Ciò che affligge gli umani oggi, più che nel passato, è la “stanchezza”. Un termine da intendersi come esaurimento profondo, perdita della vitalità e dell’entusiasmo, assenza di volontà e, forse, persino noia. Per superare o evitare questo sentire negativo, abbiamo iniziato a organizzare non solo il nostro tempo, ma anche le nostre attività e il nostro lavoro sul paradigma dell’evitamento.
Funziona un po’ come nei film polizieschi, quando il capitano chiede all’eroe stanco e violento di consegnare pistola e distintivo. «Vai in vacanza!», ci dicono gli amici. Ci consigliano di non continuare a vivere sotto stress, perché questo porta inevitabilmente al burnout: quel fenomeno ben noto in cui si finisce per odiare ciò che si era scelto di fare, aggredendo con rabbia i malcapitati che saremmo tenuti ad ascoltare o ad aiutare.
Oggi l’intera organizzazione sociale si basa sull’evitamento della stanchezza e del burnout. Il paradosso, tuttavia, è che in questo modo si riducono complessivamente l’attività e l’efficienza, portando al collasso le stesse strutture che dovrebbero sostenerci. Cerchiamo di evitare il crollo non immettendo nuova energia, ma riducendo ancora di più quella rimasta.
Esiste, però, un modo per sfuggire alla trappola dell’evitamento. E questo modo è il tempo.
Sette secoli prima di Cristo, il filosofo Anassimandro diceva che il tempo dà ordine alle cose. Questo principio si rivela vero non solo nella fisica quantistica, ma anche nel tempo biologico della nostra vita. Questo è un tempo finito, lineare.
Ma esiste anche un altro tempo: quello della memoria. Il tempo della memoria è una dimensione senza ordine né regole; è occasionale, casuale, e non vi porterà mai a chiudere il cerchio dei ricordi. Va avanti e indietro, su e giù, dove capita, senza confini e senza limitazioni.
Soprattutto, richiede pochissima energia, perché si rigenera e si ripara spontaneamente. È un tempo contemporaneamente finito e infinito, che non si arresta mai e attinge energia da una fonte misteriosa: una sorta di materia oscura, inconscia, che occupa molto più spazio vitale di quello che riusciamo a vedere e comprendere.
Se impariamo a usare il tempo della memoria, riusciamo a stare nelle cose e a ridare energia a ciò che facciamo. È solo così che possiamo evitare quel collasso che, altrimenti, siamo noi stessi a provocare con l’inedia e la rassegnazione.
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