Sì, sono ancora qui dentro, come paziente naturalmente, e per fortuna ho acquisito alcune certezze.
La prima è la certezza che di Covid in moltissimi si guarisce. Ieri eravamo in 50 in reparto, oggi solo 40. Bene, vuol dire che 10 sono guariti e dimessi.
Seconda certezza, infermieri e ausiliari sono tutti professionalmente preparati, stressati per turni massacranti, ma sempre pronti alla battuta allo scherzo veloce. Io amo scherzare con loro e accettano con piacere le mie sciocche facezie.
A volte fa bene un po’ di leggerezza in questa situazione dura per tutti: pazienti, infermieri, ausiliari e medici, di cui ultimi ho detto ieri.
Dubbi invece, alcuni pesanti, ma non sull’operato della struttura ospedaliera, ma su come si è voluto strutturare l’impianto del famigerato green pass, almeno al momento.
Primo dubbio. Il tanto vituperato green pass viene rilasciato ai guariti per soli sei mesi a far data dal primo giorno in cui si è sintomatici; logica vorrebbe la sua validità dal giorno di dichiarata guarigione. Per esempio, se uno viene ricoverato il 1° febbraio perché contagiato e dimesso due mesi perché guarito, avrà ottenuto in pratica solo 4 mesi di libertà condizionata, infatti sempre di libertà condizionate si tratta.
Ho sempre saputo che se si contrae un virus, il corpo si vaccina a vita contro di esso, ma non sono un virologo, forse non è proprio così.
Secondo tragico dubbio: sempre da non virologo, ho sempre saputo anche che ogni vaccino viene sconsigliato ad alcune categorie a rischio. Perché per questo vaccino, che non è ancora serio ma in fase sperimentale, non è stata stilata una lista di patologiche a rischio? Ho letto “genericamente sconsigliato agli allergici”, può darsi abbia letto male.
Avrei ancora altri dubbi, stando qui dentro tempo per pensare ce n’è, ma andrei sul pesante e per ora verserei acqua fuori dal boccale. Ne riparleremo al mio rientro a casa.
Crediti fotografici: Andrea Tornabene via Flickr
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