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L’insegnamento della legalità costituisce una delle frontiere educative su cui la guardia non può essere mai abbassata; soprattutto attraverso attività idonee, come la formazione e i progetti, il cui scopo tenda a creare un circolo virtuoso fra i giovani cittadini e le istituzioni, specialmente in accordo con le amministrazioni locali, per incentivare l’assunzione di responsabilità del singolo verso la collettività.

In questo articolo la professoressa Daniela Provenzano, membro del Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani, approfondisce l’argomento.

 

I dati provenienti sia dalla Confcommercio imprese per l’Italia, che dalla Fondazione Caponnetto, sono assai significativi in tal senso e purtroppo allarmanti: dall’indagine condotta fra le imprese toscane di commercio, turismo e servizi, risulta che sei imprenditori su dieci lamentano un peggioramento dei livelli di sicurezza rispetto al passato. Abusivismo, furti, contraffazioni, rapine, usura, ed estorsione sono i reati la cui percezione risulta aumentata in modo rilevante rispetto alla media nazionale. Fino a dieci anni fa, sembrava impossibile parlare della Toscana come terra di mafia; adesso invece bisogna affrontare con forza e decisione tali nuovi problemi. Il più grave è l’automertà, ossia la paura di affrontare la mafia, il minimizzare la portata del fenomeno, il rifiuto rispetto ai fenomeni malavitosi che ormai affliggono anche la Toscana (rifiuti tossici, il reimpiego di denaro proveniente da attività illecite, il condizionamento degli appalti pubblici, e ancora beni confiscati, arresti e latitanze). Basta fare qualche ricerca sulle operazioni condotte con successo delle forze dell’ordine, per scoprire che, talvolta, anche gli imprenditori non sono sempre vittime, ma complici. Infondere la cultura della legalità e dell’etica nell’impresa significa diffondere tra i giovani lo sviluppo di comportamenti imprenditoriali responsabili, ispirati alla conoscenza, al rispetto e alla solidarietà.

 

Due fattori sono oggi fondamentali per saper fare impresa: riconoscere e rispettare le regole e formazione professionale qualificata. Tali requisiti diventano valori che vanno trasmessi ai nostri studenti, protagonisti dell’economia del futuro e della società civile.

 

La diffusione della legalità deve avvenire in sinergia con azioni che vedano in prima linea le scuole, insieme alle istituzioni del territorio: le camere di commercio, le forze dell’ordine, le associazioni di volontariato.

 

La scuola costruisce relazioni operative e cerca un sostegno anche esterno quando delinea nuovi percorsi formativi e orientativi; a tal fine posso essere assai proficue le sinergie con le camere di commercio, in quanto luoghi deputati a registrare la nascita e la vita delle aziende secondo regole di trasparenza del mercato e legalità. Il registro delle imprese deve essere conosciuto dagli studenti come strumento fondamentale per la trasparenza amministrativa.

 

La scuola crea anche un dialogo tra gli studenti e le forze dell’ordine. Sicurezza e legalità devono essere considerati obiettivi primari per la collettività. I costi relativi agli illeciti sono altissimi per l’economia: tasse evase, sfruttamento dei lavoratori, sottrazione di ricchezza alle imprese e allo Stato.

 

L’educazione alla legalità deve partire dai giovani; occorre sensibilizzare l’attenzione degli studenti proprio circa quelle tematiche la cui gravità viene spesso ignorata. Tanti comportamenti sono ritenuti dagli adolescenti accettabili, come acquistare merce contraffatta da venditori abusivi o scaricare film e musica illegalmente.

 

Fin dalla scuola primaria è necessario attivare e promuovere percorsi didattici specifici che facciano conoscere i fenomeni criminali dannosi per la società e le attività imprenditoriali.

 

Proprio in tal senso si inquadra il progetto sperimentale “Aziende Giuste”, realizzato dal Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani. Il percorso ha l’obiettivo di creare, attraverso il lavoro degli studenti, un database di aziende virtuose del territorio, individuate sulla base di indicatori sintetici attestanti il rispetto di elevati standard di legalità.

 

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani propone alcune attività didattiche e operative:

1. Analisi dei principali reati di cui sono vittime le imprese

2. Ricerche sui principali reati commessi nel proprio territorio, in particolare la green corruption, i reati di usura e di estorsione.

