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Spese militari fuori dal Patto di stabilità: la svolta Ue e cosa significa davvero

L’Europa è a un bivio, e Ursula von der Leyen lo ha reso chiaro: è tempo di rivedere le regole del gioco. Durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco, la presidente della Commissione europea ha proposto di escludere le spese militari dai vincoli del Patto di stabilità. Una mossa che potrebbe ridisegnare le politiche economiche e di sicurezza dell’Unione, ma cosa significa concretamente?

BRUXELLES. Il Patto di stabilità e crescita è quell’insieme di regole che obbliga i Paesi dell’Unione europea a mantenere il deficit pubblico sotto il 3% del PIL e il debito sotto il 60%. È come un guardrail, pensato per evitare sbandate nei conti pubblici. Ma c’è un problema: quando arriva una crisi, rispettare questi limiti può impedire agli Stati di fare investimenti strategici.

Già in passato, l’Ue ha “allentato” queste regole attivando la clausola di salvaguardia, una sorta di pulsante d’emergenza per consentire agli Stati di spendere di più senza essere sanzionati. È successo, ad esempio, durante la pandemia per sostenere l’economia in ginocchio.

Adesso, von der Leyen propone di fare lo stesso con le spese militari: scorporarle dai calcoli del deficit, permettendo così ai Paesi di investire nella difesa senza infrangere i vincoli di bilancio.

Perché proprio ora? La difesa al centro della scena

La guerra in Ucraina e il contesto geopolitico instabile hanno reso evidente un fatto: l’Europa non può più permettersi di dipendere dagli Stati Uniti per la propria sicurezza. E c’è un altro numero che pesa: l’Ue spende il 2% del PIL per la difesa, ma l’obiettivo è il 3%. Una differenza che si traduce in centinaia di miliardi di euro in più ogni anno.

Von der Leyen, con il pragmatismo che la contraddistingue, dice chiaramente: “Se vogliamo sicurezza, dobbiamo pagarla. E per pagarla, dobbiamo cambiare le regole”.

Le reazioni: tra applausi e critiche

Il Governo italiano, con Giorgia Meloni e il Ministro Crosetto in testa, approva la proposta. Da tempo Roma chiede che le spese per la difesa siano escluse dal Patto, per non dover sacrificare settori cruciali come sanità e istruzione. Per loro, è una vittoria politica e una boccata d’ossigeno per i conti pubblici.

Di tutt’altro avviso le opposizioni, soprattutto i Verdi e l’Alleanza Verdi-Sinistra. Per loro, aumentare la spesa militare significa sottrarre risorse a sanità, welfare e transizione ecologica. Insomma, più cannoni, meno pane.

L’importanza di un’Europa indipendente militarmente

Le posizioni espresse da Donald Trump, che ha ribadito il concetto di non proteggere i membri NATO inadempienti, sottolineano un tema cruciale: l’Europa deve rafforzare la propria indipendenza militare.

Attualmente, la NATO conta su ingenti investimenti, con gli Stati Uniti che contribuiscono per circa 722 miliardi di dollari l’anno, mentre l’insieme degli altri alleati spende meno della metà. L’Italia, ad esempio, destina circa 29 miliardi. Questa disparità non solo limita l’autonomia europea, ma concentra il potere decisionale oltreoceano. Un aumento delle spese militari garantirebbe maggiore sicurezza e voce in capitolo nelle scelte strategiche.

Puntare su un’Europa militarmente più forte non significa sostituire la NATO, ma rafforzare il pilastro europeo dell’Alleanza. Essere più indipendenti significa poter difendere i propri interessi senza essere vincolati dalle dinamiche politiche statunitensi. Una maggiore capacità militare significa anche più peso politico nelle decisioni internazionali..

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