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Oggi, martedì 3 dicembre, ricorre la Giornata internazionale delle persone con disabilità, istituita nel 1992 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani considera importante in tale ricorrenza promuovere i diritti e il benessere delle persone con disabilità nelle scuole.

 

In tale occasione, il CNDDU promuove la conoscenza dei più importanti personaggi affetti da qualche forma di disabilità che hanno contribuito al progresso della società: il fisico, astrofisico e cosmologo, Stephen Hawking, la pittrice Frida Kahlo, il regista Steven Spielberg, lo statista Winston Churchill, il matematico John Nash, il pittore Toulouse Lautrec, i compositori Richard Wagner e Ludwig Van Beethoven, il musicista Stevie Wonder, i presidenti degli Stati Uniti d’America Abraham Lincoln e Franklin D. Roosevelt, l’atleta Beatrice Vio “Bebe”, l’informatico Steve Jobs, l’attivista Helen Keller solo per citarne alcuni.

 

L’apporto di tali figure è stato inestimabile; la disabilità non è stata un limite, ma una possibilità di esprimere le proprie potenzialità in maniera diversa e raccontare e offrire al mondo prospettive, soluzioni e “visioni” innovative. 

 

Il CNDDU invita il MIUR ad impegnarsi nella maniera più tempestiva possibile per formare adeguatamente docenti qualificati nel sostegno, onde supportare nella maniera più appropriata i giovani studenti bisognosi di strategie didattiche adeguate alle loro caratteristiche, per evitare, come accade all’inizio di ogni scolastico, il reiterarsi di cattedre vuote di personale specializzato.

 

Gli istituti scolastici sono invitati inoltre a organizzare nel mese di dicembre attività, eventi ed incontri, sul tema segnalando al CNDDU le principali iniziative. 

 

Lo slogan della giornata è #unascuolapertatutti.

 

Credo che le persone disabili dovrebbero concentrarsi sulle cose che il loro handicap non impedisce di fare e non rammaricarsi di quelle che non possono fare.

(Stephen Hawking)

La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, al fine di sensibilizzare l’umanità verso l’eliminazione della violenza contro le donne.

 

La scelta della data fu legata al 25 novembre del 1960, giorno in cui, nella Repubblica Dominicana di Trujillo, fu compiuto un brutale assassinio di tre sorelle considerate rivoluzionarie: le sorelle Mirabal, che furono torturate e strangolate. Dopo l’uccisione venne simulato un incidente e furono ritrovate in fondo a un burrone.

 

 

Ogni 15 minuti una donna è vittima di violenza

La matrice della violenza permane ancora oggi in ogni parte del mondo e in Italia, come registra il report 2019 della Polizia di Stato, in base al quale ogni 15 minuti si verificano reati di violenza contro il genere femminile.
In alcuni luoghi le donne bambine vengono date in spose, in altri vengono private dell’utero per poter lavorare senza l’inconvenienza del ciclo mestruale, in altri vengono violentate, trucidate e uccise con regolarità, in altri ancora sono vittime di violenze domestiche e altre violenze sempre più sofisticate e capaci di demolire la dignità femminile anche senza sfiorare fisicamente il corpo della donna e, talvolta, senza che la vittima ne abbia immediata consapevolezza.

 

Cadiamo spesso nell’errore di considerare la violenza solo come percosse, lesioni, minacce o stupro, contestualizzati in un ambiente degradato e caratterizzato da scarsa cultura o da condizioni economiche difficili. Ma la violenza non ha alcun cliché. Essa si può manifestare in dinamiche diverse e in contesti culturali e socio economici di ogni livello, concretizzandosi in comportamenti celati tanto quanto evidenti. Essere controllate in modo costante e soffocante dal partner, vedersi negato l’accesso alle risorse economiche dal marito o compagno, essere costrette ad avere un rapporto sessuale con il proprio marito, essere derise o insultate in pubblico, essere escluse dalle decisioni inerenti i propri figli, sono solo alcuni esempi di una violenza che non lascia i segni evidenti sulla pelle, ma lascia segni profondi nell’anima e nell’autostima. Si tratta della violenza psicologica ed economica.
Si legge sui giornali che la violenza fisica omicida si manifesti come un raptus momentaneo. In realtà non è mai così. La violenza si manifesta sempre in progressione ed è dovere di tutti educare i giovani a saper riconoscere i comportamenti sentinella, in modo da agire prima che si verifichino conseguenze irreparabili, sradicando la cultura della violenza e promuovendo l’educazione all’affettività.

 

Colpevoli in cerca di giustificazione

Oggi assistiamo a una vera e propria sostituzione della parola con i gesti. Quando non riusciamo a dare un nome alle nostre emozioni, perdiamo la capacità di guardare dentro noi stessi ed è come se interrompessimo il meccanismo di elaborazione dei nostri disagi. Un apparato emotivo che non riesce a tradurre l’emozione in parola scivola più facilmente nel gesto violento, unica forma espressiva che riesce a manifestare. Il processo di disumanizzazione che l’età della tecnica ha portato nel mondo del lavoro ha determinato un’accelerazione verso esigenze di efficienza e di competitività che chiedono alle persone di soffocare le emozioni, di essere anaffettive e produttive in ogni istante della vita lavorativa. Se fuori sei controllato e perfetto, le ansie e le emozioni trattenute rischiano di trovare sfogo solo nell’ambito familiare, ecco perché spesso la famiglia diventa il luogo dove può accadere di tutto, come purtroppo ci raccontano le cronache al pari di bollettini di guerra.
Anche la violenza sessuale non arresta la sua diffusione specie nelle grandi città dove, anche in pieno giorno, in strada come in casa, ad opera di amici, fidanzati o mariti, si consuma uno dei reati più atroci con spaventosa ricorrenza. Apprendiamo sgomenti le confessioni di gruppi di giovani ragazzi che, come in un orribile gioco, si giustificano vililmente: “se l’è cercata, aveva bevuto, aveva accettato un passaggio, mi aveva incoraggiato, mi invitava con lo sguardo”.