3. Analizzare gli indicatori più significativi, ai fini dell’ottenimento del rating di legalità.

4. Far conoscere agli studenti le figure di:

– Giorgio Ambrosoli, l’eroe borghese avvocato liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

– Libero Grassi, imprenditore italiano ucciso da Cosa Nostra dopo essersi opposto a una richiesta di pizzo.

5. Film suggerito: Il titolare, black comedy a episodi su impresa e criminalità, per la regia di Alessandro Albanese e Carlo Loforti.

Il protagonista è un commerciante dal nome evocativo, Enea interpretato dall’attore Sergio Vespertino, che si trova a dover affrontare situazioni nelle quali, la corruzione, l’estorsione, le rapine, la burocrazia, le difficoltà di accesso al credito, sono trattate attraverso dei paradossi, in una sorta di mondo capovolto o ideale. La diffusione dell’opera, inizierà ad ottobre, nell’ambito degli eventi di Confcommercio dedicati alla sicurezza e alla legalità.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, a qualche giorno dall’avvio dell’anno scolastico 2018/2019, augura a tutti gli studenti un proficuo e sereno inizio.

 

Aiutiamo i nostri giovani a dispiegare il proprio talento e a coltivare le proprie passioni, con grande fiducia, senza alcuna diffidenza, soprattutto a scuola, luogo di incontro, crescita, condivisione e sperimentazione per eccellenza; benché esista una frangia di ragazzi disorientati, con i quali è difficile confrontarsi, specialmente in tali circostanze, gli sforzi della comunità educativa devono essere raddoppiati, al fine di recuperare e ripristinare il dialogo, spesso ostacolato da una serie di fattori socio-economici o di carattere individuale, per avviare le dinamiche relazionali a una maggiore distensione, comunque foriera di progresso.

 

Tra studenti e insegnanti devono stabilirsi rapporti di empatia, di rispetto e di cordialità; in maniera particolare, però, la fiducia dei giovani e delle famiglie nei confronti degli educatori dovrebbe essere indispensabile.

 

Invitiamo i genitori a partecipare alla vita della scuola in modo autenticamente costruttivo, rispettando le regole e i ruoli.

 

Auguriamo a tutto il personale coinvolto, direttamente e indirettamente, nelle attività formative e in primo luogo agli studenti di attraversare i mesi che li separano dal termine delle lezioni nella maniera più positiva possibile, traendo ciascuno linfa vitale e nuove competenze dalle esperienze di ogni giorno.

 

In particolare, agli insegnanti esprimiamo tutto il nostro apprezzamento per l’elevata missione a cui sono chiamati e che sarebbe giusto potessero svolgere con la necessaria serenità, economica e affettiva, richieste per svolgere al meglio il proprio compito.

 

Al ministro Bussetti, che più volte di recente ha rassicurato i docenti fuori sede, e alle forze politiche chiediamo che vengano una volta per tutte alleviati i disagi, economici e affettivi, di chi, dedito al proprio lavoro, parte per lunghi periodi, abbandonando la propria famiglia, per arricchire umanamente e professionalmente altre realtà.

 

 

Condizione essenziale di progresso è che all’interno della scuola, prima che altrove, maturi una nuova consapevolezza del valore ineliminabile del lavoro, delle responsabilità individuali, della solidarietà verso gli altri, quali che siano le loro idee, dell’integrità verso la cosa pubblica e nei rapporti privati.

(Sandro Pertini)

 

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti umani esprime apprezzamento per le dichiarazioni del ministro, dott. Bussetti, in merito al provvedimento in corso di elaborazione finalizzato al rientro dei docenti meridionali, collocati dall’algoritmo della legge 107/2015 in località molto distanti dalle proprie sedi.

