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Lost&Found – Lo smarrimento continua, edito da Scatole Parlanti, è il secondo volume di racconti dell’autrice Leila Aghakhani Chianeh che sarà presentato al Padiglione 9 di Forte Marghera domenica 14 aprile alle 19.

 

Padre persiano e madre italiana, una laurea in lettere e iscritta all’albo dei giornalisti pubblicisti. Leila Aghakhani Chianeh arricchisce, per il piacere dei suoi lettori la galleria di coloriti personaggi e gustosi episodi; questi inaugurati con la prima raccolta.

 

Alcuni racconti saranno letti dall’attore Fabrizio Perocco della compagnia Premiata Sartoria Teatrale. Due anni fa la prima raccolta Lost&Found-Dieci racconti; ora si replica con questa nuova pubblicazione nata da una passione per la scrittura coltivata anche sul posto di lavoro, l’ufficio Lost&Found dell’Aeroporto Marco Polo.

 

Questa seconda raccolta conferma come il contesto aeroportuale sia un osservatorio ideale; lì si può scoprire e descrivere storie che intrecciano i destini del personale e dei passeggeri. Questo in un continuo ribaltamento di ruoli.

 

Si spazia dagli imprevisti cui va incontro una coppia di anziani giunta in laguna da Miami a Miriam, dipendente dell’aeroporto, costretta a subire un corteggiamento assai particolare.

Il musicista, l’infermiera, il mastro vetraio, lo scrittore, il compositore; ma anche il manager nel settore della ristorazione e dell’hotellerie, il pescatore, lo storico, l’architetto, il filmaker. Sono 31 in tutto i veneziani ritratti dal fotografo Paolo della Corte; “(R)esistere a Venezia” è il progetto fotografico che sarà presentato sabato 13 aprile, dalle 18.00 alla Scoletta San Giovanni in Bragora a Venezia (Campo Bandiera e Moro).

 

«L’obiettivo è far capire attraverso le immagini come si vive a Venezia: il mio è un messaggio documentaristico. Non ho soluzioni, ma con le fotografie cerco di comunicare la sofferenza di questa città e dei suoi residenti, quelli che la amano, che sono rimasti, oppure tornati a vivere qui e rimangono in silenzio, sopportando una situazione diventata oramai insostenibile». Spiega il fotografo.

 

«Siamo felici e orgogliosi di ospitare alla Scoletta San Giovanni Bragora. Questa esposizione fotografica che attraverso la forza delle immagini e la qualità artistica del percorso proposto ai visitatori, si colloca nel medesimo solco della campagna di “Venezia è il mio futuro”». Spiega Marco Gasparinetti, portavoce dell’Associazione.

 

 

L’idea di base della mostra

Il fotografo veneziano ha catturato l’immagine dei cittadini, resilienti, che vivono e lavorano a Venezia; l’ha fatto ritraendo come questi resistano alle orde di turisti “mordi e fuggi”, che ogni anno visitano la città. I veneziani sono ritratti avvolti dalla folla di turisti, tra una vertigine di forme e di colori che sembrano quasi sprigionare brusii, strepitii, grida, a rappresentare “il magma sonoro nel quale di giorno s’immerge la città dei foresti”.

 

«L’idea era di rappresentare l’onda umana di turisti, come un muro, esaltando l’immagine dei residenti che appaiono quasi come un fascio di luce tra la folla in movimento». Per far ciò Paolo della Corte ha utilizzato il filtro a densità neutra per allungare i tempi di esposizione; così creando e desaturando i colori delle immagini che ritraggono le persone, mantenendo però la luce autentica di Venezia.

 

«Ho cercato di far capire come mi sento io e come si sentono i veneziani a camminare, vivere, lavorare, in questa città che è alienante, quasi soffocante in alcuni periodi dell’anno». Così Della Corte che ha lavorato le fotografie in postproduzione per riuscire a trasmettere il suo messaggio.