 

Iniziativa “Lasciala Libera di Volare”

Fermo nella convinzione che ogni violenza su una donna sia il risultato di un fallimento educativo, il CNDDU (Coordinamento nazionale docenti della disciplina diritti umani) promuove le attività didattiche tese all’approfondimento del fenomeno, delle sue manifestazioni e degli strumenti di tutela come l’iniziativa dell’ISI Pertini di Lucca, intitolata “Lasciala Libera di Volare”.

Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani, in occasione dell’avvio dell’anno scolastico 2019/2020, intende celebrare la Giornata internazionale della democrazia, che ricorre il 15 settembre, a ridosso dell’apertura delle scuole in molte regioni italiane. 

 

La Giornata è stata proclamata l’8 novembre 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il concetto di democrazia, oltre a trovare riscontro nella DUDU all’art. 21, è alla base della Costituzione italiana, che ne sviluppa in modo efficace la forma diretta e indiretta. 

 

La democrazia è la forma più alta di gestione politica ed è inutile ribadire in una simile sede quanti secoli di trasformazione, scontri, contributi da parte di personalità eminenti abbiano concorso a renderla realmente operante; è un “valore” tanto prezioso, quanto fragile. Essa è un privilegio, frutto delle conquiste dei nostri predecessori, che dobbiamo trasmettere alle generazioni future.  

 

Il pensiero democratico, o meglio la capacità di pensare in modo democratico, si acquisisce più facilmente da giovani e nel luogo deputato all’apprendimento: la scuola

 

Pertanto si può affermare serenamente che il cuore della democrazia pulsa in tutte le aule scolastiche del mondo. Imparare a confrontarsi, rispettare le norme, riconoscere l’importanza delle stesse, apprendere, studiare, socializzare, condividere spazi, mezzi, opinioni…. tutto questo è profondamente democratico e costituisce l’essenza stessa della scuola. È emozionante pensare che la giornata in questione e l’inizio dell’anno scolastico quasi coincidano in Italia; ne accentua il collegamento intrinseco. Anche per tale motivo la scuola non dovrebbe rappresentare una sorta di laboratorio “per apprendisti stregoni”, sulla quale improvvisare esperimenti cervellotici, bensì diventare il cardine di tutta un’azione politica autenticamente incentrata sul progresso e sulla crescita civile dei cittadini.

 

A tal proposito, molte sono le aspettative in merito all’organizzazione del MIUR e all’individuazione del futuro Ministro. Auspichiamo che venga al più presto istituita una cabina di regia, atta ad accogliere i suggerimenti provenienti “dal basso”, vale a dire da parte di tutti gli educatori e associazioni interessati. 

 

Il Coordinamento propone inoltre l’elaborazione di una piattaforma digitale mediante la quale ogni docente in servizio si possa esprimere in merito ai provvedimenti relativi al proprio settore oppure indicare strategie e soluzioni didatticamente funzionali o di carattere organizzativo.  

 

L’unico modo di risolvere i problemi è di conoscerli, di sapere che ci sono. Il semplicismo li cancella e così li aggrava.

(Giovanni Sartori)

Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani, in occasione del 75° anniversario dell’eccidio di Vinca, intende riportare alla memoria di tutti l’efferato crimine contro l’Umanità perpetrato, ai piedi delle Alpi Apuane nel piccolo borgo di Vinca tra il 24 e il 27 agosto del 1944, da soldati nazisti guidati da militi fascisti.

 

La barbarie iniziò il 12 agosto con l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. Da questo momento in poi la Panzer Grenadier Division Reichsfuhrer-SS, guidata dal comandante Reder, avanzò inarrestabile per punire gli italiani dopo l’armistizio firmato con gli Alleati l’8 settembre del 1943.

 

Hitler visse l’8 settembre come un insopportabile tradimento che meritava di essere punito in modo esemplare. Iniziarono così i singoli eccidi, a intere comunità, compiuti dalle forze armate tedesche tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945.
Ma cosa accadde esattamente a Vinca, piccolissima frazione di Fivizzano, in quei tre interminabili giorni di agosto del 1944? La risposta a questa domanda si è avuta nel tempo, grazie alle dolorose testimonianze dei superstiti che hanno permesso di ricostruire la drammatica vicenda e, soprattutto, hanno permesso di far luce su un momento storico in cui le colpe e le responsabilità dei nostri connazionali non furono meno gravi rispetto a quelle degli invasori.

