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Tanta buona musica presente nel programma della stagione teatrale estiva 2019 del Busan; ecco l’elenco degli appuntamenti:

 

Tullio Solenghi
Trio d’Archi di Firenze
Mittente: Wolfgang Amadé Mozart
Lettere e Divertimento per trio d’archi KV563
Martedì 21 maggio · ore 21 – Teatro Busan, Mogliano Veneto

Elio
Scilla Cristiano
Opera Buffa!
Il Flauto Magico e cento altre bagatelle…
Lunedì 10 giugno · ore 21 – Piazzetta Teatro, Mogliano Veneto
In caso di maltempo, lo spettacolo andrà in scena presso il Teatro Busan

 
Peppe Servillo
Pathos Ensemble
L’histoire du Soldat
Un percorso a ritroso tra le due guerre mondiali
Martedì 18 giugno · ore 21 – Piazzetta Teatro, Mogliano Veneto
In caso di maltempo, lo spettacolo andrà in scena presso il Teatro Busan

Banda Osiris
Le dolenti note.
Il mestiere del musicista: se lo conosci lo eviti
Lunedì 24 giugno · ore 21 – Piazzetta Teatro, Mogliano Veneto
In caso di maltempo, lo spettacolo andrà in scena presso il Teatro Busan

 

Info e prenotazioni: http://www.cinemabusan.it/stagione-teatrale-estiva-2019/

L’oriente torna ad essere protagonista in via Verdi con un evento straordinario proposto dall’Associazione Culturale Coreana del Veneto e Via Verdi Viva in collaborazione con il Comune di Venezia – Le Città in Festa.

Ad esibirsi sarà il gruppo di arte popolare tradizionale coreana Cheong-Choon in tour in Italia e impegnato a trasmettere e conservare le tradizioni coreane mediante balli e canti popolari.
Ad esibirsi saranno numerosi musicisti e cantanti accompagnati da ballerine nei tipici abiti coreani.

L’evento ha la sua genesi nella rete di contatti e relazioni sviluppate proprio nelle attività di via Verdi, a dimostrare quanto queste siano importanti per la vita della città ed il tessuto economico e sociale.

La collaborazione con tra l’Associazione Culturale Coreana del Veneto e Via Verdi Viva portò già lo scorso anno ad un grande evento, Oriente, che vide in via Verdi una serie di attività culturali e musicali legate al mondo orientale. La partecipazione all’evento fu molto numerosa e molti furono gli apprezzamenti da parte dei presenti.

In caso di pioggia l’evento si svolgerà nella sede dell’Associazione Culturale Coreana del Veneto in via Verdi 34.

L'”Associazione Amici della Musica – Toti Dal Monte” annuncia che domani, domenica 19 maggio 2019, alle ore 20.45 ci sarà un concerto Gospel con la Venice Gospel Community Choiraccompagnato dalla cantante Joselin St.Aimee. L’evento musicale si terrà presso la Chiesa di S.Maria Assunta di Mogliano Veneto (TV).

 

Il concerto è organizzato e svolto grazie alla collaborazione con il Coordinamento Volontariato Treviso Sud e della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Mogliano.

 

L’ingresso è gratuito e aperto a tutti gli interessati.

 

 

Photo Credits: Facebook @Joselin-StAimee

Venerdì 17 maggio, dalle 19 alle 24, torna l’appuntamento con musica e aperitivi in piazza. L’evento, ormai collaudato, anche questa volta è organizzato da Paolo Meneghetti e Mattia Miccolis.

 

Sei locali sei situazioni musicali: Assaggi ospita Tommaso Messina, Cul de Sac ospita Timacoma vinyl selecta, Avenue ospita Gianluca Marcati/Vidc, Divinus ospita Lorenzo Rigo, Bocca di Bacco ospita Angelino e Goppion Caffè ospita Tuby Rubber.

 

“Questo secondo noi – precisa Paolo Meneghetti – è un evento che si è consolidato in quanto il fatto di coinvolgere più locali si è rivelata una idea vincente”.

 

“Alla gente piace uscire la sera passeggiare e trovare un po’ di movimento e di musica. Speriamo di poter continuare a proporre questi eventi e magari farli crescere attraverso il dialogo con l’amministrazione che verrà eletta”.

 

Venerdì, sabato e domenica si sono svolte per il quinto anno a Caorle (VE) le attese finali nazionali di Festival Show Casting 2019; queste hanno registrato un importante successo di pubblico portando sul palco artisti emergenti di grande livello, giudicati da una giuria d’eccezione.

 

I partecipanti

C’erano giovani cantanti e musicisti da ogni regione d’Italia: sono stati ascoltati circa 300 ragazzi arrivati dalle decine di audizioni svoltesi da gennaio ad aprile e domenica 5 maggio sono stati decretati i vincitori che questa estate saliranno sul palco di Festival Show, il festival itinerante dell’estate italiana con i big della musica, organizzata da RADIO BIRIKINA e RADIO BELLA & MONELLA e condotto da Anna Safroncik.

 

Domenica la finale dei giovani emergenti, con 30 artisti, è stata condotta dalla bellissima Hoara Borselli e si è svolta per la prima volta al Palasport di Caorle. Dopo ben 4 anni in cui il borgo storico sul mare ha ospitato le finali in Piazza Matteotti, in questo quinto anno, per ovviare al maltempo, è stato necessario un cambio location che però ha esaltato ancora di più l’evento, permettendo a centinaia di persone di vedere la finale in un luogo riparato e con un’ottima acustica.

 

 

Le reazioni del pubblico

Grande entusiasmo del pubblico per le capacità dei finalisti che si sono esibiti di fronte all’eccezionale e qualificata Giuria che ha agito con grande professionalità. Mario Luzzatto Fegiz, Marco Masini, Omar Pedrini, Rossana Casale, Fausto Cogliati e Mauro Paoluzzi sono rimasti riuniti più di mezz’ora per stilare la classifica dei 12 vincitori: Alberto Boschiero (TV), Ambra Flamini (FR), Camì (TN), Carlo Borghesio (PD), Devis (CH), Ellynora (RM), Enrica Tara (LT), Irene e Francesco (LI), Jessica Tozzato (VE), Kram (RC), Miriana D’Albore (CE) e Tobia (VI).