 

 

“(R)esistere a Venezia” documenta la realtà quotidiana dei residenti. Della Corte ammette di non aver avuto difficoltà a raccogliere le “storie” da raccontare. «È stato più difficile scegliere i luoghi che cercare le persone da ritrarre: conosco i soggetti delle fotografie, le loro storie». Poi continua: «È vero ci sono zone in cui si fa sentire di più la presenza dei turisti. Ad esempio quasi ogni giorno percorro il tratto tra San Marco e Rialto, dove ho lo studio, ed è una lotta continua e quotidiana per camminare, conquistare uno spazio, non perdere tempo».

 

Quali sono i volti delle persone che hanno scelto di rimanere a Venezia? Perché hanno fatto questa scelta e cosa provano a vivere ogni giorno il flusso del turismo di massa? Paolo della Corte ha ritratto le persone in ventisette luoghi tra loro differenti; fra questi vi sono: il Ponte di Rialto, Piazza San Marco, Ponte della Paglia, San Trovaso, Strada Nuova, Ponte della Costituzione e Ponte de le Meravegie. Zone considerate ad alta attrazione turistica e spesso affollate.

 

Il progetto “(R)esistere a Venezia”  fa parte di una triologia, iniziata circa tre anni fa con la mostra “Vivere a Venezia. Trasparenze. Storie di Uomini e Anfibi”, al quale è poi seguito “Vivere a Venezia: la Comunità Ebraica”.

 

«Venezia vive ed è unica, bellissima, desiderata e posseduta da venticinque milioni di turisti l’anno… Ma vivono, oppure sopravvivono i cinquantamila veneziani che la abitano ancora? Che cosa li fa resistere all’alluvione di gente che un tempo aveva le sue stagioni e i suoi picchi, come Carnevale, Pasqua e Capodanno, ed ora non si ferma quasi mai?». Scrive il giornalista Alberto Sinigaglia nella prefazione al catalogo della mostra.

 

 

I soggetti fotografati

Tra le persone fotografate si sono volti più o meno noti. Accanto a nomi più conosciuti, come, per citarne alcuni (la lista completa è in allegato) Raffaele Alajmo, Ceo della società Alajmo Spa assieme al fratello Chef Massimiliano, ritratto in Piazza San Marco; invece Alessandro Bressanello, regista, attore e musicista, è stato fotografato in Corte Seconda del Milion; Franca Coin, presidente della Venice International Foundation, Alberto Toso Fei, scrittore, Nuria e Serena Nono, presidente Fondazione Luigi Nono e Artista.

 

Ci sono residenti che hanno scelto di rimanere, oppure di tornare a Venezia, per scelta, per amore, per senso di appartenenza. Tra questi, Claudia Haglich, 24 anni infermiera dell’Ospedale civile di Venezia, residente a Castello; dopo la laurea in infermieristica è stata chiamata a lavorare in Inghilterra. Però la voglia di ritornare nella “sua amata Venezia” è stata più forte.

 

Poi Laura Barozzi, psicologa, esperta in comunicazione, cura con passione progetti ed eventi di educazione sentimentale con l’obiettivo di prevenire e contrastare la violenza sulle donne; c’è Alessandro Zane che dal 1986 lavora a Rialto in pescheria. C’è poi Piero Dri, quarto e più giovane remèr di Venezia; egli nel nuovo laboratorio “Il Forcolaio Matto“, dietro la Strada Nova, ha iniziato il suo percorso di lavoro autonomo, realizzando remi e forcole per i vicini gondolieri di S.Sofia, per i regatanti, le remiere.

 

 

Info

Esce in contemporanea con la mostra il libro “(R)esistere a Venezia” in limited edition firmato e numerato, curato da TraRari TIPI edizioni, casa editrice specializzata in pubblicazioni d’arte di Debora Ferrari e Luca Traini, con testi di Alberto SinigagliaGiovanni MontanaroSerena Guidobaldi.
La mostra sarà aperta al pubblico dal 14 aprile al 30 giugno 2019, l’ingresso è libero.

 

Orario: dal mercoledì al sabato, dalle 14.00 alle 18.00, la domenica dalle 16.00 alle 19.00.
Info. [email protected]www.paolodellacorte.eu.