 

Più volte l’attuale ministro si è speso in relazione a tale problematica, dando prova di estrema sensibilità per una questione che non riguarda soltanto la scuola, ma diventa quasi sociologica, economica e antropologica. Se lo stesso ministro Salvini propone di ripopolare il Meridione esautorato da continue emigrazioni attraverso una serie di interventi, evidentemente quella che si presenta può essere l’occasione per contribuire a un riassestamento dell’assetto economico tra Nord e Sud, riequilibrare la disgregazione di tanti nuclei familiari e riattivare circuiti virtuosi in zone che rischiano la desertificazione umana.
Ci auguriamo che le strategie dell’attuale Governo possano realmente portare al benessere e all’armonia tante famiglie in fiduciosa attesa e contribuire al miglioramento dell’economia del Sud, invertendo l’infausto processo di abbandono da parte delle forze produttive e portatrici di ricchezza delle regioni meridionali, invece, più bisognose proprio di incrementare i redditi.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, in occasione della divulgazione del Rapporto 2018 della SVIMEZ, da cui si evince la drammatica situazione del Sud d’Italia in termini di mancata occupazione, di emigrazione crescente, di emarginazione e degrado sociale, chiede che si agevoli nella maniera più tempestiva possibile quanto riportato nel contratto di Governo in merito ai trasferimenti del personale scolastico in base alla residenza di ciascuno.

 

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”.

 

Considerate tali premesse, il Coordinamento chiede ai deputati e senatori interessati a tali tematiche, di proporre un’interrogazione parlamentare al ministro Bussetti sulle problematiche inerenti al piano di rientro dei docenti meridionali.

 

L’interrogazione potrebbe eventualmente vertere sulla fattibilità o meno delle seguenti soluzioni per ovviare al disagio sociale in atto:
– potenziamento dell’organico dell’autonomia (compresenza; supporto tecnico alle segreterie; cura delle biblioteche scolastiche; programmi specifici area della legalità etc.) negli istituti scolastici meridionali alla luce dei problemi socio – economici del territorio
– sviluppo progetti sperimentali su reti di scuole di I e II grado realizzati da personale scolastico qualificato richiedente mobilità;
– apertura pomeridiana delle scuole con percorsi di potenziamento;
– favorire la mobilità, su posti vacanti di dipendenti appartenenti alla stessa qualifica, presso altre amministrazioni; operazione quest’ultima assai auspicabile dal momento che in alcuni settori della pubblica amministrazione si lamenta la carenza di personale (art. 30 D.lgs. 165/01);
– corsi si specializzazione sul sostegno per i docenti di ruolo per facilitarne il trasferimento.

 

Ci auguriamo che le proposte suggerite possano trovare cittadinanza.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende avviare un monitoraggio sul tema della mobilità, in modo da reperire informazioni circa la condizione, le caratteristiche e i disagi propri del docente fuori sede. Il fine ultimo dell’operazione consiste, dopo aver analizzato i dati pervenuti, nell’elaborare strategie atte alla risoluzione della drammatica questione in oggetto.

 

Il questionario, strumento attraverso il quale si intende procedere, elaborato dal prof. Alessio Parente, Segretario generale del CNDDU, consiste in una serie di domande di carattere generale e di contenuto più specifico. Per chi volesse aderire all’iniziativa, è possibile scaricare il questionario e inviarlo all’indirizzo email: [email protected] entro il 16 di agosto.

 

Riteniamo che i docenti in questione durante il servizio, prestato in buona parte nelle scuole del Sud, abbiano svolto un ruolo assai utile alle comunità educative ospitanti e che l’esodo di tanti insegnanti abbia impoverito ulteriormente le risorse materiali e intellettuali di un territorio assai soggetto alla criminalità organizzata e fortemente degradato.
Ricordiamo che molto significativi risultano essere i dati sullo spopolamento e sul “malessere demografico”; sulla disoccupazione; sul disagio e sulla mancata crescita del Meridione.

 

Non ci stancheremo mai di ripetere che è possibile avviare una controtendenza, partendo proprio dal rientro dei professori “esiliati dalla legge 107/2015” presso le loro città di residenza, per contrastare tutta una serie di fenomeni, che sembrerebbero occupare ampio spazio nelle dichiarazioni degli esponenti politici.
Si auspica che si possa trovare una soluzione strutturale per il personale scolastico in oggetto, attraverso un piano di rientro da realizzare al più presto.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, in questi giorni ha ricevuto sia sulla pagina Facebook che sul proprio indirizzo di posta elettronica tanti contributi attinenti ai molteplici disagi dei docenti fuori sede. All’interno di tali segnalazioni trovano spazio anche molte proposte volte alla risoluzione della problematica in oggetto; in merito a quest’ultimo argomento vogliamo evidenziare quanto suggerito dalla collega prof.ssa Anna Dorotea Privitera, comitato NONSISVUOTAILSUD: “Il principio di applicazione di una legge dispone che davanti a essa tutti
i cittadini la ricevano in modo eguale. Per la Buona Scuola non è stato così; già la suddivisione in fasi “0 – A- B e C” ha discriminato i lavoratori della scuola, ponendoli differentemente sugli scalini dell’assunzione.