 

Questi 12 emergenti si esibiranno durante le tappe di Festival Show, che partirà da Padova il 30 giugno. Il vincitore dell’edizione 2019 verrà proclamato nell’ultima data della kermesse nella splendida Piazza Unità d’Italia a Trieste il 7 settembre.

 

Non solo musica

È stata presentata anche la Dance Crew Selecta 2019 guidata da Etienne Jean Marie ed è stata incoronata la Miss Amen Anteprima Caorle, Sara De Lazzari, studentessa di Mestre, che accederà direttamente alla finale di Trieste per concorrere a Miss Amen 2019.

Inoltre sabato 4 maggio si è svolta la finale della sezione “Prime voci” (8-14 anni), con una giuria presieduta dal maestro Adriano Pennino. Hanno vinto Daniele Pollino (TP), Francesco Carrer (TV) e Benedetta Catenacci (FR) che si esibiranno nella penultima tappa della kermesse.

 

Le finali del Casting

Le finali di Festival Show Casting 2019 si sono svolte in collaborazione con la Città di Caorle e sono state condivise dalla Regione Veneto. Festival Show arriverà a Caorle il 25 luglio.

E quest’anno i giovani artisti in gara hanno un motivo in più per ambire al palco di Festival Show,: infatti, questa edizione sarà ancora più speciale perché la rassegna compie 20 anni!

 

20 anni di Festival Show

Una storia entusiasmante fatta di volti celebri, di sorrisi, di applausi ma anche di impegno e fatica per poi, alla fine, affacciarsi ogni sera su piazze gremite. Dagli inizi nel 2000, da un’idea di Roberto Zanella, editore del più potente network radiofonico del nord Italia, Festival Show è arrivato a conquistare prima l’Arena di Verona, dove si è svolta per quattro anni la finale, e dall’anno scorso la storica Piazza Unità d’Italia a Trieste, la piazza più grande d’Europa affacciata sul mare.

 

Negli anni la squadra di Festival Show si è sempre distinta per affidabilità e professionalità

La direzione commerciale e artistica è di Mariano Sannito, il coordinamento artistico di Stefano Favero. Valore aggiunto è dato dallo staff tecnico; da sempre con stile e professionalità costruisce un grande show applaudito da decine di migliaia di persone. Poi ci sono gli sponsor, che animano il pre-show, il backstage e impreziosiscono le piazze con i loro stand.

 

La direzione della fotografia è affidata a Renato Neri (light designer di eventi come Festivalbar) che rinnova il palco in ogni edizione; mentre la regia televisiva è di Claudio Asquini. In ogni tappa gli artisti sono accompagnati dal corpo di ballo guidato da Etienne Jean Marie; sarà presente anche la sezione Young dell’Orchestra Ritmico Sinfonico Italiana, già protagonista di Sanremo Young su Rai Uno: formata da ben sette elementi; a cui si aggiungono tre fiati e tre coristi, racchiude alcuni tra i migliori giovani musicisti del panorama nazionale provenienti da tutta Italia.

 

Festival Show è anche solidarietà; grazie al sodalizio con la Fondazione Città della Speranza che si occupa di raccogliere fondi per i bambini malati di gravi patologie. Da sempre, infatti, promuove nelle piazze una raccolta fondi che alla fine delle otto tappe viene versata nelle casse della Fondazione. Festival show ha donato in questi anni 630.000 euro.

 

Per info: www.festivalshow.it

 

Il trio prosegue a Venezia il suo tour 2019. E così, mercoledì 8 maggio, alle ore 19.00, gli Scarlett suoneranno live a Venezia, all’Osteria Da Filo (Santacroce 1539).

 

Gli Scarlett sono un neosoul trio. Un mix frizzante di melodia e groove, jazz ed elettronica. Il progetto nasce dall’incontro di tre specialisti: il cantautore Lorenzo Pagni, il trombettista e producer Mattia Salvadori, il chitarrista e arrangiatore Diego Ruschena.

 

Nei primi mesi di attività, avendo pubblicato soltanto la cover Talk Is Cheap di Chet Faker, riescono a portare la loro musica in Italia e all’estero realizzando due mini tournèe: una in Sicilia e una tra Francia e Olanda. Chiudono il 2018 aprendo un concerto di Francesca Michielin e iniziano il 2019 aprendo i concerti di Ainé e Uochi Toki, dimostrando il valore dei loro brani e della loro presenza scenica su ogni genere di palco.

 

Le loro canzoni sanno di fresco, sono una ventata di novità che unisce frammenti di vecchio e nuovo, con testi che parlano, con sensibile umorismo e critica empatia, delle fasi di passaggio tra i 25 e i 30 anni.

 

 

Foto credit: FB @scarlettmusic2018

Doppio concerto per il primo appuntamento di maggio di Candiani Groove che vedrà sul palco martedì 7 alle ore 21 il chitarrista americano Marc Ribot, preceduto sul palco dall’ Humpty Duo, formazione composta da due giovani e talentuosi musicisti udinesi, Luca Dal Sacco, chitarra, e Matteo Mosolo, contrabbasso.

 

Il groove al Candiani è assicurato dal chitarrista americano dal talento straordinario Marc Ribot, con la sua innata capacità di catturare l’interesse tanto dei seguaci del rock indipendente, quanto degli appassionati di jazz, blues e musiche afroamericane in senso lato. Negli oltre quarant’anni di carriera ha attraversato i territori musicali più disparati: dal jazz di John Zorn alla canzone d’autore di Elvis Costello e Tom Waits, dalle atmosfere newyorchesi dei Lounge Lizards alla musica cubana di Arsenio Rodriguez (con Los Cubanos Postizos), dal rock quasi cacofonico dei Ceramic Dog al funk–soul di The Young Philadelphians, gli ambiti in cui il chitarrista di Newark ha lasciato una significativa impronta sono davvero molti.