 

Alle 8 del mattino del 24 agosto del 1944, cominciarono ad arrivare in paese le prime camionette tedesche e altre ancora gremite di fascisti appartenenti alla formazione dei Mai Morti, una formazione che terrorizzava, per la sua brutalità, tutta la Lunigiana.
Il comandante della Brigata Nera, il “Mussolini di Carrara”, inviò quasi 100 uomini per aiutare i soldati nazisti ad orientarsi nei boschi e giungere nei paesi abitati. L’esercito della morte, costituito da soldati nazisti e uomini delle Brigate nere che partecipavano direttamente all’azione, si scagliò con una violenza inumana sull’inerme borgo di Vinca. Nel paese ormai vi erano solo donne, bambini e pochi anziani. I partigiani e i maschi adulti che sapevano dell’arrivo dei nazisti, avevano già lasciato il villaggio. Ma ai nazisti non interessava, perché per loro non “fu una rappresaglia” come affermò Reder al processo di Bologna. Ai nazisti interessava non lasciare traccia di vita umana nel paese. L’elenco delle crudeltà inflitte da nazisti e fascisti, e testimoniate dai superstiti, va oltre ogni immaginazione: con un neonato di pochi mesi si giocò al “Tiro al pettirosso”. A una diciannovenne prossima al parto, fu strappato il feto dalla pancia e fucilato dopo averlo messo nelle braccia del suo cuginetto, ucciso anch’egli dalla scarica di pallottole impazzite. Un’altra donna fu impalata “dalla natura alla bocca”. E poi ancora, persone seviziate e corpi decapitati, fragore di mitragliatrici, urla di feriti, ordini secchi in tedesco e un incessante suono carnevalesco di un organetto.
Alcune testimonianze riportarono che l’esercito della morte suonava un organetto mentre uccideva, casa dopo casa…

 

Anche la musica salvatrice fu costretta a diventare complice del Male. E il Bene? Dov’era il Bene? Forse in quei giorni Dio non c’era. Forse avranno pensato così i superstiti, ricordando con terrore i momenti in cui per salvarsi, rimasero nascosti per giorni negli anfratti, nelle grotte e nei cavi dei castagni secolari. Nel paese fu eliminata ogni forma di vita esistente. Lo sporco lavoro della 16° Divisione SS Reichsfhurer, fu compito! In quel perverso baccanale sanguinario fu sparato anche agli animali, e furono ridotte in mucchi di macerie le umili cascine che coprivano i cadaveri, ma non l’odore di morte che il vento caldo di agosto urlava nell’aria. La distruzione fu compiuta. La storia degli uomini fu segnata per sempre.

 

Il CNDDU, in occasione di una giornata così toccante che riguarda la storia nazionale e la storia del Secondo conflitto mondiale, invita come sempre i colleghi docenti ad approfondire momenti di storia che talvolta non trovano lo spazio che meritano nelle pagine dei libri. Da portavoce di giustizia, così come siamo convinti che esiste l’uguaglianza tra gli uomini, siamo altresì convinti che debba esistere l’uguaglianza degli uomini dopo la vita, l’uguaglianza della morte. Ecco perché nelle cronache e nelle commemorazioni ufficiali il nome di Vinca e delle sue vittime deve essere ricordato.

 

Il CNDDU il 25 agosto sarà presente con il cuore nei luoghi dell’Eccidio. In questa giornata, infatti, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e il presidente della Repubblica Federale di Germania Frank Walter Steinmeier, saranno a Fivizzano per la commemorazione del 75° anniversario degli eccidi avvenuti in quel territorio durante la Seconda guerra mondiale. Durante la solenne cerimonia, i presidenti depositeranno davanti al Comune una corona ai caduti e dopo scopriranno una targa commemorativa in ricordo della giornata e in ricordo del sacrificio delle vittime.

 

L’eccidio di Vinca va ricordato. E va ricordato ovviamente per le vittime. Ma va ricordato anche per i superstiti, che per anni si sono sentiti abbandonati dallo Stato. E poi va ricordato per i nostri giovani, perché se non consegniamo loro sentimenti di umanità e di giustizia ,anche attraverso ricordi disumani e privi di ogni giustizia, non ci scrolleremo mai di dosso i nostri vecchi, pesanti fardelli.

Il coordinamento nazionale docenti della disciplina diritti umani, in occasione della Giornata Internazionale dedicata a Nelson Mandela che si celebra oggi, 18 luglio – giorno del suo compleanno – intende mettere in risalto la figura di questo straordinario uomo che incarnò i valori più nobili delle Nazioni Unite. 

 

 Il Mandela Day, proclamato nel 2009 dall’Assemblea Generale dell’Onu con l’obiettivo di  onorare la memoria del leader politico sudafricano che voleva “fare del mondo un posto migliore”, è una giornata di festa internazionale per promuovere i Diritti Umani attraverso la figura di Nelson Mandela, icona di pace il cui cuore ha sempre battuto per ideali immortali.

 

Nelson Mandela, guida e anima del movimento anti-Apartheid,  visse, infatti, tutta la sua vita lavorando per la pace e la dignità umana e lottando per la liberazione e l’unità africana. Mandela ebbe un ruolo determinante nella caduta del regime dell’Apartheid, pur passando in carcere 27 anni delle sua vita. Egli, infatti, si schierò apertamente con le vittime della repressione del regime bianco. Per tale ragione, nel 1963 fu condannato all’ergastolo e iniziò il suo lunghissimo e logorante esilio nelle carceri di Robben Island. Fu il detenuto n°46664 che nei tre metri per tre della sua cella continuò ad essere vicino al suo popolo, continuò a sperare di poter togliere quel filo spinato che divideva il cuore degli afrikaneer, i bianchi fautori dell’Apartheid, da quello dei suoi fratelli neri.