 

 

Chi è Paolo della Corte

Veneziano d’origine, dopo la laurea in Storie dell’Arte all’Università di Ca’ Foscari, ha dedicato al sua vita alla fotografia professionale. Attualmente è docente in fotografia digitale presso l’Accademia delle Belle Arti. Alla Mostra d’arte della Biennale di Venezia e a New York ha realizzato i ritratti di alcuni dei più grandi nomi internazionali: Louise Bourgeois, Jim Dine, Jannis Kounellis, Roy Lichtenstein, James Rosenquist, George Segal, e gli italiani Luciano Fabro, Mario Merz, Fabrizio Plessi , Emilio Vedova e Giuliano Vangi. I suoi archivi conservano fotografie di personaggi famosi e illustri del mondo dell’arte, della cultura, della letteratura. I suoi reportage sono stati pubblicati dalle maggiori riviste italiane e internazionali: “Specchio” de “La Stampa”, “Venerdì” de “La Repubblica”, “Sette” del “Corriere della Sera”, poi Paris Match, Le Monde, Next, Official Voyage, Gault Millau, Hachette, Onnivoro, Paris Match, Liberation, Die Zeit, Feed, Sobremesa, The Guardian.

C’è un luogo magico a Venezia, situato nel sestriere di Dorsoduro, nell’isola della Giudecca, proprio all’altezza della fondamenta delle Zitelle ed è la Casa dei tre Oci.

 

Questo palazzo, legato a svariate tendenze architettoniche è oggi location ispiratissima per eventi e in particolare per retrospettive e mostre legate al mondo della fotografia.

 

Ed è appena stata inaugurata una mostra di Letizia Battaglia dal titolo “Fotografia come scelta di vita”, a cura di Francesca Alfano Miglietti.

200 fotografie alcune inedite, in un percorso espositivo curato perfettamente a livello tematico che ci presenta l’artista che si rivela con tutta la sua profonda cifra artistica, controcorrente e impavida, curiosa, scevra da condizionamenti e influenze.

 

Tra ritratti che ci arrivano diretti al cuore, fatti e personaggi che attraversano la vita, l’amore e la morte, l’artista comprime i nostri stati d’animo fino ad arrivare giù, dove le nostre emozioni si fanno largo e ci colgono.

 

La fotografia di Letizia Battaglia è cultura ed avamposto per una critica sociale che ha caratterizzato tutta la sua vita artistica, sempre nel segno della distinzione.

 

Il suo manifesto diventa sempre verità attraverso i suoi celebri scatti e, come lei afferma “salvezza e verità”.

 

Casa dei Tre Oci, Giudecca – Venezia
dal 20 marzo al 18 agosto 2019

 

Mauro Lama

Arte Spazio Tempo, con la collaborazione dell’Associazione GEA, dal 5 al 28 aprile 2019 ospita la bipersonale del veneziano Paolo Bertuzzo e l’italo americano Tony Green, a cura di Martina Campese.

 

I due artisti propongono una selezione di fotografie, in bianco e nero, di due eventi diametralmente opposti, sia dal punto di vista geografico che dal punto di vista culturale, ma entrambi uniti vivacità e carica emotiva.

 

Tony Green fa rivivere i momenti del New Orleans Jazz Heritage Festival del 1975, mentre Paolo Bertuzzo fa assistere alla performance del Living Theatre durante La Biennale di Venezia dello stesso anno. Nonostante le ambientazioni lontane tra loro, attraverso le fotografie esposte si respira la necessità di raccontare un mondo in  evoluzione, necessità che ha spinto i due artisti. Gli anni ‘70 furono periodo di contestazioni, di attivismo politico e di desiderio di libertà dalle gerarchie e dalle oppressioni, l’arte ne è ovviamente testimone.

 

La passione di Paolo Bertuzzo per la documentazione di fatti, mostre e teatro permette al fruitore di vivere e rivivere quei momenti fortuiti e rivoluzionari dell’arteIl Living Theatre mise in atto nel cuore di Venezia, in Piazza San Marco e nell’ex chiesa di San Lorenzo, il progetto “The Legacy of Cain – L’eredità di Caino”-, un ciclo di spettacoli ispirati all’opera incompiuta di Leopold von Sacher-Masoch e a Venezia furono presentati: Sette meditazioni sul sadomasochismo politico, La torre del denaro, Sei atti pubblici. La macchina fotografica è divenuta l’occhio attraverso il quale l’artista è riuscito, e riesce tutt’oggi, a fornirci la bellezza e la motivazione che ha spinto il gruppo di artisti capitanati da Julian Beck e Judhit Malina.

