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Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera aperta di un gruppo di insegnanti delle scuole primarie di Treviso sull’avvio dell’anno scolastico

 

Ormai manca poco all’inizio della scuola, ma già da settimane, nelle scuole, dirigenti e addetti alla sicurezza girano con il metro in mano ragionando sui centimetri avendo dovuto recepire le attuali disposizioni; la questione infatti è stata impostata meramente come una questione di spazio, in modo da rasentare il grottesco e l’assurdo soprattutto per la Scuola dell’Infanzia e la Primaria. Premesso che lo spazio è esso stesso un educatore, dobbiamo riflettere sul fatto che fare scuola, soprattutto coi più piccoli, in spazi decontestualizzati, non pensati, non personalizzati, non funziona. Infatti leggere gli spazi solo come questione di distanza, sposta l’attenzione da quello che dovrebbe essere il focus: il Bambino, la sua educazione, la sua crescita, il suo apprendimento in situazione di benessere.

 

Lo spazio

Non si può pensare che di fronte all’emergenza che viviamo, la dimensione relazionale che implica lo spazio, venga completamente messa in secondo piano. Perché per aumentare lo spazio disponibile a contenere quanti più bambini possibili “in sicurezza”, succederà che le aule attuali saranno svuotate dei necessari arredi per i materiali di lavoro.
Sarebbe lecito chiedere al chirurgo di operare in sala operatoria e obbligarlo ad andare a prendere gli strumenti necessari nell’atrio o nel sottoscala o in un’altra sala operatoria?

 

La soluzione all’emergenza delle classi pollaio non è aumentare lo spazio del pollaio insomma, ma pensare a delle misure alternative, come lo sdoppiamento delle classi. Sappiamo infatti che solo i gruppi di misura possono interagire mantenendo le distanze di sicurezza e garantire al contempo una certa serenità e sappiamo anche che nelle scuole
dell’Infanzia e Primaria, a causa del calo demografico di questi anni, le aule ci sono. Perciò sdoppiamo le classi con decisione, come prima misura.

 

Lo scopo per cui i nostri bambini e ragazzi torneranno a scuola è proprio l’apprendimento e la ragione per cui devono tornare a scuola in presenza, è che solo lì l’insegnamento può essere realmente democratico, grazie al lavoro di docenti che possono concretamente mettere in atto tutte le scelte didattiche volte a garantire il “superamento degli ostacoli” che la nostra Costituzione richiede. La DAD è stata un’esperienza importante e costruttiva, ma ha inesorabilmente dimostrato che esistono ostacoli strutturali che hanno ulteriormente accentuato le diversità nella nostra società, facendola gravare sulle spalle dei più piccoli e indifesi.

 

Il tempo e l’età

Sì, perché è anche una questione di età: la scuola italiana accoglie bambini e ragazzi e quello che può essere possibile per i più grandi: la lezione dalla cattedra, i ragazzi in ascolto e capaci eventualmente in autonomia di seguire una lezione a distanza, sono cose abbastanza improponibili ai bambini della Scuola primaria che necessitano dell’aiuto, anche fisico, del supporto, del confronto e dell’amicizia, poiché l’apprendimento è, e resta, un percorso sociale fortemente sostenuto dalla relazione e dalla motivazione.
Inoltre le strategie di collaborazione, di riflessione e di ricerca sono e restano necessarie per affrontare e superare i problemi a livelli differenziati.

 

 

Sanità e scuola

Sicurezza e apprendimento che potrebbero sembrare in antagonismo, andrebbero invece in sintonia con la suddivisione delle classi che garantirebbe entrambi, perché consentirebbe sia la sorveglianza della situazione e la circoscrizione di un eventuale contagio, sia l’efficacia dell’insegnamento – apprendimento.
E allora chiediamo a gran voce “insegnanti e presìdi sanitari” tutti quelli necessari a garantire la divisione delle classi troppo numerose; non dimentichiamo mai che la scuola italiana è inclusiva, e vuole continuare ad esserlo per un dettato costituzionale che ha sempre guardato oltre e lontano, ma che richiede in questo frangente l’intervento illuminato della Politica che si pone al servizio della Comunità e dei più fragili.

