di confronto con il M5s per vederne la proposta, è stata infatti, a mio avviso, un errore: oltre a delegittimare reggente e direzione del partito, con la conseguenza di una possibile spaccatura, ha dato a Di Maio la stura per dire agli italiani che si deve tornare a votare subito per responsabilità del Pd. Il cui ex segretario non ha ancora metabolizzato la bocciatura del referendum costituzionale da parte degli elettori e nel salotto di Fazio è sembrato sottintendere: “Ecco, vedete: avete votato No alla mia riforma e ora ne state pagando le conseguenze”.

 

Ma gli elettori non amano ammettere di aver sbagliato e tanto meno apprezzano le ripicche di coloro a cui hanno comunque già dato una chance per governare il Paese. Tanto più che imputano al Pd ha la responsabilità principale di aver approvato l’attuale legge elettorale proporzionale, che senza un accordo tra le forze politiche entrate in Parlamento si sapeva già non avrebbe consentito di fare un nuovo governo.

 

Per questo le elezioni anticipate rischiano di essere un ballottaggio tra Di Maio e Salvini, all’insegna dell’invito al “voto utile al cambiamento”. Con il nuovo leader del centrodestra che non ha sbagliato ad oggi una mossa e che, a differenza dei vertici del Pd, sa che bisogna presidiare il territorio.

 

Uno scenario questo che dovrebbe essere la preoccupazione prima per la dirigenza del Pd. Invece allo stallo in Parlamento fa da specchio lo stallo nel Pd, che rischia di dividersi ulteriormente, sia ai vertici che alla base, perché ogni opzione ha costi rilevanti. E ciò rende impossibile, al momento, ogni possibilità di analisi oggettiva delle ragioni della sconfitta del 4 marzo per consentire una ripartenza del centrosinistra.

 

On. Simonetta Rubinato

Oggi aspettiamo l’esito della direzione del partito Democratico per sapere se l’impossibile sarà possibile. Se, cioè, i litiganti di ieri, saranno gli alleati di domani. Siamo al paradosso? Pare di sì. Il male assoluto è diventato il meno peggio.

 

Di Maio ha chiuso il “forno” con il centrodestra per i troppi veti da lui stesso posti in essere, ma rischia di trovare chiusa la panetteria democratica causa di dissidi tra i troppi comproprietari. E così è successo che un partito con le vele gonfie di consenso ha preso la rotta degli scogli, almeno momentaneamente, come si è visto alle elezioni regionali in Molise e ancora in modo più evidente in Friuli Venezia Giulia.

 

Se il consenso non si tramuta in azione politica rischia di svanire. Non bastano i proclami, le invettive, le promesse. Gli italiani hanno già votato e non hanno voglia di rivotare.

 

Mattarella convoca i partiti per il quarto giro di consultazioni e gli italiani ormai faranno anche a meno di accendere il televisore per sapere gli esiti. Il dado è tratto quindi? Sicuri che andremo verso un governo “del presidente” per poi rivotare a breve in autunno? Aspettiamo di saperlo oggi pomeriggio. Vedremo se lo spauracchio di un nuovo voto a ravvicinato, che si potrebbe tramutare in un referendum tra lega e 5stelle e quindi in una esiziale sconfitta per il PD, incoraggerà i dirigenti democratici a prendere la via del dialogo. Sarà il trionfo dell’impossibile? Se sarà, la politica che era per Bismarck “l’arte del possibile” diventerà anche l’arte dell’impossibile.

 

Riccardo Barbisan

In un post sul suo profilo Facebook, il consigliere regionale Riccardo Barbisan commenta quanto raffigurato su un muro di un sottopassaggio a Treviso. Dure le parole da parte del consigliere della Lega Nord, che parla di un fatto “violento, grave, allarmante per una società che si definisce democratica”. Il post riporta l’immagine tutt’ora presente e raffigurante un omino appeso a testa in giù, accompagnato dalla scritta  “LEGA…TI a testa in giù”. Un chiaro riferimento al suo partito.

 

“È un atto intimidatorio – prosegue l’esponente leghista – molto probabilmente opera di quei centri sociali che con l’amministrazione Manildo hanno trovato casa gratis e bollette pagate. Atti simili sono estremamente pericolosi in quanto manifestano una grave intolleranza verso le forze politiche che hanno sempre sostenuto le proprie idee e posizioni senza mai nemmeno lontanamente arrivare a simili nefandezze.”

 

“Mi auguro che la Magistratura indaghi e che l’amministrazione comunale provveda a ripulire una simile schifezza, che offende tutti coloro che credono nella democrazia e che provano disagio e profondo sdegno verso questi gravi atti di intolleranza.” Barbisan conclude con un auspicio: “Spero che tutte le forze politiche democratiche prendano sempre la distanza da simili attacchi, non solo quando provengono da una parte politica avversaria, ma non ci interessa la solidarietà di chi prima sostiene certi con i fatti gruppi e poi con le parole prende le distanze”.

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