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Starmer si arrende: lascia Downing Street. Burnham pronto a prendere il timone del Regno Unito

3 minuti di lettura

La parabola di Keir Starmer a Downing Street si conclude dopo meno di due anni. Travolto dalle tensioni interne al Partito Laburista, dal calo di consenso e dai timori crescenti per l’avanzata di Reform UK di Nigel Farage, il premier britannico ha annunciato le sue dimissioni aprendo la strada a quello che appare ormai come un passaggio di consegne quasi inevitabile: l’ascesa di Andy Burnham alla guida del governo

LONDRA. È stata una giornata destinata a entrare nella storia politica britannica. Con un discorso carico di emozione pronunciato davanti al numero 10 di Downing Street, Starmer ha riconosciuto di non essere più l’uomo giusto per guidare il Paese verso le prossime elezioni generali.

«La domanda che il mio partito si sta ponendo è se io sia la persona migliore per guidarci alla prossima sfida elettorale. Ho ascoltato la risposta del gruppo parlamentare e la accetto con serenità», ha dichiarato il premier, visibilmente commosso.

Le sue parole hanno sancito la fine di una leadership che, appena due anni fa, sembrava destinata a inaugurare una nuova era per il Labour dopo quattordici anni di governi conservatori. Invece, la crescente inquietudine tra deputati e ministri, unita alla percezione di un esecutivo incapace di imprimere una svolta economica e politica, ha progressivamente eroso la sua autorità.

Burnham favorito assoluto

Mentre Starmer annunciava il proprio addio, Andy Burnham arrivava a Westminster dopo essere stato eletto deputato di Makerfield. Quello che fino a poche settimane fa appariva come uno scenario remoto è oggi la prospettiva più probabile: Burnham potrebbe diventare leader del Labour e primo ministro senza nemmeno affrontare una vera competizione interna.

La rinuncia del ministro della Salute Wes Streeting a candidarsi ha infatti eliminato l’unico potenziale sfidante credibile. Per presentare una candidatura servono 81 firme parlamentari e, al momento, nessun altro esponente del partito sembra in grado di raggiungere quella soglia.

Se non emergeranno sorprese dell’ultimo minuto, Burnham potrebbe entrare a Downing Street già nella seconda metà di luglio, diventando il settimo primo ministro britannico in appena dieci anni.

Il ritorno del “laburista popolare”

Ex ministro, già Sindaco della Grande Manchester e figura da tempo molto apprezzata dalla base del partito, Burnham ha costruito la propria immagine politica come uomo vicino ai territori e ai problemi quotidiani dei cittadini.

Per anni è stato considerato una sorta di alternativa silenziosa alla leadership di Starmer. Ora si prepara a raccoglierne l’eredità con un programma che promette una netta discontinuità.

Secondo fonti vicine al suo staff, la prossima settimana presenterà una serie di interventi dedicati all’economia e alla devoluzione dei poteri alle amministrazioni locali, temi che da sempre rappresentano il cuore della sua visione politica.

L’obiettivo è duplice: dimostrare che il Labour ha imboccato una nuova strada e riconquistare quell’elettorato popolare che negli ultimi mesi ha guardato con crescente interesse ai messaggi di Farage.

Il nodo economia e il possibile ritorno di Miliband

Tra le ipotesi che circolano con maggiore insistenza vi è quella di affidare il Tesoro a Ed Miliband, una scelta che rappresenterebbe una sfida diretta all’ortodossia economica tradizionale di Westminster.

L’idea divide il partito e preoccupa parte del mondo imprenditoriale, ma Burnham starebbe valutando seriamente l’opzione. Altri esponenti laburisti ritengono invece che il ruolo di Cancelliere dello Scacchiere dovrebbe andare a Wes Streeting per rassicurare i mercati finanziari.

Più definita appare la posizione di Shabana Mahmood, che dovrebbe mantenere la guida del ministero dell’Interno dopo essere stata pubblicamente elogiata da Burnham per il suo approccio ai temi dell’immigrazione.

Un addio amaro

Dietro le parole concilianti pronunciate da Starmer si nasconde però una profonda amarezza. Fonti vicine all’ormai ex premier parlano di frustrazione per le manovre che hanno favorito l’ascesa del sindaco di Manchester e per la rapidità con cui molti alleati hanno preso le distanze dalla sua leadership.

Nel suo discorso, Starmer ha tuttavia promesso piena collaborazione al successore: «Farò tutto ciò che è in mio potere per garantire una transizione ordinata», ha assicurato.

Particolarmente toccante il passaggio dedicato alla famiglia. Con la voce rotta dall’emozione, il Premier ha spiegato che, lasciando l’incarico più importante del Paese, intende dedicarsi a quello che considera il più importante di tutti: essere marito e padre.

Un momento che ha restituito l’immagine di un leader sconfitto politicamente ma deciso a lasciare la scena con dignità.

Le prime sfide del nuovo governo

Se Burnham riuscirà a insediarsi senza opposizione, erediterà un Paese ancora alle prese con crescita economica debole, servizi pubblici sotto pressione e una crescente sfiducia verso la politica tradizionale.

I suoi sostenitori chiedono una partenza fulminea, una vera e propria strategia di “shock and awe” capace di mostrare immediatamente il cambiamento rispetto all’era Starmer.

I primi cento giorni potrebbero essere decisivi. Nel frattempo, Nigel Farage ha già alzato il livello dello scontro chiedendo elezioni anticipate e accusando il Labour di voler sostituire un premier senza passare dalle urne.

Burnham, però, non sembra intenzionato a raccogliere la sfida. La sua priorità è consolidare il potere, ridefinire l’identità del Labour e dimostrare che il partito può ancora rappresentare una forza di governo credibile.

Dopo mesi di turbolenze, la politica britannica si prepara dunque a un nuovo cambio di leadership. Ancora una volta, il futuro di Westminster appare tutt’altro che scritto.

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