 

La 107/2015, oltre all’ arruolamento dei docenti, contiene altre disposizioni, poiché essa tende, secondo il legislatore che l’ha concepita, all’ utilizzo del personale scolastico a seconda del fabbisogno interno, rinforzando l’offerta formativa mediante l’organico dell’ autonomia cioè il potenziamento, che avrebbe dovuto diminuire la supplentite e far scomparire del tutto il precariato nella Scuola.

 

L’art. 1 al comma 131 ferma definitivamente i precari con 36 mesi di servizio, non consentendo loro di poter accedere ad altri incarichi annuali, dovendo, infine, apprestarsi al ruolo tramite concorso. Nessuna scappatoia: i precari, che hanno scelto di non farsi assumere col piano straordinario della Buona Scuola, devono starsene tranquilli ad aspettare il ruolo, solo dopo che i movimenti della mobilità vengono espletati.
È di qualche giorno fa la proposta della signora Azzolina (M5S) di abolire il comma sopra citato, cancellando il motivo, la causa che ha spinto migliaia di precari storici ad accettare il ruolo su scala nazionale e la susseguente mobilità, che ha sbaragliato anche chi era stato assunto in provincia e vicino casa, a migliaia di chilometri lontano dalla propria famiglia.
“Lo sapevate” ci accusano i precari residuali – risposta: “Anche voi”.

 

La legge è uguale per tutti! Data la lungimiranza di queste persone che non si sono lasciate assoggettare dal comma 131 e dato che nessuno avrebbe immaginato un tale caos creato dall’algoritmo, il quale ha scaraventato a casaccio gente di 40 e 50 anni al Nord, si chiede agli attuali residenti del Miur di porre fine alla “Questione Meridionale Scuola”. Di non accentuare ulteriormente la disparità di trattamento. Se Sacrosanto è il diritto dei precari con 36 mesi di servizio d’essere assunti, altrettanto è quello di poter ritornare a casa degli esiliati 107, che non hanno mai scelto di allontanarsi dalle proprie province di residenza. Si devono garantire quote alla mobilità, numeri degni di merito.
Non si può far passare il principio che chi è stato assunto fuori debba “Cercarsi un bravo avvocato” per poter rientrare e porre fine ad un’ingiustizia subita. Infatti, il torto non può essere rimesso nelle mani di un giudice, ma deve essere condannato, a prescindere, a livello istituzionale.
All’abolizione del comma 131 anteponiamo un piano di rientro straordinario per gli esiliati 107 e corsi di specializzazione sul sostegno.

 

Stop concorsi e assunzioni: si facciano dove è veramente necessario. Si riportino a casa i docenti assunti nel 2015 con la Buona Scuola. Si ripristini la mobilità. Il comitato NONSISVUOTAILSUD vi ringrazia per la cortese attenzione e spera nel vostro intervento e supporto affinché venga garantito un rientro immediato dei docenti nelle loro regioni d’appartenenza per ricostruire l’unità famigliare.”

 

All’interno del Coordinamento si sta valutando l’opportunità di realizzare una piattaforma appositamente allestita per far convogliare tutte le varie proposte significative ai fini di strutturare modalità operative che possano condurre al ritorno dei docenti nelle proprie sedi di residenza. Si invitano tutti i colleghi / associazioni / comitati / esponenti politici a fare rete in modo da poter trovare un accordo di massima.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, in occasione della ricorrenza in cui è stata uccisa Rita Atria, 26 luglio 1992, intende ricordare il coraggio e l’ideale di giustizia a cui la giovane si è ispirata, dopo l’incontro con il giudice Paolo Borsellino, promuovendo una “marcia digitale”, proprio in memoria della testimone di giustizia.