 

Quindi la politica prenda il coraggio necessario a consentire di realizzare scelte che vadano in questa ottica civica e umana. Sarà necessario:

1. Ottenere un organico straordinario di docenti “emergenza Covid 19” che permetta di sdoppiare le classi – sopra i 18/20 alunni – dando ai Presidi anche la possibilità di nominare i supplenti per garantire la suddivisione delle classi dove se ne veda l’assoluta necessità.

2. Garantire un numero di docenti sufficiente e necessario:
– per attivare durante tutto l’anno i recuperi;
– per dare supporto agli alunni in difficoltà;
– per assicurare fin dal primo giorno, la copertura degli insegnanti assenti onde evitare per questo l’utilizzo del potenziamento, che resta invece particolarmente importante in questo momento.

3. Finanziare i corsi di recupero anche dal primo ciclo e protrarli per il tempo utile, dato che i quattro mesi di DAD hanno creato delle evidenti disparità fra gli alunni, andando a colpire le fasce più deboli e creando delle spaccature nette che non possono essere saldate con poche ore a settembre.

4. Assicurare la copertura per la totalità delle ore degli alunni disabili con gravità certificata così da garantire a tutti una reale fruizione del servizio scolastico in sicurezza e non gravare ancora sulle famiglie.

5. Prospettare soluzioni al problema dei lavoratori fragili, sia docenti che ATA, per far sapere come andranno gestite le loro situazioni, se con esonero e/o con sostituzione.

 

Settembre è alle porte e come insegnanti, cittadini, uomini e donne chiediamo impegno immediato e coraggioso sulla Scuola da parte della società civile nella Politica.

Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani esprime seria preoccupazione in relazione all’allarmante incremento giornaliero dei contagi Covid-19 nell’ultima settimana.

 

I dati e il comportamento assunto da giovani e meno giovani non lasciano molto margine di dubbio rispetto a quanto si verificherà in futuro: una curva di crescita difficilmente controllabile.

 

Circa tali rischi avevamo espresso la nostra posizione più volte, rilevando quanto fossero inadeguate le misure adottate: un metro di distanza tra gli studenti nelle aule non solo è difficilmente praticabile, anche a causa delle diverse problematiche in cui versano molti fatiscenti istituti scolastici, ma, secondo alcuni virologi, risulta inefficace in spazi chiusi. In merito alla mascherina da consigliare (imporre? Ancora non è ben chiaro) alla popolazione scolastica viene da sorridere, se la questione non fosse drammaticamente preoccupante, constatando quanto i giovani nelle nostre belle strade e piazze italiane siano ligi all’obbligo di indossarla dalle 18 pomeriggio alle 06 del mattino.

 

La misurazione della febbre che in tutti gli uffici pubblici dove esista la possibilità di creare assembramento viene rilevata del personale di riferimento, a scuola sarebbe affidata alle famiglie, incorrendo nel rischio di discriminazione tra personale pubblico. Per non parlare degli istituti a rischio, dove è veramente complicato mantenere un barlume di regolarità nelle attività quotidiane; è difficilmente ipotizzabile che ragazzi con propensione alla trasgressione delle norme possano essere gestiti tranquillamente.

 

La scuola è un grande mosaico con tasselli variopinti e diversificati; non si può generalizzare, pensando di poter applicare agevolmente le stesse soluzioni a tutte le particolarità. Proprio per questo già in passato avevamo avanzato delle riflessioni e dei suggerimenti. In un anno così “imperscrutabile” sarebbe stato una prova di buon senso consentire agli “esodati” dalla legge 107/2015 di riavvicinarsi a casa o rimanere nelle proprie sedi di residenza, in considerazione che la mobilità diventa veicolo di trasmissione virale, addirittura qualche Governatore sta ventilando l’ipotesi di “chiudere” la propria regione di pertinenza.

 

Diventa altamente umiliante e frustrante constatare la sproporzione tra il costo della vita e la retribuzione di un docente, soprattutto quando è costretto fuori sede con le condizioni attuali che il Covid-19 comporta (biglietti dei trasporti introvabili e costosissimi; aumenti spese di permanenza; spese di fitto; spese di consumo).