 

 Giorno dopo giorno il mondo iniziò ad accorgersi dello strazio che stava vivendo quest’uomo buono, quest’uomo giusto. La sua sofferenza silenziosa contribuì ad aumentare le pressioni sul governo sudafricano e sull’Apartheid facendolo diventare un simbolo internazionale di resistenza, un martire della lotta contro il razzismo. Il mondo, giorno dopo giorno, si accorse dell’integrità morale di Mandela che trovò finalmente la libertà l’11 febbraio del 1990, quando quasi settantaduenne tornò a essere di nuovo un uomo libero. In questa occasione, davanti a un’immensa folla annunciò la fine del regime razzista al fianco di Frederick de Klerk, ultimo presidente segregazionista del Sudafrica. 

 

Nel 1993, tre anni dopo quindi, entrambi ricevettero il Premio Nobel per la Pace. Nessun filo spinato da ora in avanti avrebbe separato il cuore dei bianchi e dei neri nel suo paese, Mandela ora ne era certo. Nel 1994 divenne il primo Capo di Stato sudafricano di colore. Fu il primo presidente ad essere eletto con suffragio universale. Non smise mai di tenere il suo popolo nel cuore. E non smise mai, probabilmente, di guardare le sue mani, “indurite dagli anni di lavoro forzato a spaccare le pietre a Robben Island”, e ricordare gli anni di orrore in carcere, in attesa dell’agognata libertà.

 

Dal 1994 l’eco della voce di Mandela iniziò a raggiungere ogni angolo della terra per  sostenere gli ultimi che, forse, cominciarono a sentirsi meno soli, accarezzati dalla speranza di una giustizia sempre più vicina.  Durante la presidenza Mandela lavorò alla pacificazione e preferì il perdono dei nemici politici. Nel 2004 si ritirò dalla politica, ma continuò ad essere un punto di riferimento universale, la stella polare che guida alla libertà. Ma soprattutto continuò ad essere un uomo semplice e buono, un uomo tra gli uomini che combatté una battaglia reputata ai tempi impossibile. Mandela, infatti, sfidò la visione del mondo tradizionale manifestata dall’opinione pubblica, in nome dell’uguaglianza tra gli uomini e sostenne con tutte le sue forze la necessità di abbattere la politica di segregazione razziale. Il martire della lotta contro il razzismo, alla fine vinse la sua battaglia. Il Sudafrica fu liberato dall’Apartheid dichiarato, oltretutto, crimine internazionale da una Convenzione delle Nazioni Unite entrata in vigore nel 1976.

 

Oggi sembra assurdo che un regime come quello dell’Apartheid sia realmente esistito, che bianchi e neri vivessero segregati. E ci convinciamo, guardando indietro, che le disuguaglianze nel nostro tempo siano ormai al capolinea. In realtà non è così. Le disuguaglianze hanno solo cambiato abito. Oggi esiste un Apartheid moderno basato sulla ricchezza. Quest’ultima è un ostacolo insormontabile per chi non gode di privilegio economico e subisce quella discriminazione cancerosa che paralizza e ostacola il futuro perché impedisce che tutti abbiano le stesse opportunità.

 

Il CNDDU, in occasione di un giorno così importante a livello internazionale, invita i docenti della scuola italiana di ogni ordine e grado a realizzare attività che valorizzino la figura del nostro Premio Nobel per portare tra gli studenti la straordinaria storia di Nelson Mandela, l’uomo che ha cambiato il suo Paese e anche il Mondo. Perché siamo fermamente convinti che il modo migliore per sostenere i Diritti Umani sia far conoscere alle nuove generazioni la storia dei grandi uomini che, tramite il pensiero e le azioni, sono stati d’ispirazione per tutti coloro che oggi si dedicano alla causa dei diritti universali.

                     

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani intende porre all’attenzione del MIUR e delle autorità competenti, anche quest’anno, l’andamento dei trasferimenti interprovinciali registrato nelle regioni del Mezzogiorno per la classe di concorso A046 – discipline giuridiche ed economiche.

 

Complessivamente, sono stati effettuati nel Meridione 34 trasferimenti interprovinciali. Sicilia: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 13 (38,2%); previsti dal CCNI n. 8 (42,1%); Calabria: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 4 (11,8%); previsti dal CCNI n. 3 (15,8%); Basilicata: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 12 (35,3%); previsti dal CCNI n. 5 (26,3%); Puglia: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 2 (5,9%); previsti dal CCNI n. 2 (10,5%); Campania: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 0; previsti dal CCNI n. 0; Molise: trasferimenti interprovinciali n. complessivo 3 (8,8%); previsti dal CCNI n. 1 (5,3%) di questi un numero pari a 19 è stato assegnato tramite precedenza prevista dal CCNI (57,6% sul totale).

 

Per quanto riguarda il trend nelle province, non è certo una situazione rosea: in Sicilia quella di Agrigento, con quattro unità, è la realtà che ha evidenziato un maggiore numero di trasferimenti, anche se sono stati tutti assorbiti dalle precedenze; in Calabria, l’unico dato significativo si riscontra a Crotone, con 3 unità di cui 2 con precedenza CCNI; la provincia di Potenza con 8 trasferimenti di cui 2 con precedenza prevista da CCNI costituisce il dato più “vistoso”. Le ultime quattro regioni non evidenziano valori particolarmente significativi (Puglia: Brindisi trasferimenti interprovinciali n. complessivo 2; previsti dal CCNI n. 2; Sardegna: Cagliari trasferimenti interprovinciali n. complessivo 5; Nuoro trasferimenti interprovinciali n. complessivo 2; Molise: Campobasso trasferimenti interprovinciali n. complessivo 3; previsti dal CCNI n. 1).