 

In tale giorno, si invitano gli utenti dei social network a formare una sorta di catena digitale, postando immagini e frasi relative alla difesa della legalità e contro le organizzazioni criminali organizzate, e invitando i propri amici ad aderire: ciascuno diventa protagonista attivo della propria consapevolezza civica e non semplice spettatore passivo.
Essere cittadino significa anche diffondere ideali, spunti di riflessione e modelli di comportamento eticamente validi, avvalendosi anche dei linguaggi digitali. Si spera così di coinvolgere le giovani generazioni, ma anche gli adulti, in una costruzione di idee e scambi culturali più profonda e significativa rispetto a tanti post, in alcuni casi davvero superflui, quando non diseducativi.

Creare un’onda di commenti, considerazioni e immagini da condividere con il maggior numero di persone possibili, dando vita ad un’azione di impegno civile è il fine ultimo dell’iniziativa, per “marciare” idealmente tutti uniti verso un unico obiettivo: l’affermazione della legalità come principio fondante della libertà.

Oggi attraverso un semplice click online molti attivisti dei Diritti Umani hanno creato movimenti d’opinione e lanciato campagne a favore della dignità della persona per un mondo più equo e tollerante. Il Coordinamento ritiene oggi importantissimo l’utilizzo dei social network come veicolo di comunicazione, partecipazione e mobilitazione, non come mera vetrina per apparire.

 

“La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non
doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale,
anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di
libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e
quindi della complicità.”

Paolo Borsellino

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani vuole ricordare la strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, promuovendo piccole azioni di legalità in tutto il territorio nazionale.

 

 

“In particolare, chiediamo a tutti gli utenti dei social network di postare nella data della ricorrenza in oggetto una celebre frase di Paolo Borsellino, espressione autentica della tempra morale e della rettitudine di un uomo che ha vissuto la legalità come il principio ispiratore del proprio operato e non solo come l’esecuzione di un mero dovere da parte del cittadino nei confronti dello Stato: A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato.

 

Inoltre, a partire dalla riapertura delle scuole, si propone l’idea di realizzare una rete sociale, intitolata a Borsellino (La rete di Paolo), atta a permettere la condivisione di materiale multimediale selezionato e creato dagli studenti, incentrato sulle problematiche criminali relative al loro territorio e al contesto nazionale, ma anche sulle riflessioni – percezioni – eventuali soluzioni prospettate degli stessi in merito alle tematiche in oggetto. In caso di adesione, è possibile rivolgersi al seguente indirizzo mail: [email protected]

 

È necessario continuare a promuovere in modo capillare, pervasivo e strutturato l’idea che appartenere a una comunità, una scuola, una famiglia, un paese, non ci esime, anzi dovrebbe essere tutto il contrario, dal sentirci inseriti in una realtà più ampia che è quella dello Stato; ancora oggi purtroppo tale concetto viene considerato come estraneo, se non in forte contrapposizione, specialmente negli ambienti malavitosi, agli interessi del singolo e della piccola propria cerchia di riferimento. Il campanilismo acritico, il familismo, il nepotismo, il clientelismo sono tutte varianti deviate e pericolose, in quanto foriere, spesso, di molteplici atti criminosi, che derivano da un unico aberrante concetto in base al quale, in Italia, l’individuo viene contrapposto rispetto all’entità astratta Stato. Solo quando si capirà che il cittadino non è cliente e che lo Stato non è un nemico, si riuscirà a contenere la criminalità. La scuola in passato ha contribuito a rendere più omogeneo l’assetto culturale dei nostri connazionali, promuovendo non solo la cultura, ma anche un’autentica possibilità di riscatto per tanti studenti; i docenti erano apprezzati per i loro sforzi ed erano considerati credibili nel loro ruolo educativo; attualmente ripristinarne il prestigio e la dignità significa costituire uno dei pochi argini alla deriva socio-culturale dei nostri tempi. Educare, comunicare e trasmettere valori diventa impraticabile, se la propria credibilità professionale viene sminuita in varie forme. Educatori deboli non incideranno sul tessuto sociale in cui operano e altri modelli, inappropriati o fuorvianti, prenderanno il sopravvento, specialmente nelle realtà più abbandonate e ad alto rischio malavitoso. Modelli per i quali lavorare onestamente, evitando scorciatoie, facilitazioni, compromessi, è da sciocchi o da miseri falliti. La legalità non deve essere una semplice parola da ripetere nelle occasioni pubbliche, ma costituire una forma mentis, un automatismo consapevole. La scuola diventa il banco di prova della società che decidiamo di scegliere per noi e per le generazioni che verranno“.