 

In egual modo, il giovane Tony Green nel 1975 documentò il Jazz Fest, celebrazione annuale della musica e della cultura della città. Il suo interesse era rivolto alla realizzazione di ritratti fotografici dei musicisti e degli spettatori, che si riversavano nell’area del Fairgrounds, dove si svolgeva il Festival. I volti dei personaggi ritratti parlano con immediatezza, raccontano la storia di un evento che ancora oggi è parte del folklore e della tradizione della città di New Orleans. Quei negativi saranno ritrovati dall’artista solo vent’anni dopo e riuniti a Venezia in questa mostra.

 

 

L’esposizione  permette, come annuncia il titolo stesso, una completa immersione nell’anno 1975, anno che unisce quelli che sono scatti apparentemente diversi, accomunati dalla stessa volontà di documentare fatti e accadimenti attraverso la fotografia.

 

 

Gli artisti

Paolo Bertuzzo, nato a Venezia nel 1951, ha studiato alI’Istituto Statale d’Arte grafica e illustrazione, per poi proseguire con gli studi di pittura all’Accademia delle Belle Arti di Venezia, seguendo le lezioni del maestro Emilio Vedova nel 1976.

Ha partecipato a molte mostre e biennali, quali la Biennale di San Paolo (Brasile), Bevilacqua la Masa (borsa di studio 1984), la Biennale di Arte Grafica di Lubiana 198, la Olands Biennal 1985/1986 etc.

Tra le personali ricordiamo: Galleria Performance di Fabriano, “Alberi Piante e Bestie” presso Galleria Bruno Lucchi – Levico Terme 1991, Galleria il Ventaglio palazzo Lovaria Udine, Arte fiera Bologna 1992 e nel 2010 “365° Attorno all’immagine” allo Spazio Espositivo Mondadori di Venezia, “Frammenti 1990” Arte Spazio Tempo, Venezia 2018.

 

Tony Green nasce a Napoli nel 1954. La sua famiglia si trasferì presto negli Stati Uniti, stabilendosi a New Orleans dove Green trascorre la sua infanzia. Inizia i suoi studi d’arte a Washington DC, presso la Corcoran School of Art. Negli anni successivi continua a studiare e a viaggiare in tutto il mondo e fra le tappe fondamentali per la sua formazione ci sono due anni trascorsi a Bruges, in Belgio, dove studia all’Accademia delle Belle Arti. Ha passato poi un anno in Ghana, da dove parte per il suo viaggio attraverso l’Africa Occidentale in autostop, esperienza questa che contribuisce a piantare i semi del suo stile di vita “zingaro”. Nel 1982 Green torna in Italia per continuare a dipingere, scegliendo di risiedere per alcuni mesi all’anno nella città di Venezia, tradizione che continua ancora oggi.

Turbulent America è un ampio ritratto degli Stati Uniti visti dagli occhi di un fotografo francese. Jean-Piere Laffont è arrivato a New York nel 1965 e, per più di tre decenni, ha viaggiato attraverso il Paese, cercando di immortalarne lo spirito.

 

La retrospettiva allestita nelle sale del terzo piano al Centro Culturale Candiani comprende il lavoro di Jean-Pierre Laffont dal suo arrivo nella Grande Mela fino alla fine degli anni ’80, un lungo periodo in cui ha documentato gli aspetti sociali, politici e culturali degli Stati Uniti. La mostra viene inaugurata domani, sabato 16 febbraio alle 17.30, con un incontro dal titolo “Jean-Pierre Laffont incontra Lello Piazza e Livia Corbò”.

 

L’esposizione, allestita al terzo piano, resterà aperta fino al 30 maggio 2019 con orario dal mercoledì alla domenica, dalle 16 alle 20.