 

Per il terzo anno consecutivo, la classe di concorso in questione risulta essere bloccata; tranne qualche isolato docente “fortunato”, si rimane là dove il vituperato (da quasi tutte le forze politiche) algoritmo ha spedito, insindacabile come il giudizio di Minosse nell’Inferno. Ricordiamo che gran parte del personale educativo in questione vanta tanti anni di servizio, anche fuorisede, e spesso un’età non certo verde. Eppure, le dinamiche, sfortunatamente, rimangono invariate: non ci sarebbero posti e, a quanto pare, non se ne vogliono creare. Secondo le dichiarazioni di alcuni esponenti politici, far avvicinare gli esiliati alle proprie famiglie comporterebbe un salasso perla spesa pubblica. Purtroppo, ci saranno, come da tre anni a questa parte, costi, in termini economici ed affettivi, assai onerosi solo per le famiglie dei docenti fuorisede. Ci chiediamo quanto sia giusto.

 

Un’ulteriore riflessione vogliamo rivolgerla alla situazione dei trasferimenti interprovinciali nella scuola primaria e dell’infanzia: per ottenere l’agognato trasferimento si ricorre con frequenza assai sospetta alla precedenza CCNI. È fortemente improbabile pensare che, vista l’insorgenza progressiva di tale fenomeno, statisticamente, tutti i richiedenti abbiano reali patologie. Ci auguriamo che si apra una seria discussione sui numeri e sulle soluzioni più adatte per restituire condizioni di vita e lavoro più ragionevoli soprattutto a chi ha lasciato gli affetti a chilometri di distanza per servire con onestà lo Stato.                       

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani in occasione della Giornata della Legalità, in cui si commemora il XXVII anniversario dalla Strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, intende ricordare il coraggio e il sacrificio degli uomini grandi che hanno amato il proprio Paese e sono entrati nella storia nazionale come pochi in precedenza.

 

Il 23 maggio è diventata ormai una data simbolo nella lotta contro tutte le mafie. Questa giornata ci riporta all’attentato di 27 anni fa in cui Cosa Nostra, in un violento atto terroristico tra i più tragici della storia recente dello Stato italiano, uccise Giovanni Falcone, il più coraggioso “servitore dello Stato”. L’attentato segnò un capitolo dolorosissimo per la storia d’Italia: fu l’inizio della guerra tra Mafia e Stato.

 

E fu una ferita profondissima per l’Italia, di quelle che lasciano la cicatrice permanente. Lo Stato, bestia trafitta e stordita, seppe però rialzarsi e iniziò subito la sua battaglia contro la Mafia che mai, così palesemente, lo aveva sfidato. “Cominciò l’inizio della fine di Cosa Nostra”. E dopo quasi due mesi, con la Strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, lo Stato proclamò la sua dichiarazione di morte a Cosa Nostra: a poche ore dalla morte di Paolo Borsellino, scattò l’art. 41.bis, la legge sul carcere duro.

 

Dopo l’attentato di Capaci, cambiarono tante cose nel nostro Paese. Cambiò il sentire dell’uomo comune: dal silenzio omertoso che aveva paralizzato intere comunità per lungo tempo, si giunse al risveglio civile, anzi a una nuova coscienza civile. E quella frattura tra cittadini e istituzioni, in cui si era infiltrato il marciume di Cosa Nostra, iniziò a saldarsi. La gente iniziò a interessarsi alla cosa pubblica e fu unita nella condanna e nel disprezzo contro il crimine organizzato. La coscienza antimafia diventò sentire comune in tutto il Paese. Iniziò gradualmente la riabilitazione morale degli italiani.

 

Da allora sono passati 27 anni. E’ inevitabile pensare a quei tragici momenti passati e fare un confronto con il presente, per capire quanta strada abbiamo percorso e quanta ancora ne dobbiamo fare.

 

IL CNDDU, alla vigilia di una ricorrenza così sentita dai cittadini italiani, intende fare una riflessione e condividerla soprattutto con i docenti, per cercare di capire, tutti insieme, quali possano essere oggi le strade ancora da percorrere per poter affermare di essere veramente liberi dalla criminalità organizzata. Intende, inoltre, capire quale possa essere l’antidoto alle Mafie. Come sempre, ribadiamo il ruolo fondamentale che ricopre la memoria storica, ovvero il ricordo vivo di ciò che è stato, e la conseguente condivisione di una storia comune da consegnare alle nuove generazioni in tutta la sua orribile e assordante verità.

 

E’ fondamentale e doveroso recuperare, in tal senso, la straordinaria forza della parola per poter abbattere i muri del silenzio che, purtroppo, ancora ci circondano. Questa è l’unica strada percorribile. Perché è la strada che ci hanno indicato i grandi uomini, i nostri eroi. Ed è la sola strada che ci permette di sentire nella parte più profonda della nostra coscienza quell’eredità morale, che non è morta né sull’asfalto dell’A29, né sull’asfalto di via d’Amelio.