 

“La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Antonino Caponnetto

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, in relazione alla proposta formulata dal Governo inerente al reddito di cittadinanza, previsto all’interno del decreto dignità, il cui fine è l’aiuto economico per i soggetti temporaneamente inoccupati o svantaggiati, nell’apprezzare l’intervento in questione, precisa quanto segue: allo scopo di non creare disparità tra chi è disoccupato, ma godrebbe dei benefici del provvedimento, e i docenti che sono collocati, a seguito del trasferimento imposto dalla legge 107/2015, fuori sede, con costi spesso elevatissimi rispetto alla propria retribuzione, e forti ripercussioni sulle famiglie, in alcuni casi mono reddito, si chiede di voler tempestivamente operare per consentire agli insegnanti in questione il rientro definitivo presso le proprie città di residenza o ipotizzare una sorta di “indennità di trasferimento” la cui finalità sia quella di attenuare i disagi sopra citati.

 

Inoltre, il Coordinamento intende soffermarsi sulla necessità e urgenza di inserire al più presto l’ora di educazione civica in ogni scuola di ordine e grado, attribuendone l’insegnamento ai docenti della classe di concorso A046 – discipline giuridiche ed economiche, perché se è vero che alla formazione della responsabilità civica degli studenti concorrono tutti gli insegnanti, a prescindere dalla propria materia di riferimento, in realtà soltanto chi conosce profondamente i meccanismi e la normativa del Diritto può operativamente comunicare nella maniera più efficace i valori della legalità, partendo dall’interpretazione del testo normativo (diritto pubblico ed in particolar modo diritto costituzione, diritto privato, diritto amministrativo etc.).
Pertanto si chiede che il ministro, prof. Bussetti, al più presto elabori un decreto legge finalizzato all’inserimento nel monte ore scolastico della disciplina in oggetto; ancora si auspica l’istituzione di un tavolo operativo di concertazione con tutti gli attori che si stanno adoperando a favore di tale provvedimento.

 

Infine rivolgiamo un appello a tutti i deputati e senatori, che prima e dopo la campagna elettorale si sono fatti carico di tale istanza, affinché sostengano tangibilmente il percorso proposto.
“I giovani e la mafia? Ѐ un problema di cultura, non in senso restrittivo e puramente nozionistico ma come insieme di conoscenze che contribuiscono alla crescita delle persone. Fra queste conoscenze vi sono quei sentimenti, quelle sensazioni che la cultura crea e che ci fanno diventare cittadini, apprendendo quelle nozioni che ci aiutano a identificarci nelle istituzioni fondamentali della vita associata e a riconoscerci in essa.” (Paolo Borsellino)

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei diritti Umani, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, celebrata oggi, 20 giugno, e istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tramite la risoluzione numero 66/76 (approvata il 4 dicembre del 2000, per commemorare l’approvazione della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, avvenuta a Ginevra nel 1951), ritiene fondamentale sostenere la necessità di assicurare ai rifugiati il godimento dei loro diritti umani fondamentali e della sicurezza necessaria alla loro sopravvivenza, evidenziando che proprio l’art. 1 nella citata Convenzione fornisce la definizione di status dei rifugiati.

 

 

 

Tante le iniziative, in tutta Italia, che intendono dare visibilità alle espressioni di solidarietà verso i rifugiati, amplificando la voce di chi accoglie e rafforzando l’incontro tra le comunità locali e i rifugiati e i richiedenti asilo. L’obiettivo è quello di far conoscere i rifugiati attraverso i loro sogni e le loro speranze: prendersi cura della propria famiglia, avere un lavoro, andare a scuola e avere una casa. La scuola ha il dovere di aiutare i ragazzi a comprendere il fenomeno delle migrazioni nella sua complessità; proprio in risposta alla pericolosa semplificazione della questione proposta da alcuni mezzi di informazione e a favorire il più possibile l’integrazione e l’inclusione tra studenti provenienti da realtà differenti.