 

Per certi versi il percorso artistico di Ribot è un inno alla complessità e alla ricchezza della musica popolare delle Americhe. Allo stesso tempo la produzione come solista è una delle costanti della sua ricerca (sono sei gli album incisi in completa solitudine), dall’interpretazione delle opere del suo mentore, il compositore haitiano Frantz Casseus, o dell’amico John Zorn, fino al più recente Silent Movies (2010), che molti considerano uno dei suoi dischi più riusciti.

 

Ha scritto sulla rivista Suono il critico Sergio Spada: “…. È musica immaginata su film della sua mente, per quanto alcuni titoli (Solaris) rispondano al vero. È un jazz, quello di Ribot, semplice ed emozionante, scarno, potenzialmente e potentemente adatto ad accompagnare immagini, ricordi, costruzioni della mente, sia del musicista che di chi si trovi fortunatamente ad ascoltare questo gioiello…”.

 

Ad aprire la serata, la musica dell’Hampty Duo

La serata sarà aperta dall’Humpty Duo, formazione composta da due giovani e talentuosi musicisti udinesi, Luca Dal Sacco, chitarra, e Matteo Mosolo, contrabbasso, che proporranno un’originale interpretazione in chiave jazzistica di canzoni (fra cui le celebri Roxanne e Message in a Bottle) tratte dal repertorio di Sting. Il progetto, ambizioso e curato nei minimi dettagli, parte da quelle canzoni per evolversi in un jazz acustico sempre intriso di cantabilità e di groove. Il titolo scelto, Synchronicities, oltre a richiamare direttamente uno dei capolavori dei Police, svela al tempo stesso quel principio invisibile che nel disco, così come nei concerti, connette e lega chitarra acustica e contrabbasso: il principio della sincronicità, che Sting aveva definito impercettibile e inesprimibile.

 

 

Info utili

Ingresso: intero euro 15 – ridotto possessori tessere Cinema Più e Img, soci Caligola, Casa della cultura iraniana euro 12 – ridotto Candiani Card, studenti fino a 26 anni euro 10 – ridotto speciale under 14 euro 3

Biglietti in vendita alla biglietteria del Centro e online (diritto di prevendita 1 euro)

Orari biglietteria: martedì e giovedì 16.00 – 18.00

mercoledì e venerdì 10.00 – 12.00

sabato 16.00 – 20.00. In occasione degli spettacoli, da due ore prima dell’inizio

Fabrizio de Andrè, Luigi Tenco, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Lucio Dalla… tutti noi conosciamo i loro nomi. C’è un nome, invece, che sebbene tutti loro conoscano, ai più è rimasto sconosciuto: Gian Franco Reverberi.

 

Sono riuscita a mettermi in contatto con Gian Franco attraverso una conoscenza in comune e in breve tempo abbiamo fissato una data per l’intervista. Per questo, in una di quelle tipiche giornate di sole romane incastonate nel blu, il compositore e musicista genovese mi accoglie nella sua casa, pur essendo afflitto da una tremenda bronchite. Ci accomodiamo; il clima pungente mi fa preoccupare sulle conseguenze che potrebbe avere sul suo stato di salute. Lui non sembra farci caso. Gian Franco è caloroso e genuino, e con i suoi pantaloncini color kaki e i baffi spruzzati di bianco, a prima vista potrebbe dare l’idea di essere un pensionato qualunque, ma l’effetto dura poco. Basta guardarsi attorno, nel suo reame, per realizzare che quest’uomo non è come tutti gli altri. Nell’anticamera, prima del suo studio di registrazione, c’è la stampa di una fotografia in bianco e nero che lo ritrae nei suoi tardi vent’anni, sempre con gli stessi baffi -in questo caso neri-, insieme a degli amici intimi. Da sinistra a destra: Giorgio Gaber, Gian Franco Reverberi, Pallino Tomelleri, Luigi Tenco e Rolando Ceragioli. La foto venne scattata al Santa Tecla, un club di Milano, dove si trovano a suonare quella sera, dando inizio a un complesso che formeranno in seguito sotto il nome “I Cavalieri”. Per guadagnare qualche lira e partecipare alle feste studentesche, formarono anche un gruppo che accompagnava il cantante. La formazione era composta da Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Pallino Tomelleri, Nando de Luca, Luigi Tenco e Gian Franco. Il cantante era Il ragazzo della via Gluck, Adriano Celentano. Nella foto portano tutti e cinque la stessa camicia bianca e pantaloni della stessa fattura, e se ognuno mostra tra le mani uno strumento musicale, sulla faccia ognuno v’ha un’espressione diversa.

 

