Hirokazu Kore-eda e la sua perfetta regia ci donano emozioni e suggestioni, complice un delicato ritorno a casa
A Yokohama, siamo in estate, una famiglia si ritrova pe commemorare la morte di Junpei, il figlio maggiore scomparso in circostanze tragiche dodici anni prima. Il padre è un medico in pensione, la madre casalinga e i figli rispettivamente sposati, lei con un venditore d’auto e lui con una vedova. Il titolo in chiave giapponese rende metà del film, Aruitemo aruitemo, ossia camminando camminando. Attraverso il passato con tutte le sue scorie, le sue tracce indelebili, che sembrano non svanire mai. La casa sembra la stessa, coerente e maledettamente intonsa, sfiziosa e cristallizzata. Ma il vaso di pandora contiene tutto e senza sconti e inutili smancerie presenta il conto. Piaccia o non piaccia le scelte di ognuno si riconoscono ma non si ritrovano e i contrasti atavici riemergono, senza dotarsi dell’apparente desiderio di ribaltare il paradigma. L’affascinante metrica della macchina da presa di Hirokazu Kore-eda non solo cammina nel tempo ma ne coglie perfettamente il senso e tutte le sue nuances. Attraverso tutta la caducità che ne conviene, senza tentativi di fuggire dalla fragilità. Con il piglio della sua natura, la riunione familiare diventa l’orpello ondivago per raccontare di ferite ancora aperte, fantasmi e nostalgie mai sopite.
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