 

Sarebbe auspicabile, soprattutto in considerazione dei nuovi rischi acquisiti per gli educatori (isolamento; malattia; sicurezza sul luogo di lavoro) concedere un bonus decoroso tale da poter coprire le considerevoli spese assunte oppure emanare un provvedimento legislativo atto a consentire il ritorno presso la propria sede di residenza o eventualmente rivalutare la possibilità di far svolgere le attività didattiche in modalità DaD per il personale in questione.

 

Ricordiamo che gli insegnanti fuori sede nel raggiungere le sedi di lavoro sono maggiormente a rischio salute e pertanto nel caso in cui si ammalassero potrebbero ipoteticamente istruire una causa di servizio nei confronti del proprio datore di lavoro.

 

Ci auguriamo che vengano finalmente presi in considerazione i disagi e le difficoltà di una categoria che più volte è stata elogiata dal Ministero per la dedizione e i sacrifici profusi al di là dei propri obblighi, aspetto che non costituisce un dettaglio, ma “sostanza”, nel momento più cruciale per il nostro Paese dal secondo Dopoguerra.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un comunicato stampa a firma di ANIEF Veneto (Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori) sul ruolo dei docenti e il clima di confusione che regna sovrano in questi ultimi tempi

 

In queste ore la USR Veneto ha dato avvio alla seconda fase della procedura per l’immissione in ruolo da GM e GAE con la scelta delle sedi che si concluderà il 22 agosto.

 

Dovrebbe essere un periodo di felicità per tantissimi colleghi ma purtroppo non è cosi. Come ANIEF Veneto, non siamo felici per i nostri colleghi neo immessi in ruolo soprattutto quelli delle primarie.

 

Prendere il “ruolo” non è una punizione da prendere in silenzio quale rito di passaggio dopo tanti anni di sacrifici e precariato a causa di un sistema di arruolamento regionale che non funziona!

L’arruolamento regionale costringe centinaia di docenti a spostarsi su provincie lontanissime e spesso lasciando scuole, allievi e classi che si sono seguite per anni!

 

Tutto questo perché il MIUR non trasforma gli organici di “fatto” in “diritto” per una legge del 2010 che ha comportato tagli drastici nella scuola pubblica! (Legge Gelmini).

 

Anief Veneto può ampiamente dimostrare che tutti coloro che hanno avuto immissioni in ruolo in provincie lontane, avrebbero potuto benissimo rimanere a lavorare in ruolo nelle proprie provincie in piena continuità didattica.

 

“E ciò vale ancora di più, come sostiene Rita Fusinato segretaria regionale di Anief Veneto, per gli stessi docenti di ruolo assunti con riserva in una provincia che avrebbero tranquillamente potuto continuare a ricoprire il proprio posto di ruolo in organico di diritto!”

 

“Tutto questo caos , continua Patrizio Del Prete segretario provinciale Anief Verona, non fa che danneggiare non solo i docenti ma anche gli studenti e le loro famiglie perché non vedono garantiti il loro diritto alla continuità didattica”.

 

Conclude Rita Fusinato: “In questi giorni, siamo impegnati sia a livello regionale che nazionale, affinché il MIUR accolga la nostra proposta quella di confermare o utilizzare i docenti assunti dal concorso riservato nella stessa scuola dove si è titolari con riserva”.

Su indicazione del Ministero della Pubblica Istruzione nell’ambito delle misure di contrasto alla diffusione del Covid-19, prima dell’avvio dell’anno scolastico le Regioni sono chiamate ad effettuare uno screening tra il personale docente e non docente di tutti gli istituti di istruzione, dalle scuole d’infanzia a tutto il ciclo di scuola superiore, compresi gli istituti professionali.

 

“Gli screening saranno eseguiti tramite test sierologico ‘pungi dito’, chiamato comunemente saponetta – spiega l’assessore regionale veneto alla Sanità -. La gara per l’acquisto dei test è stata fatta a livello nazionale dal commissario Arcuri. Dei 2 milioni di test acquistati per tutta l’Italia, 96.000 sono arrivati nel Veneto sulla base del fabbisogno individuato dal Miur nel numero di insegnanti e non docenti interessati”.