 

Il CNDDU intende riaffermare, con animo commosso, che il 23 maggio è un importante giorno di mobilitazione democratica per rivendicare verità e giustizia per tutte le vittime delle mafie. Per questo si rivolge soprattutto ai docenti della scuola italiana di ogni ordine e grado i quali hanno un compito importantissimo che è quello di educare i giovani al rispetto delle regole sociali e delle leggi. Noi tutti, e lo affermiamo con grande orgoglio, siamo per i nostri giovani i fari della legalità. Cerchiamo, quindi, di coinvolgere costantemente le istituzioni scolastiche per realizzare incontri, seminari e interventi che possano far nascere negli studenti ideali di giustizia e legalità.

 

La Giornata della Legalità, è una ricorrenza singolare in cui il nostro Paese sceglie di parlare soprattutto a loro, ai giovani.

 

E’ dal 2002, in occasione del decennale della Strage di Capaci, che il Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in collaborazione con la Fondazione Falcone, si rivolge alle scuole di tutta Italia per realizzare insieme iniziative di educazione alla legalità. Anche quest’anno, infatti, saranno circa 70.000 gli studenti che parteciperanno alla poderosa manifestazione #PalermoChiamaItalia per dire No alle mafie. Tantissimi studenti riempiranno l’Aula Bunker dell’Ucciardone, luogo simbolo del Maxiprocesso a Cosa Nostra, prima di recarsi sotto l’Albero di Falcone, per il Silenzio, alle 17:58, l’ora della Strage di Capaci. Infine, la mattina del 23 maggio arriverà a Palermo la Nave della Legalità, che salperà il giorno prima da Civitavecchia.

 

Il CNDDU sarà presente con il cuore a Palermo e in ogni singola città che commemorerà Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E sarà vicino a tutti i 70.000 giovani che riempiranno le strade della città siciliana per dire No alle mafie, gli stessi giovani che combattono ogni giorno, armati di zaini, libri e guidati dai loro fari della legalità, per costruire una società migliore. “Gli insegnanti ci permettono di far camminare le idee di Giovanni sulle gambe di tanti giovani”, così afferma Maria Falcone. E noi ci crediamo fermamente, e aspettiamo con animo commosso il 23 maggio per veder camminare le idee di Giovanni sulle gambe dei nostri giovani.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani nutre una serie di gravi perplessità in merito all’attuazione dello stesso; pur apprezzando il provvedimento con il quale dovrebbe essere istituita la disciplina di Educazione civica.

 

  • Se la disciplina Educazione civica, rimane d’appannaggio “trasversale”,  per quanto autonoma e da sviluppare in 33 ore annuali. Si rischia di veder decurtato il tempo necessario per lo svolgimento dei programmi in funzione; avvantaggiando altre esigenze didattiche non collegate alla materia di nuova istituzione.
  • In considerazione della famigerata “trasversalità”, si corre il rischio di ricadere negli errori di un passato recente, in cui “chiunque” poteva ritenersi abilitato alla disciplina. Senza nulla togliere alle competenze trasversali e specifiche dei colleghi appartenenti a tutte le classi di concorso, se si vuole davvero imprimere una svolta radicale alla propugnazione sistemica e pervasiva dell’Educazione civica, è necessario assegnarne l’insegnamento esclusivamente (e non solo preferibilmente) alle figure professionali più qualificate: i professori appartenenti alla classe di concorso A046.
  • D’altra parte, la possibilità di attingere dal cospicuo corpo docente della A046 già inserito all’interno del comparto scuola (anche come organico di potenziamento), sul piano economico ed organizzativo, rappresenta la via più idonea e funzionale per la buona riuscita della riforma. Diversamente tutta l’operazione rischia di venire vanificata.

 

Il confronto con le istituzioni

 

A tal proposito, il Coordinamento aveva depositato giorno 04 aprile, presso la VII Commissione Cultura, Istruzione, la propria memoria incentrata sul tema in questione.

 

Ci auguriamo che quanto sostenuto in una sua nota dall’on.le Elisabetta Barbuto, Movimento 5 Stelle, in merito all’approvazione alla Camera dei Deputati della proposta di legge sull’inserimento dell’Educazione civica possa trovare attuazione: “Per il momento questo obiettivo è stato raggiunto per le scuole del secondo ciclo in cui sia presente nell’organico dell’autonomia un docente della classe di concorso A046, ma confidiamo che, in occasione della prima relazione che il ministro dell’Istruzione renderà al Parlamento in attuazione della nuova norma, sarà riconosciuta l’esigenza che tutte le scuole possano e debbano dotarsi di tale figura specializzata”.

 

 

Cosa farà il coordinamento

 

In vista dell’approvazione definitiva del testo di legge, il Coordinamento invierà una comunicazione ai dirigenti scolastici, agli USP, e agli USR di ogni regione, per sollecitare l’inserimento nel proprio PTOF di almeno un’unità della classe di concorso A046 – discipline giuridiche ed economiche ovvero un docente dell’area di potenziamento per la legalità, al fine di arricchire il proprio organico di docenti competenti per sviluppare i percorsi disciplinari previsti dalla normativa.

 

Prof. Romano Pesavento – Presidente CNDDU

Prof. Alessio Parente – Segretario generale CNDDU

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani chiede al Ministro, prof. Marco Bussetti, e ai partiti di governo che venga avviata una fase costituente nel mondo della scuola, dalla quale emergano reali prospettive di cambiamento e di agevolazione per la classe docente.