 

Jean-Pierre Laffont era in prima fila in alcuni dei momenti decisivi della storia Americana: le sue immagini sono la prova di ciò che può accadere quando si abbatte un muro e si inizia a guardare veramente. Ha puntato l’obiettivo su disadattati, indigenti, ribelli. Ha focalizzato l’attenzione sull’esplosione della rivoluzione sessuale, sul movimento dei diritti civili e le conseguenze delle restrizioni alla libertà di parola. Nella prefazione del libro, Photographer’s Paradise.

 

Watkins Glen, NY. July 28th, 1973

Turbulent America 1960 – 1990, Harold Evans scrive che Jean-Pierre Laffont presenta un’analisi multiforme di ciò che vide accadere in America tra gli anni ’60 e gli ’80. Il suo occhio instancabile, non è tanto attratto dai balletti della politica di Washington, quanto dal significato sociale delle proteste nelle grandi città e dello stoicismo nelle zone rurali. Secondo Harold Evans, Turbulent America è il ritratto sorprendente della velocità plateale della vita americana, delle sue divisioni traumatiche, delle sue ambizioni inebrianti, dei suoi eroi e le sue eroine e della parata senza fine di personaggi falliti e strambi.

 

L’obiettivo di Laffont è offrire un assaggio delle principali questioni politiche nel momento stesso in cui sono emerse, sfumate o degenerate. Immerso nel suo archivio per dare vita a Turbulent America, Jean-Pierre Laffont ha notato che, a un primo sguardo, le singole fotografie scattate durante quel quarto di secolo sembrano ritrarre solo una gran confusione…. rivolte, manifestazioni, disgregazione, crolli e conflitti. Ma, prese nel loro insieme mostrano la nascita caotica e, a tratti, dolorosa dell’America del ventunesimo secolo: fanno ciò che le fotografie sanno fare al meglio: congelano nel tempo momenti decisivi per un’analisi futura.

 

Queste immagini costituiscono un ritratto personale e storico di un paese che ho sempre osservato in modo critico, ma con profondo affetto e per il quale provo un’immensa gratitudine. Jean-Pierre Laffont è nato in Algeria, è cresciuto in Marocco e ha studiato fotografia in Svizzera, prima di iniziare a lavorare come ritrattista di star del cinema a Parigi. Ma voleva diventare foto-reporter e gli Stati Uniti lo affascinavano da sempre. Quando giunse a New York la città era sporca e pericolosa, il paese stava attraversando cambiamenti profondi e sembrava che tutti scendessero in piazza a manifestare. Percorse gli Stati Uniti in lungo e in largo, da Manhattan agli Stati centrali, raccontando i cambiamenti radicali che investirono la realtà americana, coprendo l’intera gamma dello spettro sociale dai nullatenenti alla cerchia presidenziale.

 

www.culturavenezia.it/candiani

È stata inaugurata ieri pomeriggio nel Municipio di Mestre la mostra “L’inferno e il silenzio, immagini dai campi di sterminio nazisti”. L’esposizione è curata da Paolo Croci, presidente del circolo fotografico l’Immagine di Mestre, e promossa dal Comune di Venezia in occasione del ricco calendario di appuntamenti per il Giorno della Memoria 2019. All’appuntamento è intervenuta la presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano, insieme all’autore e al responsabile del Servizio Produzioni culturali e rapporti con le Università Tiziano Bolpin.

 

 

Centoventinove immagini in bianco e nero e a colori fotografano senza filtri edifici e interni di nove campi di sterminio nazisti: Auschwitz, Birkenau, Dachau, Flossenburg, Majdanek, Mauthausen, Sobibor, Theresienstandt, Treblinka. Nel susseguirsi delle immagini, raccolte in periodi diversi, tra il 2009 e il 2012, ci sono anche le fotografie più crude come i forni crematori, le camere a gas, le sezioni delle baracche destinate ai deportati, o ancora paesaggi freddi e piatti, coperti di neve e caratterizzati da costruzioni di mattoni rossi, torrette di guardia, binari abbandonati. “Il tutto rispettando assolutamente la realtà dei luoghi”, ha tenuto a precisare l’autore.