 

“I 96.000 test – prosegue l’Assessore – sono già stati distribuiti a tutte le aziende sanitarie della Regione e queste stanno predisponendo la distribuzione ai Medici di medicina generale. Tra il Ministero e le organizzazioni di rappresentanza degli MMG, infatti, è stato fatto un accordo affinché siano i medici di famiglia ad eseguire i test ai rispettivi assistiti. Siamo certi che non mancherà la preziosa collaborazione di questi professionisti che, più che mai in questa emergenza, non è mai venuta meno, dimostrando un attaccamento professionale e uno spirito di umanità encomiabili.
Nell’eventualità che alcuni professionisti non aderiscano all’invito di eseguire la prestazione, le singole Ulss predisporranno servizi alternativi con orari specifici”.

 

 

“Le Ulss stanno perfezionando insieme ai Medici di medicina generale i dettagli per dare tutti i riferimenti necessari per ogni singola azienda agli interessati. Il test è su base volontaria – aggiunge l’assessore alla Sanità – ma è chiaro che è un bene per tutta la società che tutto il personale compreso nell’invito si sottoponga. In caso di positività sarà necessaria la conferma con il tampone molecolare che sarà carico dell’Ulss di riferimento”.

 

“Le operazioni di screening inizieranno lunedì 24 prossimo perché il test deve essere eseguito prima dell’inizio dell’anno scolastico – conclude l’Assessore -. Nella settimana che precede il 1 settembre verranno eseguite interessando il personale di quegli istituti che avvieranno le lezioni in quella data (rientri delle superiori e scuole d’infanzia). Nei giorni successivi potrà continuare per il personale delle scuole che iniziano il 14 settembre”.

 

Ognuna delle Aziende sanitarie darà informazione con un proprio comunicato sui luoghi, le modalità e gli orari dei test.

L’assessore regionale all’Istruzione, Elena Donazzan, esprime sconcerto e preoccupazione per la bocciatura in Parlamento, da parte della maggioranza, di tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni in sede di conversione del dl Scuola, alcuni dei quali sostenuti e condivisi anche dall’assessorato del Veneto.

 

“Concordo con la posizione espresso con l’Associazione Nazionale Presidi – dichiara Donazzan – in particolare sul tema della continuità didattica in Veneto, i danni saranno rilevanti a fronte delle gravi carenze di personale docente (circa 900 docenti mancanti), di cattedre coperte con supplenti annuali reiterati negli anni e di studenti già molto provati dalla didattica a distanza”.

 

“Pare che il tema della continuità didattica, caposaldo di una buon sistema educativo e scolastico – prosegue l’assessore – sia completamente ignorato da questo ministro. Lo dimostra il fatto che, nella proposta del piano scuola, l’aspetto della continuità sia stato inserito solo nella fase di discussione con le Regioni, e in particolare su proposta dal Veneto”.

 

“L’altro aspetto rilevante – chiarisce la titolare delle politiche per la scuola della Regione Veneto – è quello della chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti scolastici: un obiettivo di grande significato, per ben due volte nella storia della scuola italiana, prima inserito (rispettivamente dal governo di centrodestra e da Renzi nella ‘Buona scuola’) e poi annullato da una resistenza al cambiamento che non ha più senso di essere”.

 

Sono molto preoccupata per l’avvio dell’anno scolastico – conclude Donazzan – poiché mancano in Veneto oltre 200 figure del personale amministrativo e ausiliario (Ata) e un numero rilevante di docenit. Bati pensare che circa duemila insegnanti diplomati magistrali licenziati dovranno attendere che tutte le regioni italiane abbiano esaurito le proprie graduatorie, e che le regioni limitrofe peschino dalle disponibilità restanti, per vedersi assegnare un incarico di docenza: pertanto la scuola veneta avrà il suo quadro organico definito a fine ottobre, nella migliore delle ipotesi. Una gestione fallimentare, facilmente prevedibile per chi come me guida da anni questo delicato settore, i cui correttivi restano inascoltati, in particolare da questo ministro”.

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani intende porre all’attenzione del MIUR e delle autorità competenti, anche quest’anno, l’andamento dei trasferimenti interprovinciali registrato nelle regioni del Mezzogiorno per la classe di concorso A046 – discipline giuridiche ed economiche.