Quando accendo il registratore Gian Franco si innervosisce visibilmente. Anche se è evidente che si sente a disagio, non mi chiede di spegnerlo. Per cui, iniziamo. Insieme a suo fratello Gian Piero (il celebrato arrangiatore di Fabrizio de Andrè, Mina e Lucio Battisti, nonché geniale inventore del Rondò Veneziano), Gian Franco fece parte dei fondatori della rinomata Scuola Genovese. Tale scuola fu il movimento culturale e artistico sviluppatosi e radicatosi, a partire anni sessanta dello scorso secolo nel capoluogo ligure e prevalentemente legato alla canzone d’autore italiana. C’è una ragione se fu proprio questa città abbarbicata sui monti a diventare in quegli anni la culla della rivoluzione musicale dello stivale. Genova, che nella sua larga storia non ha mai avuto posto per pascolare il bestiame, per coltivare i campi o sfuggire alle invasioni straniere e dove non s’incontravano lagune romantiche, non v’erano grandi opere, e nemmeno c’è stata una nascita del rinascimento, ha ricevuto un altro grande dono. C’è sempre stato il mare da navigare e dominare, dove liberare le galee che venivano fabbricate in città. Il mercanteggiare, o la pirateria, a seconda della prospettiva, non aveva sempre nobili intenti, ma era fatto con spietata determinazione. E ancora più importante, il Mar Ligure è sempre stato il veicolo per una consistente comunicazione interculturale attraverso il commercio. Gian Franco corrobora tale teoria delucidandomi ancor di più su come la motivazione per cui gran parte della musica post-guerra fiorì proprio a Genova è di tipo geografico. La capitale della Liguria, come d’altronde Napoli, era all’avanguardia in fatto di musica proprio in virtù di essere fronte mare. Grazie all’oceano, entrambi questi porti erano collegati all’America più di quanto lo fossero altre città italiane. E se la città campana, con la sua radicata e forte tradizionale musicale, fece fatica ad assorbire l’influenza oltreoceano prima dello sbarco degli americani, Genova assimilò quel ritmo già in tempo di guerra. Durante le ostilità i marinai statunitensi che sbarcavano in Liguria smerciavano di contrabbando dischi allora proibiti dal fascismo. I musicisti genovesi erano allora costretti a radunarsi in cantine insonorizzate per ascoltare di nascosto note proibite, con la paura che i vicini li denunciassero per oltraggio alla patria. Un’incisiva influenza sull’esecuzione della musica genovese venne anche dalla vicinanza con la Francia e l’attinenza con i poeti francesi. La musica americana, impastata insieme alla poesia francese, sarebbe diventata la ricetta ideale per far lievitare il successo dei cantautori italiani. Parte del merito per la diffusione di queste melodie va dato a un marchingegno tecnologico che ci fu regalato dal nuovo continente: il juke box. Fu una rivoluzione sotto forma di rock and roll e blues. Prima della sua introduzione c’era solo la radio a dettare l’avanguardia, smorzata dall’uso dei soliti noti strumenti musicali e da solfe delicate. Nemmeno a loro piaceva la musica del loro tempo, troppo tradizionale, troppo antiquata, anche se alcune cose erano bellissime. Loro ascoltavano jazz. Erano orientati a un altro tipo di musica da quello offerto. Si trovarono improvvisamente nel vortice di un rinnovamento, ed erano preparati perché desideravo ardentemente che accadesse.

 

 

Un ulteriore vantaggio che alimentò a creare quest’irripetibile era musicale era che nessuno dei futuri cantautori sognava di dedicarsi completamente a una carriera nella musica, c’era piuttosto chi pensava di fare l’ingegnere, o chi si era dedicato alla chirurgia, come Enzo Jannaci. La circostanza per la quale nessuno facesse musica per sopravvivere fece in modo che ciascuno di questi artisti suonò il tipo di musica che gli piaceva di più, senza doversi mai conformare al gusto della massa. Non doverci guadagnarci sopra era una liberazione dalla bramosia per il successo e il denaro. Il privilegio di comporre senza sottomettersi alla moda contribuì a creare forti personalità. In più, si possedeva la tecnica. Il potenziamento tecnologico degli ultimi decenni ha avuto, secondo Gian Franco, la propensione a contribuire a un’ignoranza della sapienza tecnica. La parola qui – in greco τέχνη – assume il significato che aveva per i Greci, ossia la capacità pratica di operare per raggiungere un dato fine, in quanto basata sulla conoscenza e esperienza del modo in cui è possibile raggiungerlo. Il termine di τέχνη, nella sua latitudine di significato, viene con ciò a corrispondere a quello latino di ars. I diretti eredi semantici di ars nel mondo moderno (come ad esempio arte, art, Kunst) sono sempre maggiormente volti a significare l’esperienza artistica nel suo più proprio valore estetico. Nel concetto di “tecnica” viene infatti a riversarsi quanto nell’antica τέχνη e ars dell’artista era propriamente pratico-strumentale, e insieme basato su esperienza conoscitiva e non su immediata ispirazione e genialità. Questo accade perché se prima per fare musica bisognava impadronirsi delle arti e della manualità degli strumenti, ora per compiere lo stesso procedimento basta possedere un computer. Sebbene anche lui si sia adattato ai tempi correnti, assicura di essere ancora in grado di riempire i buchi lasciati da una macchina. Se la tecnologia non sa fare quello che le si chiede, se lo fa da solo. E ammette: “Certo, la macchina sa creare qualcosa tecnicamente migliore di quello che possono essere capaci le nostre mani, ma per un musicista la problematica è che può farlo per chiunque”. Se si fa musica con le proprie mani, invece, si produce il solo esemplare. Tecnicamente peggiore, sicuramente, ma irrimediabilmente originale. Non si aveva grandi attrezzature, in parte perché molte ancora non erano state inventate. Talvolta l’unica camera riflettente che si aveva a disposizione per produrre l’eco era il gabinetto, e se lo si voleva più lungo bisogna tirare su il coperchio della tazza. Quando si registrava nessuno poteva usufruire dei servizi. Per ogni tecnologia mancante, esistevano almeno cento espedienti. Per essere musicista bisogna studiare seriamente. Per queste ragioni, concordiamo, ultimamente sembra di ascoltare per via radiofonica sempre le stesse melodie. Se i cantautori si distruggevano nella finalità di essere per forza unici, oggigiorno non è una priorità. La tendenza è invece quella di prendere della note già orecchiate di un pezzo famoso, unirle a quelle di un altro e un altro ancora e farne un collage. Con il ritmo che rimbomba nella testa della gente inconsapevole, è probabile che la canzone venda. Almeno per una settimana. Più che incolpare gli ascoltatori, i mezzi di comunicazione come la radio sono i veri responsabili. Anziché puntare all’individualità e alla qualità, preferiscono trasmettere qualcosa di orecchiabile. Cosicché, pur avendo il potere di avere a disposizione praticamente tutta la musica del mondo, e dunque la facoltà di poter ascoltare tutto, si finisce per non ascoltare niente: le melodie finiscono per mescolarsi nello stesso calderone.