 

“Devo doverosamente ringraziare Paolo Croci. È stato lui che ci ha proposto questa mostra che poi noi abbiamo accolto con favore – ha commentato la presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano – Questo evento si inserisce in un nutrito programma di iniziative che ha caratterizzato tutto il territorio comunale in occasione del giorno della memoria. Sono stati più di 60 gli avvenimenti, per cui si può davvero parlare di un ‘mese della memoria’ che rende tangibile quanto Venezia sia una città sensibile al tema. Questo è un bagaglio culturale che soprattutto le istituzioni non devono stancarsi mai di trasmettere specie alle giovani generazioni, affinché ciò che è accaduto non abbia mai modo di ripetersi”.

 

 

“Nell’agghiacciante silenzio del presente – spiega Paolo Croci nella brochure dell’esposizione – questa mostra testimonia non soltanto una tragedia che non deve essere dimenticata, ma anche il fatto che l’aberrazione nata in quel momento non era il frutto del caso isolato, ma che, da allora in poi, in molte altre parti del mondo, simili crimini ci sono stati e continuano a essere perpetrati”.

C’è tempo ancora fino al 31 gennaio per visitare la mostra di Alex Ruffini “Cancer Drugs & Rock and Roll”, allestita al Padiglione 16 di Forte Marghera per aiutare la ricerca sul cancro al pancreas e sostenere il progetto Convivio dell’Ospedale ‘Borgo Roma’ di Verona. La mostra espone alcune delle fotografie più belle di Ruffini, fotografo conosciuto per i suoi scatti alle più grandi celebrità del rock e dell’hard rock internazionale come Kiss, Ramones, Scorpions, o Iron Maiden, tanto per citarne alcune.

 

“Lo scorso dicembre – ha commentato la consigliera comunale Deborah Onisto, presente a Forte Marghera – eravamo qui per inaugurare la mostra di Alex Ruffini. Oggi questo straordinario artista ha voluto invitare alla sua esposizione il primario e altri medici dello staff di Oncologia dell’Ospedale Borgo Roma di Verona, come testimonial della battaglia che sta portando avanti da tempo e per promuovere ulteriormente la raccolta fondi in favore della ricerca sul cancro al pancreas, di cui è il promotore”. In questo mese e mezzo di esposizione – ha evidenziato Onisto – Ruffini ha incontrato molti artisti che sono venuti a visitare la mostra e a dare il loro appoggio alla sua iniziativa: “Come Amministrazione comunale non possiamo che essere fieri di questa esposizione che, ci auguriamo, possa dare ad Alex Ruffini i frutti sperati”.

 

Visitatori d’eccezione della mostra (aperta dalle ore 15 alle 19, chiuso il lunedì) sono stati nei giorni scorsi Giampiero Ingrassia, Francesco Maria Conti e Fabrizio Corucci, attori del cast che fino al 20 gennaio porterà in scena al Teatro Toniolo di Mestre, insieme a Lorella Cuccarini, lo spettacolo Non mi hai più detto ti amo.

Un viaggio attraverso il dolore delle donne

 

Il Comune di Casale sul Sile e l’associazione culturale Mens Civica – in collaborazione con la Biblioteca, il Centro Donna e la Cooperativa Comunica – organizzano una mostra della durata di due settimane e denominata “Espressioni di violenza” presso la biblioteca in Villa Bembo-Caliari (piazzetta Mario del Monaco).

 

L’esposizione personale è stata curata dall’artista Carla Carletto e verrà inaugurata sabato 27 ottobre alle 17.30.

 

L’ingresso è libero, con orari come da biblioteca, e sarà aperta anche il sabato (16-18) e la domenica (10-12 / 16-18), fino al 10 novembre.

 

La mostra racconta la violenza sulle donne, un argomento di estrema attualità, di cui apprendiamo vicende ogni giorno leggendo i giornali o guardando la televisione. Carla cattura nei suoi scatti l’anima, la forza, il dolore delle donne vittime di violenza, fisica o psicologica. Le sue immagini sono dirette e focalizzate sui dettagli.