 

Complessivamente, sono stati effettuati nel Meridione 34 trasferimenti interprovinciali. Sicilia: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 13 (38,2%); previsti dal CCNI n. 8 (42,1%); Calabria: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 4 (11,8%); previsti dal CCNI n. 3 (15,8%); Basilicata: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 12 (35,3%); previsti dal CCNI n. 5 (26,3%); Puglia: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 2 (5,9%); previsti dal CCNI n. 2 (10,5%); Campania: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 0; previsti dal CCNI n. 0; Molise: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 3 (8,8%); previsti dal CCNI n. 1 (5,3%) di questi un numero pari a 19 è stato assegnato tramite precedenza prevista dal CCNI (57,6% sul totale).

 

Per quanto riguarda il trend nelle province, non è certo una situazione rosea: in Sicilia quella di Agrigento, con quattro unità, è la realtà che ha evidenziato un maggiore numero di trasferimenti, anche se sono stati tutti assorbiti dalle precedenze; in Calabria, l’unico dato significativo si riscontra a Crotone, con 3 unità di cui 2 con precedenza CCNI; la provincia di Potenza con 8 trasferimenti di cui 2 con precedenza prevista da CCNI costituisce il dato più “vistoso”. Le ultime quattro regioni non evidenziano valori particolarmente significativi (Puglia: Brindisi trasferimenti interprovinciali n. complessivo 2; previsti dal CCNI n. 2; Sardegna: Cagliari trasferimenti interprovinciali n. complessivo 5; Nuoro trasferimenti interprovinciali n. complessivo 2; Molise: Campobasso trasferimenti interprovinciali n. complessivo 3; previsti dal CCNI n. 1).

 

Per il terzo anno consecutivo, la classe di concorso in questione risulta essere bloccata; tranne qualche isolato docente “fortunato”, si rimane là dove il vituperato (da quasi tutte le forze politiche) algoritmo ha spedito, insindacabile come il giudizio di Minosse nell’Inferno. Ricordiamo che gran parte del personale educativo in questione vanta tanti anni di servizio, anche fuorisede, e spesso un’età non certo verde. Eppure, le dinamiche, sfortunatamente, rimangono invariate: non ci sarebbero posti e, a quanto pare, non se ne vogliono creare. Secondo le dichiarazioni di alcuni esponenti politici, far avvicinare gli esiliati alle proprie famiglie comporterebbe un salasso perla spesa pubblica. Purtroppo, ci saranno, come da tre anni a questa parte, costi, in termini economici ed affettivi, assai onerosi solo per le famiglie dei docenti fuorisede. Ci chiediamo quanto sia giusto.

 

Un’ulteriore riflessione vogliamo rivolgerla alla situazione dei trasferimenti interprovinciali nella scuola primaria e dell’infanzia: per ottenere l’agognato trasferimento si ricorre con frequenza assai sospetta alla precedenza CCNI. È fortemente improbabile pensare che, vista l’insorgenza progressiva di tale fenomeno, statisticamente, tutti i richiedenti abbiano reali patologie. Ci auguriamo che si apra una seria discussione sui numeri e sulle soluzioni più adatte per restituire condizioni di vita e lavoro più ragionevoli soprattutto a chi ha lasciato gli affetti a chilometri di distanza per servire con onestà lo Stato.                       

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani vuole evidenziare i dati negativi che attualmente si registrano in Italia inerenti all’andamento demografico:

• calo delle nascite;

• aumento dell’indice di vecchiaia;

• trasferimenti verso il Nord (previsione di 1,1 milioni di individui in meno che si sposteranno verso il Nord nel periodo 2020 – 2065).

 

 

L’ISTAT ha segnalato che “nel Mezzogiorno ci sarà la riduzione più rilevante della quota di giovani fino a 14 anni di età: da circa il 14% nel 2017 all’11% nel 2065, con la possibilità di scendere anche sotto il 9 per cento. Mentre al Centro e al Nord si dovrebbe restare comunque intorno al 10-15 per cento”.