 

Non c’è da stupirsi con il cambiamento finanziario nel panorama della musica. Con i dischi non si guadagna più. La musica ormai si espande e rimbalza solo su internet. Come dimostra la tirata di Thom Yorke e Nigel Godrich contro Spotify e annessa decisione di cancellare dal servizio di streaming i dischi di “Atoms for Peace” e dello stesso Thom Yorke solista. Spotify fa guadagnare una miseria agli artisti e questo blocca il possibile sviluppo di nuova musica, nonostante il servizio di streaming versi circa il 70% dei suoi guadagni in diritti pagati alle case discografiche, che equivale a una media, per ogni artista, cha va dai 0.006 dollari ai 0.0084 dollari per ascolto. Se prima di internet c’era abbastanza torta da poter essere sparita tra il cantante, il compositore, il paroliere, il tecnico, quello che si occupava dell’ufficio stampa, insomma una intera équipe intenta a fabbricare e modellare un dettagliato prodotto, oggi il guadagno basta a malapena per l’artista. Il resto se lo mangia la piattaforma che trasmette. Se il prodotto aveva successo, dava da mangiare a tutti: la collaborazione portava a grandi risultati. Ora un cantante deve fare il cantante, ma anche il compositore, l’arrangiatore, il paroliere, il tecnico e alla fine magari, investirci da solo. Non sono certo dei nuovi assi a mancare, quanto la possibilità di supportare il loro talento. Il tempo è un altro fattore incisivo. L’economia non risparmia Euterpe. Se in passato la bella musa si poteva permettere di camminare a piedi scalzi e bere un bicchiere di vino prima di ispirare i fortunati, oggi anche lei indossa un tailleur e dei tacchi e corre tutto il giorno con il telefonino all’orecchio, intrappolata nella trappola del capitalismo. Come avesse anticipato questa visione, mi risuonano nelle orecchie le strofe di Se ti tagliassero a pezzetti di Fabrizio De Andrè “presa in trappola da un tailleur grigio fumo, i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino, camminavi fianco a fianco al tuo assassino”. Potendo dare un nome a quell’assassino, lo chiamerei “rapidità”. È questo l’argomento principe di cui mi interessa discutere con Gian Franco: cos’è successo alla musica italiana? Con tutto rispetto per i nuovi artisti, perché non si intende fare di tutta l’erba un fascio, è improbabile che le canzoni moderne sboccino in classici. Invece di produrre elefanti musicali, produciamo farfalle. Quest’ultime nascono, vivono e muoiono rapidamente. Per questa ragione alla radio è più comune ascoltare ancora Cara di Lucio Dalla che un qualsiasi brano uscito solo l’anno scorso.

 

Questa situazione mi ricorda Italo Calvino quando precisa, nel suo saggio Lezioni americane, una differenza acuta sulla parola “leggerezza” nella letteratura, che può anche venire applicata alla musica: esiste una leggerezza della pensosità, così come esiste una leggerezza della frivolezza; e ancora, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca. Il tema è così scottante, o forse talmente evidente, che quest’anno il premio Oscar alla miglior canzone originale è andata a Shallow di Lady Gaga, in cui rimbombano languidamente le parole “dimmi qualcosa ragazza, sei felice in questo mondo moderno? Oppure hai bisogno di qualcosa altro? C’è qualcos’altro che stai cercando?”. Il solo titolo porta il significato di “superficie”; in sintesi, i cantanti sono stufi di un mondo superficiale e vogliono lasciarsi cadere nelle profondità delle loro emozioni. Contrariamente ai cantautori degli anni Sessanta e Settanta. Esternamente, mi racconta Gian Franco, ci si destreggiava per apparire musicisti maledetti, ma poi, internamente, non si poteva fare a meno di essere dei commedianti. La propensione si è inserita nella corrente contraria, come pesci che nuotano verso la montagna e si allontanano dal mare. I cantanti danno l’impressione di portarsi addosso una grande tristezza interna che, quando emerge, indossa una maschera allegra. “Sebbene si volesse essere quel tipo di cantante dannato, alla fine non c’era mai la tristezza, veniva sempre fuori qualcosa di ridente”, ricorda. Senso dell’umorismo e ironia sono riconosciuti come tratti tipici dei liguri. Tanto che si vocifera che quando gli inglesi sono venuti a Genova, loro hanno insegnato agli italiani il gioco del calcio e in cambio i liguri hanno insegnato loro l’umorismo inglese. Per questo, sostiene lui, in tutte le opere dei cantautori, anche le più drammatiche, c’è sempre stato un lato ironico, nonostante fosse l’epoca di James Dean e si faceva a gara per giocare agli introversi, principalmente per piacere alle ragazzine. Cantare non era certo facile nemmeno a quei tempi, eppure v’alleggiava una grande allegria post-guerra. Gian Franco ammette che sono stati fortunati: si sono trovati al momento giusto, nel posto giusto. E aggiunge che un periodo come quello degli anni sessanta e anni settanta non verrà mai più: i cantautori furono i prodotti della loro epoca. Un’approccio che ricorda quello della “scuola storica”, di cui faceva parte Wilhelm Dilthey, in cui si crede che le culture, le istituzioni, le visioni umane non sono eterne, ma costituiscono il prodotto della coscienza collocata in un determinato contesto storico. Oltre alla fortuna, l’altro ingrediente essenziale è la passione. Gian Franco mi confida di come suo padre lo spinse a cercarsi un lavoro serio una volta diplomato. Per accontentarlo, lavorò per un’azienda come venditore per ben tre mesi. Il primo mese fece un bel po’ di grana. Già dal secondo mese, però, riprese a andare alla Piccola Baita con Giorgio Gaber e Luigi Tenco per mettere su una specie di piano bar. Ghigna ancora, tornando al ricordo dei tentativi dell’uomo che abitava al piano di sopra per chiamare la questura per gli schiamazzi fino a tarda notte, al fine di lamentarsene. Peccato che il numero che gli avevano dato era quello del locale, e non dei carabinieri. Quando telefonava, regolarmente, si udiva il proprietario chiedere loro “Ragazzi, non si può fare un po’ più piano?”, e sempre si sentiva rispondere “No, ci spiace”, seguito da un “Ah, pazienza”. Morale della favola: il terzo mese sbottò con suo padre, dichiarando che avrebbe preferito vivere sotto i ponti con la musica piuttosto che diventare ricco facendo l’imprenditore. La risposta, forse, vi suonerà familiare: “La vita è la tua. Fai quello che ti pare”; ma dopo questo breve scontro il padre fu sempre di sostegno, a lui, e anche a suo fratello, nella loro carriera. Del resto, anche il loro babbo era un appassionato di musica. Quando tornava a casa dal lavoro, ancor prima di mettersi a tavola, usava sedersi al piano e suonare un pezzo, malissimo. Solo dopo si riunivano per mangiare un piatto di pasta.