 

Carla Carletto ha studiato a Padova e si è diplomata presso la scuola d’arte Pietro Selvatico. Trasferitasi a Venezia si è specializzata nella stampa calcografica e successivamente si è dedicata alla sua vera passione: la fotografia in bianco e nero.

 

Dal 6 al 14 ottobre, presso Villa Bembo Caliari e la Chiesetta della Visitazione di Casale sul Sile, sarà allestita la mostra fotografica SI COMBATTEVA QUI! SULLE ORME DELLA GRANDE GUERRA 1915-1918 di Alessio Franconi.

 

Questa mostra – di proprietà dell’autore, che ne ha ideato e realizzato ogni contenuto e ha finanziato con risorse proprie l’intero progetto, mantenendo ogni diritto di copyright – nasce per riportare la memoria sul conflitto teso a evidenziare la sofferenza, la resistenza e il valore  dei combattenti, con un giusto risalto all’aspetto multietnico del conflitto, in uno spirito di fratellanza tra popoli appartenenti alla medesima Unione Europea.

 

L’inaugurazione, che si terrà sabato 6 ottobre, alle ore 17.00, presso Villa Bembo Caliari, è aperta a tutti.

 

Giovedì 20 settembre, alle ore 18, alla biblioteca Hugo Pratt del Lido di Venezia viene inaugurata la mostra Ad comunem hominum utilitatem dedicata alle biblioteche della città. Interni ed esterni di luoghi frequentati da residenti, studiosi e ricercatori nazionali ed internazionali che grazie alla lente del fotografo Giorgio Bombieri sono stati immortalati e raccolti nel volume “Venezia e le sue biblioteche” del settore Cultura del Comune di Venezia .

 

L’esposizione, che resterà visibile al pubblico fino al 4 ottobre, presenta una selezione delle 65 immagini a colori di 13 biblioteche che si snodano nelle 144 pagine del libro che ha messo assieme luoghi antichi e moderni ricchi di saperi e storia dove si legge, si studia, ci si incontra e si sogna come le sale della Marciana, la Querini, VEZ e alcune tra le più note e frequentate strutture universitarie.

 

 

Il quadro che emerge dalla pubblicazione e quindi dalle immagini è quello di una città incredibile, con un immenso patrimonio storico ereditato dal passato, ma ancora piena di vitalità e fermento. Principio ispiratore del resto della mission del primo cittadino di Venezia, il sindaco Luigi Brugnaro che pone quotidianamente l’attenzione sulla vitalità dei luoghi di cultura a Venezia. Proprio come accade nelle rete delle Biblioteche del Comune di Venezia, come spiega l’assessore alla Coesione sociale Simone Venturini. “Il grande valore civico emerge anche e soprattutto attraverso le politiche culturali e sociali pubbliche: il continuo sviluppo della pubblica lettura in ogni angolo della città a partire dalla biblioteca civica Vez a Mestre e l’attenzione per le nuove generazioni sono segnali importati del voler essere metropoli nel nostro contemporaneo, fondando la crescita della società sulla cultura e sull’educazione. Per questo l’amministrazione comunale ha deciso fin dal primo giorno dal suo insediamento di investire nella cultura e nelle biblioteche, riformandone l’organizzazione, rilanciando la presenza sul territorio, aprendo ben due strutture di qualità dedicate ai bambini e progettando l’ampliamento della biblioteca civica nel complesso do villa Erizzo”.

 

Il lavoro fotografico di Giorgio Bombieri nasce da un progetto più ampio – LaMe, Laboratorio Mestre – avviato qualche anno fa sulla città di oggi dal settore Cultura del Comune di Venezia per rivelare il nostro contemporaneo anche agli occhi più distratti, ad communem hominum utilitatem, proprio come volle Bessarione per la sua donazione che andò a costituire il patrimonio di quella che è oggi la Biblioteca Nazionale Marciana.

 

La mostra resterà aperta da giovedì 20 settembre 2018 a giovedì 4 ottobre 2018 con il seguente orario: lunedì dalle 12.00 alle 18.00; martedì e mercoledì dalle 9.00 alle 18.00; giovedì e venerdì dalle 9.00 alle 14.00.

 

L’ingresso è libero e gratuito.

Per info: [email protected]venezia.it

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