 

Attualmente, dalle previsioni sui trasferimenti, scarse saranno le possibilità per un docente di poter rientrare nella sua città di residenza (alcune classi di concorso come l’A046 – discipline giuridiche ed economiche continueranno a far registrare tassi nulli). Tale situazione è dovuta da un lato alle basse quote fissate a tale tipologia di mobilità, dal momento che solo il 50% dei posti vacanti e disponibili sono assegnati ai trasferimenti, con una ripartizione del triennio così suddivisa: 2019-20: 40 % ai trasferimenti interprovinciali e 10% ai passaggi; 2020-21: 30% ai trasferimenti interprovinciali e 20% ai passaggi; 2021/22: 25% ai trasferimenti interprovinciali e 25% ai passaggi; dall’altra alla riduzione delle fasce giovani e del trasferimento delle famiglie nelle città del Settentrione.

 

È una vera e propria emergenza sociale che cresce anno dopo anno, causando la disgregazione delle famiglie oltre a una emorragia di risorse economiche e umane di gravissima entità. Finora al di là dei proclami e parole di circostanze non stiamo assistendo a niente di concreto: alcuni cittadini continuano a vedere ignorate le proprie istanze.  

 

Il Coordinamento chiede a tutti i soggetti che hanno siglato l’accordo di mobilità di essere chiari nei confronti degli insegnanti in questione e di farsi carico realmente delle speranze, delle aspettative, di tutti coloro che credono nel proprio lavoro con profonda abnegazione e sentono di essere stati dimenticati. Il Coordinamento invita . altresì il MIUR a avviare un monitoraggio atto a programmare i tempi di rientro per le classi di concorso al più presto possibile, in modo da definire con certezza le soluzioni più adeguate.       

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani, intende porre l’attenzione ancora una volta sulle problematiche scolastiche e sulla situazione purtroppo sempre attuale dei docenti meridionali costretti a trasferirsi al Nord durante l’anno scolastico, con non poche difficoltà economiche

 

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani riceve la testimonianza seguente ad opera di due colleghe, le professoresse Maria Grazia Delle Cave e Mariella Ricciardiello, in merito ai gravi disagi provocati della legge 107/2015, della quale quasi tutte le forze politiche in campo lamentano l’iniquità e per la quale non è stato prodotto nulla di concreto in funzione di reali migliorie. 

 

È vergognoso constatare come venga sistematicamente, durante le campagne elettorali, “cavalcata la tigre” dell’esodo forzato imposto ai docenti meridionali, per poi disattendere puntualmente le speranze e i sogni di chi ha abbandonato la propria famiglia alla frustrazione e alle difficoltà economiche allo scopo di servire lo Stato e onorare la propria professione.

 

Il docente “immigrato” che vive al Nord alimenta consumi e spende quasi tutto in affitto e viaggi. Nessuno si chiede come mai in occasione dell’inizio di vacanze o ponti i costi dei trasporti diventino insostenibili, in quanto non disponiamo di nessuna agevolazione, privilegio, “copertura”, neanche fosse un desiderio personale dei lavoratori, da fare espiare, quello di vedersi catapultati a chilometri di distanza da casa, soprattutto per chi ha fatto molti anni di pre-ruolo alle spalle;  per non parlare del fatto che per alcune aree del paese, pur spendendo, risulta difficoltoso muoversi. È davvero così impraticabile o improponibile, in considerazione degli ingenti finanziamenti messi a disposizione a svariato titolo, rettificare un errore madornale, una vera e propria ingiustizia sociale, perpetrata ai danni degli insegnanti deportati mediante un decreto legge? Chiediamo inoltre l’inserimento immediato dei moduli di “Cittadinanza e Costituzione” in ogni scuola di ordine e grado, attribuendoli a figure qualificate, vale a dire i professori di discipline giuridiche ed economiche, come già avvenuto in fase di assunzione nel 2015 per l’organico di potenziamento dell’area socio – economica e della legalità.