 

 

In sintesi, Gian Franco chiama la sua vita un trionfo. Pur con i suoi momenti tristi, in particolare quello che lo ha segnato di più, ossia la perdita del suo amato amico Luigi Tenco. Quando gli dicono che Tenco era triste, gli viene in mente la brillante risposta che ha Bruno Lauzi ha dato a un giornalista che gli chiese perché tutte le canzoni che scriveva erano lacrimevoli: “Perché quando sono felice esco”. La sua relazione con il cantante, in seguito alla sua morte, si potrebbe nominare quasi “paranormale”. Quando accade Gianfranco abitava con sua moglie e la loro bambina di due anni in una favolosa casa sopra Monte Mario. Era un idilliaco luogo isolato in mezzo al verde. Gian Franco, essendo nato dentro il Museo Civico di Storia Naturale di Genova, predica sicuro di non aver avere mai avuto paura di niente. All’età di cinque anni i suoi compagni di giochi si risolvevano essere feti, scheletri, animali feroci imbalsamati e tutte quelle peculiarità che lo circondavano nella pinacoteca. Pur con il suo cuor di leone, dopo la tragica serata al Festival di Sanremo del 1967, diventò ansioso, e tutte le sere, come rientrava, controllava se le porte fossero chiuse anche tre o quattro volte, ispezionando ogni angolo. Aveva la semplice percezione di non essere solo.

 

E tutte le notti, era lo stesso sogno: il suo caro compagno appena mancato veniva a fargli visita e si chiacchierava fino all’albeggiare. Durò così per almeno sei mesi. parlavano, scherzavano e poi, cantavano. Qualche volta Tenco gli dava ragione, altre volte lo prendeva in giro, come era solito fare in vita. Nel frattempo, durante le sue giornate Gian Franco doveva sbrigarsela con i suoi problemi finanziari alla R.C.A. Anche se produceva Lucio Dalla, non si vendevano i suoi dischi, e lui finiva per pagare tutto. Fino a che una notte, sconsolato, confidò a Tenco che non aveva più idea di che cosa fare per poter rimediare ai suoi debiti. Era rovinato. L’amico lo rassicurò, dicendogli che presto avrebbe risolto tutto. Proferendosi, gli diede una gomitata sulla nuca. Gian Franco ancora rammenta come percepì fisicamente quel colpo. Fu questa l’ultima notte che Tenco approdò nella sua visione onirica. Un mese dopo La prima cosa bella fece 1.750.000.000 copie, che gli permisero finalmente di pagare i debiti e pure godersi un po’ di lusso. Durante quelle nottate con Tenco non citarono mai la sua morte, che rimane ancora un mistero, anche se ormai dichiarato suicido. Gian Franco ha ancora nella mente lo scenario di quella tremenda notte a Sanremo quando entrò nella camera dell’amico, e ne vide il cadavere. L’immagine che gli si presentò era scioccante e amara: sotto la sua camicia aperta notò la “famosa maglietta di lana” tanto raccomandata dalla mamma, per la quale spesso avevano bonariamente riso di lui, e gli prese un nodo alla gola pensando che lei non era ancora a conoscenza della perdita del figlio. Anche se non era più tormentato da questi incontri notturni alla fine decise di cambiare casa. Traslocò nel centro della capitala romana, e funzionò. Ogni tanto, ancora a questi giorni, gli capita di sognarlo.

 

Mi viene spontaneo chiedergli se non gli abbia mai dato fastidio non diventare famoso come alcuni dei suoi compagni. Risoluto, nega ogni invidia. Se lo avesse desiderato, la fama sarebbe stata a portata di mano. Come ad esempio quando Luigi Tenco scrisse Quando con l’intento che fosse Gian Franco a cantare, ma non sono mai riusciti a convincerlo. Il suo motto è: “I cantanti muoiono, i produttori rimangono”. Per questo ha sempre preferito mandare avanti gli altri sul palcoscenico. Non a torto, dato che lui è ancora qui, a dirigere dietro le quinte. Da bambino prodigio fino a dei salutari ottantacinque anni, è ancora immerso nei suoi progetti. Non ha mai smesso di fargli piacere aiutare gli altri, far raggiungere loro la cima quando racchiudono tra le mani qualcosa che valga la pena. Semplicemente, lo entusiasma. Certe volte il suo ardore lo ha portato alla deriva, come quando lavorava al R.C.A. e investiva su Lucio Dalla e Nicola di Bari, che erano buoni a vendere nemmeno una copia. Solo lui credeva in loro. “Sono brutti e alle ragazzine non piacciono!”, gli ripeteva l’addetto vendite, “In più Lucio ha la voce del vecchietto del West”. Non certo una bugia. Gian Franco riconobbe solo che era un jazzista formidabile. Gli domando come se la cavava a riconoscere il talento in questi artisti emergenti. “Il talento è chiunque riesca a darmi un emozione. Se non accade, è magari un buon professionista, ma non talentoso”. In molti gli hanno portato i propri figli per indagare se avevano propensione alla musica. Pensa di avere il pregio di essere sincero, per questo spesso era costretto a proferire “Se non ha talento, no, non glielo faccia fare, piuttosto qualsiasi altra cosa, altrimenti sarà un infelice per tutta la vita, mentre potrebbe diventare un talento in un altra disciplina, anche fosse il migliore degli elettricisti. Perché tutti abbiamo un dono. Tutti abbiamo qualcosa più di un altro, bisogna solo capire in quale settore”. È convinto di avere risparmiato a molti un gran tormento. Magari si sono dedicati a qualcosa che piaceva loro di meno ma in cui erano davvero bravi. Mi interessa sapere se gli è mai capitato che qualcuno a cui aveva detto “no” diventasse famoso. Che ne sa lui, dice che non è accaduto, e aggiunge che se lui si può sbagliare, suo fratello mai. Quando ha dei dubbi e non vuole chiedergli esplicitamente una mano, gli fa sentire il pezzo su cui sa di dover lavorare e esulta con un “senti che bella”, solo per sentirsi rispondere “fa schifo, e ti spiego anche perché!”.