 

Ricordiamo che il  dissenso contro la Buona scuola del 05 maggio 2015 ha comportato l’astensione lavorativa di circa 618.066 unità, secondo i dati diffusi dal ministero della Funzione pubblica. Considerando che nell’a.s. 2018/2019 i posti in organico sono 822.723, chiediamo che vengano tenute in considerazione e analizzate le tante problematiche inerenti ai docenti di ruolo e ai precari; in particolare, di forte interesse è l’annosa questione dei docenti fuorisede, in quanto da più parti politiche era stato assicurato un imminente piano di rientro onde porre rimedio a una serie di iniquità presenti nella precedente normativa; di grande vantaggio per il conseguimento di competenze trasversali e specifiche sarebbe l’inserimento nel monte ore di ciascun istituto scolastico (I e II grado) della disciplina di educazione civica, il cui insegnamento per specificità dei contenuti dovrebbe essere attribuito al personale della classe di concorso A046 – discipline giuridiche ed economiche; adeguamento stipendi; concorso docenti terza fascia; riduzione classi pollaio; l’istituzione di una piattaforma digitale su cui far confluire interessi e specificità dei sistemi provinciali educativi: tali istanze, già presentate in altri contesti, risultano essere determinanti per un corretto funzionamento della scuola.

 

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti attende con fiducia un dialogo costruttivo e concreto con gli organi di competenza.

“Una pietra d’inciampo” fuori da ogni classe o all’ingresso della scuola o in un qualsiasi posto dell’edificio scolastico per commemorare gli ebrei nel Giorno della Memoria

 

Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina Diritti Umani in occasione della Giornata della Memoria, ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno, intende fare una profonda riflessione storica per dare il giusto valore e il giusto significato alla giornata commemorativa per le vittime dell’Olocausto.

 

Il 1° novembre del 2005 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì la Giornata della Memoria per ricordare tutte le vittime della Shoah. Fu scelto il 27 gennaio perché in questa data ricorre la liberazione degli ebrei prigionieri del campo di sterminio di Auschwitz. L’Italia, con gli art. 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio del 2000, già qualche anno prima delle Nazioni Unite aveva istituito, nello stesso giorno, la giornata commemorativa. Da allora, ogni anno nel Nostro Paese, in occasione di tale giornata vengono organizzate cerimonie, iniziative e momenti di riflessione per raccontare lo sterminio del popolo ebraico, che coinvolgono in modo particolare la scuola. Quest’ultima, soprattutto, è sempre fortemente impegnata, attraverso progetti culturali, seminari e incontri, nella tutela della memoria storica. Perché senza passato non c’è futuro. Perché la memoria storica è un prezioso diario che racconta le vicende umane, anche quelle di cui non andiamo fieri. E allora dobbiamo farci carico anche dei più efferati crimini che non abbiamo saputo e voluto evitare.

 

Tra le pagine più cupe della nostra memoria storica ce n’è una che non vorremmo mai ricordare, perché ogni volta che lo facciamo sprofondiamo in un baratro di orrore senza fine. Quell’orrore ha un nome, si chiama Shoah. E ci riporta con il pensiero a uno sterminio sistematico che avvenne nel cuore dell’Europa e che trascinò alla morte 6 milioni di ebrei.

 

Negli anni più bui del secolo scorso, infatti, il regime nazista ideò, pianificò e condusse tra il 1938 e il 1945 il brutale e incomprensibile genocidio degli ebrei. Ovviamente l’Olocausto non sarebbe stato possibile senza i sentimenti razzisti e antisemiti che si diffusero in Europa, anche nei paesi ostili al regime nazista. E così tra l’indifferenza e, purtroppo in molti casi, la partecipazione attiva dell’opinione pubblica, si consumò il più grande crimine dell’umanità. La politica dell’odio si trasformò nel giro di pochi anni nella politica dello sterminio. Troppe colpe, secondo i gerarchi nazisti, avevano gli ebrei. Colpe passate, colpe recenti. In una Germania affamata e immiserita dalle riparazioni di guerra, era inaccettabile, per i nazisti, l’inspiegabile benessere degli ebrei. Ad aggravare il clima già rabbioso e antisemita fu poi il razzismo scientifico che malefico e inarrestabile costruiva le sue tesi anti-ebreo e anti-uomo e divulgava teorie senza fondamento sull’inferiorità di un popolo, il quale veniva ucciso dalla scienza e dalla legge ancor prima che nei lager. E allora i ghetti, in cui si cristallizzò la discriminazione di cui fu vittima l’innocente popolo ebraico, non bastarono più. Il male doveva essere tangibile e arrivare a penetrare ogni tessuto della vita civile. Quindi l’orrore diventò legge: nel 1935 le leggi di Norimberga decisero il destino di un popolo. Fu nella notte dei cristalli, che insieme alle vetrine spaccate, alle botteghe distrutte e alle sinagoghe incendiate, si frantumò l’ultima speranza di umana pietà che ogni ebreo ancora serbava nel cuore. Da questo momento l’ingiustificata e incomprensibile discriminazione civile si trasformò in persecuzione di massa. Ma a Hitler e ai gerarchi nazisti tutto questo ancora non bastava. Occorreva una soluzione definitiva, radicale, una epurazione totale: la soluzione finale della questione ebraica.