 

Quattro anni or sono, a causa dell’algoritmo impazzito, messo in atto con la legge 107/2015, migliaia di docenti del sud sono stati strappati dai loro territori per coprire le cattedre del Nord. Un piano assunzionale studiato a tavolino per distruggere intere famiglie del sud. Docenti pluriabilitati che con tanti sacrifici hanno cumulato punteggio, com’è la prassi per arrivare al tanto ambito ruolo. Ed ecco… Arriva. Nel lontano 2015. Ma quello che apparentemente sembrava finalmente il traguardo era solo l’ inizio di un’altra vita di precariato. La nostra partenza non è stata volontaria, come si vuol far credere, ma siamo stati messi difronte ad un “aut aut” (o accettare il ruolo al nord o decidere di restare in graduatoria con la postilla che non avremmo più lavorato). Tutti hanno ammesso i danni irreparabili di una sì fatta legge. Lo stesso ministro Marco Bussetti ha affermato che tale legge ha provocato l’allontanamento forzato di molti docenti a centinaia e migliaia di chilometri da casa; sulla stessa linea anche il ministro Luigi Di Maio ne ha sottolineato i danni. Alla luce dei fatti però, nulla è cambiato in tal senso. Anzi abbiamo visto bandire sotto i nostri occhi concorsi, che spuntano fuori come funghi (peccato che in precedenza ci veniva detto che al sud i posti non ci fossero). Concorsi che immettono in ruolo docenti, senza esperienza o punteggio, che occupano posti che spetterebbero alla mobilità prima di loro (come da D.lgs. 165/2001). Anche noi abbiamo superato non un concorso, ma due o tre. Il ruolo non ci è stato regalato. Il ruolo ci spettava di diritto essendo state parcheggiate per decenni nelle graduatorie.  

 

Ma ci toccava un ruolo accanto casa. Sia chiaro… Non vogliamo danneggiare nessuno. Vogliamo solo che chi ha il diritto/dovere di porre fine a questa colossale ingiustizia lo faccia, se ne assuma la responsabilità. Non si può continuare a fare i finti ciechi o finti sordi. La Costituzione va rispettata non solo a chiacchiere. Il diritto della famiglia e dei bambini viene prima di ogni altra cosa. I docenti in questione, infatti, non possono esercitare il loro diritto/dovere di mantenere, educare ed istruire i figli (art.30 della Costituzione), se assolvono i loro doveri di insegnanti a centinaia e migliaia di km di distanza dalla prole. Madri e padri di famiglia si sono visti costretti a lasciare i propri figli minorenni e partire. Ogni anno la storia si ripete, la nostra prole non vuol sentir ragione. I nostri bambini si gettano al collo di noi genitori impotenti, con le lacrime agli occhi, quasi volendo impedire la partenza. Le strida di pianto dei bambini ormai echeggiano dal Vesuvio alla Dormiente del Sannio. Li vedi lì, impietriti di fronte a te mentre ti accingi a salire su quel maledetto treno, con gli occhi gonfi di lacrime, lacrime dure, bocconi amari da ingoiare per chi è troppo piccolo per capire le ragioni di questo distacco. I docenti ormai quarantenni/cinquantenni con figli minorenni e genitori anziani non possono più sopportare questo fardello, magari venti anni fa avrebbero potuto accettare la cosa senza nessuna remora, non ora. Ora i docenti meridionali sono stanchi di assistere a questo continuo scaricabarile e chiedono a gran voce a chi di dovere di intervenire immediatamente attraverso un decreto d’urgenza che conduca al rientro di tutti nei rispettivi territori. I docenti pretendono che venga fatta giustizia per una terra che già è martorizzata abbastanza e che si è vista spopolata di tutti quegli uomini e donne che potrebbero dare tanto. I docenti campani, siciliani, pugliesi, calabresi, ecc… pretendono crescere i loro figli come è giusto che sia, pretendono di riunire le famiglie ormai allo sfascio, pretendono di poter svolgere il proprio lavoro con amore impegno passione e non dover scegliere tra lavoro e famiglia.

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani chiede al Ministro, prof. Marco Bussetti, e ai partiti di governo che venga avviata una fase costituente nel mondo della scuola, dalla quale emergano reali prospettive di cambiamento e di agevolazione per la classe docente.