 

Certi lavori che lo annoiano, li rifiuta. “Mi sono divertito tutta la vita, non vedo perché devo cominciare a lavorare ora”. Oggi è tornato al suo primo amore, i musical. Il principio è che “se non c’è Ziefield non si possono fare, non si possono mandare in scena”. Il successo ormai c’è stato, e se non viene più, sarà per i suoi nipoti. I figli si sono dedicati a tutt’altro. È tipico dei Reverberi, anche se hanno sempre creato qualcosa che potesse essere sicuro per i loro figli. Il sogno è sempre stato “Ditta Reverberi & figli”, ma ci fosse stato uno che seguisse le orme del padre. Forse è meglio così, non è facile mettere il piede nella stessa impronta. Contando anche che quando lui viveva a Milano la Ricordi era nel suo momento di gloria. Ora non esiste più, quel che ne resta è mezza cinese e mezza americana. Gian Franco racconta di cosa provava ogni mattina quando andava allo studio di registrazione, e saliva su questo scalone enorme, e all’ingresso v’era un’austera statua di Verdi che ti fissava e ti faceva sentire importante. Gli uffici, ora, sono tutti in cristallo, le pareti hanno lo stesso colore spento, “Ho alzato la testa e c’era Giuseppe Verdi che appariva triste. Ci sono rimasto male”. Quando Nanni Ricordi se ne è andato, i maggiori azionisti soprannominati “Gli scarpai di Varese”, a cui non importava granché della cultura, lo sostituirono con uno di loro. A poco a poco, se ne sono andarono via tutti. Quando Gian Franco produceva alla Ricordi, il vice direttore, Franco Crepax, si comportava da filtro. Gian Franco proponeva nuove idee a lui, che le sottoponeva a Nanni, che si esaltava e le portava avanti. Con un filtro pulito tra gli artisti e la direzione, i successi accadevano facilmente. L’ambiente era molto bello. Quando Gian Franco si coricava per dormire alla sera, non vedeva l’ora di svegliarsi per andare a lavorare. In seguito seguì Franco Crepax come direttore artistico quando questo si trasferì alla CGD. Presto scoprirono che non era lo stesso. Là si sentiva a disagio a proporre le proprie canzoni ai cantanti. Poi Gino Paoli, che lui aveva portato alla Ricordi, lo convinse a spostarsi al RCA e tentare la sorte come produttori indipendenti, “In questo momento è quella che sta vendendo di più”. Da poco sposati, è partito con sua moglie. Insieme a Gino Paoli iniziò a produrre Lucio Dalla. Per i troppi impegni del socio la società si sciolse e lui rimase solo a seguirlo. Di Dalla, gli sovviene che era geniale in tutto, compresa l’arte della bugia, improvvisava continuamente e aveva un gusto sadico e molto raffinato. Nonostante facesse molte serate, non riusciva a sfondare. Pur curando i dischi in tutti i particolari, non c’era verso di farli passare né alla radio, né alla televisione. Solo molto tempo dopo Gian Franco venne a sapere che durante un provino televisivo, allora indispensabile per poter apparire in video, il suo protetto aveva fatto una pernacchia alla commissione, decretando così il suo bando nazionale. Se glielo avesse accennato, forse avrebbero potuto riderci insieme, ma non essendone a conoscenza i tentativi furono uno spreco di sforzi. Finché non arrivò l’edizione di Sanremo del 1966. Con la necessità di farlo notare, si inventarono qualcosa di spettacolare, che l’organizzatore di allora Gianni Ravera bocciò. L’idea era troppo all’avanguardia. La soluzione di ripiego fu Paff…Bum, un brano che Gian Franco scrisse in un’ora, divertendosi. E venne il successo…“all’improvviso”. Lo interrogo se tra i suoi 1456 pezzi registrati, c’è ne uno che gli sta più a cuore di tutte. E mi sento rispondere, “È sempre l’ultima quella mi sembra la migliore. Faccio la canzone, la registro, la metto da parte e la riascolto dopo tre mesi. Se dopo tre mesi mi piace ancora vuol dire che era bella, se non mi piace più vuol dire che era l’euforia del momento”. Quando gli domando quale crede fosse la chiave del successo per ottenere un buon pezzo, mi dà la risposta senza soffermarsi a pensare: “non c’erano SMS, si comunicava davvero”. Questo tipo di comunicazione interpersonale aiutò tutti loro musicisti a capire come si scrivevano i testi. Ognuno componeva per proprio conto ma poi si collaborava, come per gioco. “Come i cani, ci si annusava per vedere se ci si piaceva l’un l’altro”, prima di saldare un’amicizia. Le persone si incontrano, si annusano e infine si scelgono, secondo Gian Franco. Come Michele, nome d’arte per Gianfranco Maisano, che gli introdusse Nicola di Bari. Quando Nicola cominciò a esibirsi era tutto vestito di nero dalla testa ai piedi, con una cicatrice che cercava di coprire con un lungo ciuffo, e con tanto di occhiali neri. Prima di tutto, lo spinsero a passare a degli occhiali trasparenti, e finirono per rifargli l’intero guardaroba. Il produttore allora aveva anche questo compito. Cominciarono facendogli cantare un repertorio nobile, anche se non avrebbero venduto, solo per far notare questo cantautore che canticchiava bene su belle canzoni. Ne valse la pena: fu Nicola a sfondare a Sanremo con La prima cosa bella. Queste dolci parole “La prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane, sei tu” fecero loro guadagnare il secondo posto e poi un record di 1.750.000.000 copie vendute. Se non c’era Luigi Tenco a dargli una gomitata, mi confida Gian Franco, forse non si sarebbe nemmeno preso la briga di andare a Sanremo.