 

Il nostro Paese, negli stessi anni, non fu immune dal male. Una delle pagine più tristi e infamanti della storia del diritto italiano contemporaneo è rappresentata dalla legislazione antisemita del periodo fascista. I provvedimenti legislativi (leggi, regi decreti, decreti ministeriali, decreti legislativi del duce) e amministrativi (circolari e ordini di polizia) emanati tra il 1938 e il 1945 dal regime fascista di Mussolini, resero la vita degli ebrei impossibile. Tanti treni partirono dall’Italia per deportare gli ebrei nei lager europei. Dalla stazione centrale di Milano, come ha tante volte ricordato la senatrice a vita Liliana Segre, partiva dal binario 21 un treno diretto ad Auschwitz. Anche la signora Segre, allora tredicenne e “colpevole di essere ebrea”, fu ammassata nel convoglio RSHA insieme a tanti altri ebrei, per raggiungere il lager in Polonia. Dei 10.000 ebrei presenti in Italia, 6.480 furono costretti a lasciare il Paese. Molti passavano per Trieste, alla Risiera di San Saba, l’unico lager italiano che smistava i beni razziati, deteneva ed eliminava partigiani, detenuti politici ed ebrei e smistava i deportati in Germania, ma soprattutto in Polonia, ad Auchwitz.

 

Ma cosa fu realmente Auschwitz per i deportati? Auschwitz fu certamente la morte che poco a poco divorava la carne e l’anima dei prigionieri ormai senza nome, prigionieri ai quali si lasciava qualche goccia d’inchiostro sulla pelle in cambio di un’identità cancellata per sempre. Auschwitz fu il freddo nelle ossa, le gambe rinsecchite, il pianto dei bambini rimasti per sempre bambini. Fu file, fuoco, fumo, punizioni, gas, freddo, solitudine, paura. Fu un maledettissimo magnete in cui l’uomo seppe catalizzare tutta la sua malvagità. Auschwitz fu le mille facce del male, quel male che guardavano negli occhi fino all’ultimo respiro di vita, i condannati a morte. Auschwitz fu quell’“atomo opaco di male” che trasformava gli uomini in animali selvaggi, affamati, denutriti. Auschwitz fu la più grande negazione dei Diritti umani.

 

Il CNDDU, per tali ragioni, in occasione della Giornata della Memoria, vuole ribadire a gran voce che non possiamo e non dobbiamo dimenticare chi  ha patito l’oltraggio e la vergogna delle Leggi razziali che anche in Italia hanno prodotto odio, violenze e morte. “Questa – ha amaramente scritto Calamandrei, il più grande dei padri costituenti – è stata la pena più torturante: pensare che le nazioni civili di tutto il mondo, tra le quali la nazione italiana sa di avere il suo posto, abbiano potuto credere davvero che l’Italia, l’Italia di San Francesco e di Dante, l’Italia del Rinascimento, l’Italia del Vico, dell’Alfieri, del Foscolo e del Carducci avesse potuto rinnegare all’improvviso, per decreto di un dittatore, queste grandi idee di giustizia e di libertà civile, questa tradizione di umanità e di pietà che è la nota più costante e più profonda del nostro carattere; che l’Italia del Beccaria fosse potuta diventare un paese di carnefici e di torturatori, l’Italia del Mazzini un paese di nazionalisti oppressori dell’altrui libertà, l’Italia del Manzoni un paese di sconci razzisti.”

 

Il CNDDU come sempre, soprattutto durante le giornate commemorative che spingono a una riflessione sui Diritti umani, rivolge un appello ai docenti della scuola italiana di I e II grado, affinché coinvolgano gli studenti in progetti e lavori efficaci. Questa volta, abbiamo pensato che sarebbe importante un piccolo gesto, ma carico di significato, per un giorno di così profonda riflessione per tutti. Un gesto significativo potrebbe essere quello di lasciare “una pietra d’inciampo” fuori da ogni classe o all’ingresso della scuola o in un qualsiasi posto dell’edificio scolastico per commemorare gli ebrei nel Giorno della Memoria. Le pietre d’inciampo vengono spesso depositate nel tessuto urbanistico di molte città europee per ricordare, davanti alle ultime abitazioni delle vittime delle deportazioni, il genocidio di un popolo. Anche a Roma, nel ghetto ebraico, sono ormai presenti targhette commemorative nei pressi delle abitazioni degli ebrei deportati e uccisi. Questa piccola attività simbolica, che ci sentiamo di suggerire e da noi battezzata “Una pietra d’inciampo a scuola”, potrebbe coinvolgere attivamente gli studenti e spingerli a guardare la Shoah da una prospettiva diversa.

 

Il CNDDU, infine, si sente di affermare che pur essendoci la consapevolezza, radicata ormai in ognuno di noi, che la conservazione e la protezione della nostra “memoria storica” non ci permetterà mai di pareggiare i conti con un passato pieno di errori e di orrori, bisogna comunque andare avanti trascinandoci dietro un evento storico che ha coinvolto tutto e tutti ed è ineliminabile dalle coscienze e dalle attenzioni collettive e comunitarie. Ma tutto questo si chiama passato. Il futuro è un foglio bianco ancora da scrivere. E i Diritti umani vogliono essere parte attiva di una storia che protegge i più deboli e permette a ogni essere umano il diritto alla felicità.

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