 

L’epoca in cui viviamo è la più complessa della storia dell’umanità, non solo le migrazioni di massa, ma anche i cambiamenti climatici scaturiti dall’inquinamento globale, la crescita demografica nei Paesi a sud del mondo, l’invecchiamento della popolazione europea, e infine il mantenimento di uno “Stato sociale” moderno, sono tutte tematiche interdipendenti.

 

Senza una visione sistemica e complessa, che sia in grado di percepire contemporaneamente sia gli effetti locali che gli effetti globali di ogni decisione politica, gli errori decisionali possono avere ripercussioni devastanti. La sfida più grande dunque è riconoscere tra le varie soluzioni quelle idonee, come ad esempio i centri di accoglienza, diffusi sul territorio e finalizzati all’inclusione e al monitoraggio costante del fenomeno migratorio.

 

Tali luoghi sembrano permettere una migliore qualità dei servizi, facilitano l’incontro personale e risultano comunque produrre un impatto più sostenibile sul territorio. Non sono ipotizzabili soluzioni che prevedano l’espulsione indiscriminata dei richiedenti asilo, proprio perché provenienti da paesi politicamente instabili, in cui sarebbero perseguitati, qualora vi tornassero. Bisogna valorizzare quelle realtà in cui è stato possibile individuare le capacità e le competenze dei rifugiati, divenendo una vera risorsa per le comunità di accoglienza, ma solo dopo aver garantito percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva e un’informazione adeguata nelle loro lingue originali. Occorre tenere alta la guardia, certamente, per impedire che il sistema di accoglienza, attraverso l’esternalizzazione alle cooperative, si trasformi in fabbrica di clandestini, o occasione di guadagno illecito; a tal fine devono aumentare i controlli sulle cooperative che gestiscono l’accoglienza, sul personale e sulle attività svolte. Non possiamo dimenticare le infiltrazioni mafiose nell’aggiudicazione degli appalti indetti da alcune Prefetture per la fornitura di servizi a imprese appositamente costituite per spartirsi i fondi destinati all’accoglienza.

 

Bisognerebbe rivedere la convenzione di Dublino, cioè il regolamento che definisce quale paese europeo sia competente in relazione alle domande di asilo; in modo da condividere autenticamente difficoltà e responsabilità in Europa alleviando una situazione insostenibile per i paesi di frontiera come la Spagna, l’Italia e la Grecia.

 

Infine, sarebbe necessario rivedere il termine “emergenza immigrazione”, in quanto si rischia di dimenticare il reale impatto dell’immigrazione in Italia, spiegando che i costi sociali dell’integrazione sono sostenuti principalmente a livello locale (casa, sanità e asili nido), il gettito fiscale e quello contributivo prodotto dai lavoratori stranieri, con l’eccezione dell’Irpef regionale e comunale, si indirizzano verso lo Stato centrale, divenendo meno visibili per le comunità locali.

 

Rimane a noi docenti il compito non facile, di spiegare i termini, i regolamenti, le fonti statistiche relative al fenomeno delle migrazioni, aiutando gli studenti a saper discernere le informazioni utili e reali, e a formarsi un’opinione critica e lucida. Creare inoltre, occasioni di approfondimento, attraverso la visita dei musei, la lettura di libri, la proiezione di film, musica, pittura e lo studio della terminologia appropriata (Glossario sull’asilo e la migrazione, Consiglio Nazionale delle Ricerche Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale Roma).

“Nessuno stato sociale può sopravvivere se deve confrontarsi con una continua crescita della popolazione. A meno che, naturalmente, non vi sia pari sviluppo. Poi c’è un fattore emotivo da non sottovalutare, ovvero il livello di empatia che una società è in grado di esprimere nei confronti dei nuovi venuti e nella capacità di comprendere il fenomeno demografico. L’atteggiamento ostile di alcuni Paesi europei è un errore politico ed etico.
L’Europa possiede già un’anima solidale. Il che naturalmente non vuol dire immigrazione incontrollata. L’Africa deve comunque trovare la sua via allo sviluppo affinché la sua gente trovi lì vita e benessere”. Amartya Sen

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