 

Il Festival di Sanremo era inizialmente condotto nel Salone delle Feste, che contribuiva a creare un’atmosfera dionisiaca. Tra una prova e l’altra era s’uso giocare, d’altronde il Festival stesso nacque proprio per rilanciare il casinò. Alle prime edizioni c’erano soltanto le sedie del ristorante, con annesso un Casinò. Ogni anno otteneva sempre giù attenzione, fino a che i pezzi diffusi a Sanremo non solo andavano in voga, ma determinavano l’ascesa o meno di una canzone. Più che una rassegna della canzone, Sanremo è ora uno spettacolo del sabato sera che dura per una settimana e dove la musica sembra essere assolutamente marginale. Sapreste essere in grado di citare quali sono i brani che hanno vinto a Sanremo negli ultimi dieci anni? Però Volare (che ottenne il primo posto nel 1958) se lo ricordano tutti. Perché fare uno spettacolo sulla musica quando la musica non si vende più? Perché anche se non ci si fa più soldi, è indispensabile, ci vuole sempre. Le nuove generazioni dovrebbero poter ascoltare tutti i generi di musica e avere la possibilità di scegliere. “Se ti faccio sentire solo porcherie penserai che sia solo quella la musica, finirai per abituartici, ma se a un ballerino fai vedere un video di Gene Kelly la sa riconoscere la bellezza. Il problema è quando non si è più circondati dalla bellezza, e quindi non si può più eleggere. Fare le corse oggi per vendere cinquanta copie è umiliante. Bisogna avere un riscontro”, è l’opinione di Gian Franco. Di nuovo, torniamo a argomentare sulla comunicazione. C’e n’era di più in passato proprio in virtù di avere meno mezzi. È quello che manca oggi, ma i giovani che dialogano tra di loro non possono fare a meno di stare attaccati allo smartphone. Addirittura, Gian Franco suggerisce che uno che scrive un testo dovrebbe prodigarsi a farlo a matita, giusto per il gusto di ascoltare il rumore della grafite che fa nascere l’arte sulla carta. 

 

Molta della musica italiana che amiamo non esisterebbe, senza Gian Franco. Fu lui a portare tanti dei grandi nomi a Milano per introdurli, se non alla Ricordi, a un’altra casa discografica. Prendiamo una canzone ad esempio, e anticipiamo solo che tale brano conserva un posto d’oro nel nostro panorama artistico, e non solo, essendo stato trasmesso in numerosi paesi e tradotto in diverse lingue. La cronaca della sua nascita è esilarante: Gian Franco sta facendo carriera alla Ricordi, quando invita un certo Gino a Milano.

Qui accade che Gian Franco sta facendo ascoltare La notte a Mina nell’Ufficio delle Edizioni. Poiché anche Gino si trovava lì, decide di farle ascoltare anche Il cielo in una stanza, quando d’improvviso la porta sbatte e qualcuno urla feroce: “Basta con queste lagne da chiesa!”. È l’editore, il Maestro Mariano Rapetti (padre di Giulio Rapetti, meglio conosciuto come Mogol), che sta sbraitando. I due brani uscirono sullo stesso 45 giri. Il cielo in una stanza fu il trionfo dell’estate 1960. Il brano, entrato al sesto posto, rimase in classifica fino all’inizio dell’anno successivo, dopo che ebbe raggiunto il primo posto per quattordici settimane, registrandosi come il 45 giri più venduto dell’anno, sfiorando nel tempo i due milioni di copie vendute. Quindici giorni dopo avere inciso la canzone, lo stesso Mariano Rapetti confidò per telefono a un giornalista: “È sicuramente il pezzo più bello degli ultimi dieci anni”. La notte invece proseguì per una strada curiosa, dato che venne eletta come la canzone di punta per gli striptease. Per leggere altri di questi aneddoti, vale la pena leggere la sua autobiografia La testa nel secchio. Sfogliandone le pagine vi capiterà di scoprire com’è stata creata una delle vostre canzoni preferite di sempre. L’altra caratteristica affascinante delle sue storie è la normalità dei geni dei quali raccontano. Ci ricordano che anche loro hanno avuto bisogno di una combinazione di talento e fortuna per poter sfondare. Mi fa salire la pelle d’oca quando Gian Franco mi narra come scoprirono uno dei cantautori più apprezzati dagli italiani; è come ascoltare Jack Kerouac leggere personalmente un brano da Sulla strada

 

Fermo il registratore, ho interrogato Gian Franco abbastanza a lungo. Una volta che l’ho spento, si è finalmente rilassato. Ora ride e scherza, molto più a suo agio. Al contrario di quanto credevo, continuiamo a chiacchierare per almeno un’altra ora di musica, di politica e più in generale della vita. Ma non prendo appunti; posso percepire che lui abbia voglia di parlare senza farsi ascoltare, chi gli dà torto, con un pubblico come quello di oggi così critico e attento al politically correct. Per di più, lui è un personaggio ben lontano dalla tentazione dell’auto-celebrazione. Decido di lasciare questa parte della nostra conversazione all’oblio della mia memoria, come forma di rispetto. In fin dei conti, medito, Gian Franco Reverberi ci ha lasciato un’eredità musicale che va oltre l’inimmaginabile. Sarebbe da avidi chiedergli di più.

I Village People, la leggendaria band famosa in tutto il mondo, saliranno sul palco di Suoni di Marca Festival 2019 il prossimo 29 luglio.

L’ingresso sarà gratuito. La manifestazione si svolgerà dal tardo pomeriggio a notte fonda, nella splendida cornice delle Mura di Treviso, nell’area compresa tra Porta SS. Quaranta e Porta Caccianiga.

 

Suoni di Marca Festival 2019 si terrà quest’anno dal 19 luglio al 4 agosto e vedrà la partecipazione di molti artisti famosi, tra i quali Max Gazzè, Alberto Fortis, Nada, Eugenio Bennato, Anna Calvi e Bandabardo.

 

Fonte: La Tribuna

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