 

Ricordiamo che il  dissenso contro la Buona scuola del 05 maggio 2015 ha comportato l’astensione lavorativa di circa 618.066 unità, secondo i dati diffusi dal ministero della Funzione pubblica. Considerando che nell’a.s. 2018/2019 i posti in organico sono 822.723, chiediamo che vengano tenute in considerazione e analizzate le tante problematiche inerenti ai docenti di ruolo e ai precari; in particolare, di forte interesse è l’annosa questione dei docenti fuorisede, in quanto da più parti politiche era stato assicurato un imminente piano di rientro onde porre rimedio a una serie di iniquità presenti nella precedente normativa; di grande vantaggio per il conseguimento di competenze trasversali e specifiche sarebbe l’inserimento nel monte ore di ciascun istituto scolastico (I e II grado) della disciplina di educazione civica, il cui insegnamento per specificità dei contenuti dovrebbe essere attribuito al personale della classe di concorso A046 – discipline giuridiche ed economiche; adeguamento stipendi; concorso docenti terza fascia; riduzione classi pollaio; l’istituzione di una piattaforma digitale su cui far confluire interessi e specificità dei sistemi provinciali educativi: tali istanze, già presentate in altri contesti, risultano essere determinanti per un corretto funzionamento della scuola.

 

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti attende con fiducia un dialogo costruttivo e concreto con gli organi di competenza.

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani, in occasione Giornata internazionale degli insegnanti, prevista per il 5 ottobre, augura a tutti i docenti di ogni ordine e grado un proficuo e sereno anno scolastico

 

 

La professione del docente diventa sempre più difficile e complessa; le richieste da parte della società a carico degli educatori diventano sempre più molteplici e disparate: aumentano le responsabilità civili e penali nell’esercizio della propria funzione e il rapporto con le famiglie diventa in troppi casi conflittuale; la credibilità di tale professione viene inficiata costantemente da fattori interni ed esterni alla scuola; a causa di tante riforme condotte in modo improvvido, in molti casi, i disagi e le storture si sono moltiplicati con classi di concorso falcidiate e gli esiliati della l. 107/2015 ne costituiscono la prova più tangibile.

 

Su un campione di 242 docenti fuori sede, monitorato attraverso un sondaggio condotto nel mese di agosto – settembre online, il 62,3% ha dichiarato di spendere annualmente per il proprio sostentamento tra i 5000 e i 10.000 euro; addirittura il 28,8% accusa una spesa superiore a 10.000 euro.

Le prime tre regioni in cui risultano prestare servizio gli intervistati sono: la Lombardia con il 17,3%; il Lazio (16,12%) e la Toscana (14,5%).

 

In un contesto del genere, ci chiediamo seriamente se non sia il caso di rimodulare le caratteristiche della Carta del docente, quando chi vive fuori dalla propria città di residenza affronta costi che intaccano inesorabilmente il proprio stipendio fino a vederlo scomparire senza alcuna possibilità di risparmiare qualcosa per se stesso e i propri figli. Si parla di autentico allarme povertà nei casi di famiglia monoreddito con affitto da pagare, spostamenti vari, acquisto beni di consumo nelle costose città del Centro – Nord. Risultato? Impossibilità di conciliare il dentista o un’ipotetica spesa medica con la rata dell’affitto. Le classi di concorso più colpite risultano essere, da quanto emerge dal questionario, quelle relative alla scuola dell’infanzia, alla scuola primaria e alle discipline giuridiche ed economiche. Gli intervistati hanno dimostrato estrema flessibilità nell’accettare qualsiasi utilizzazione (disponibilità ad essere utilizzato in compresenza;  disponibilità ad essere utilizzato in attività di potenziamento didattico; disponibilità ad essere utilizzato in attività di sostegno previa formazione; disponibilità ad essere utilizzato in orario pomeridiano e nel mese di luglio per le attività di recupero (con ripresa in servizio nel mese di ottobre) ) pur di favorire il proprio rientro.

 

Oggi gli insegnanti possiedono un’alta formazione e vantano titoli di studio altamente specialistici (dottorati di ricerca; borse di ricerca ecc.); motivo per il quale il quale sarebbe facile trovare  attraverso la sperimentazione alternative all’ “esodo”. Allo stato attuale pochi appartenenti a tali classi di concorso sono potuti rientrare nelle loro sedi.

 

Alla luce di quanto affermato, ci si augura vivamente che le prossime azioni del Governo tengano conto del malessere di un cospicuo numero di cittadini, sulle cui spalle grava una responsabilità non di scarsa entità: la formazione della futura società.      

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