Italian flag
Rosso d'InvernoSlide-main

Sogno e son desto

5 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Sogno e son desto: un modo di dire… e anche sigla di uno dei tanti varietà musicali passati in TV, mi pare. Ecco, è così che sto. Sulla poltrona preferita, un po’ dondolandomi, sono sveglio e sogno e non ho più coscienza di quale dei due stati sia il più concreto.

Da un ingorgo iniziale di lacerti di immagini dapprima indistinte, sotto le palpebre chiuse, si focalizzano man mano luoghi e momenti precisi. Sono le geometrie colorate che definiscono l’impiantito marmoreo di un portico di una piccola città d’Europa. È l’incanto di un prato montano in una primavera sfolgorante di verde e di giallo. Il frangersi spumeggiante, contro la costa rocciosa, di un mare del Sud dell’Italia rigonfio di Scirocco a cielo sereno. Ricordi. Ma è sorpresa piacevole avvertire che ogni scena che torna alla mente, procura le stesse emozioni già vissute al momento del loro accadere, ma anche un prolungamento di quelle, un’estensione al presente, perfino con la correità di nuovi fermenti, come l’arricchimento di un odore o un rumore o il rimorso di avere tralasciato un gesto o taciuto una parola che ora, solo ora, nel ricordo sognato, acquistano significati speciali.

Già, una ragazza nera!

Per esempio, ora ondeggia davanti agli occhi chiusi, dapprima confuso, poi gradualmente più nitido, il flashback di un tragitto sul ventitré a Milano in un limpido, freddo e assolato pomeriggio d’aprile. Il tram strapieno con la gente a contatto forzato. E gli occhi mobilissimi di una giovane nera di fronte a me.

Occhi grandi, vagamente arrossati, con dei diamanti, capocchie di spillo, incastonati nelle iridi di colore cioccolato fondente.

Anch’io ho conosciuto una ragazza nera. Ed è stato eccitante sia per la casualità che ci ha messi in contatto, sia per l’immediatezza con cui è scaturita attrazione tra noi. Per la certezza, consolidata in un attimo, di essere figli del mondo, senza confini; così diversi eppure così risoluti nel volerci a tutti i costi conoscere.

È stato per la sua timidezza che a me è parsa virtù seducente e causa di irresistibile richiamo. Per il reciproco slancio che ci ha dapprima infiammati e poi travolti e ci ha, infine, sospinti in un gorgo inebriante.

Io con gli occhi puntati fissamente in quelli di lei. Lei a lanciarmi un lampo di sguardo ogni tanto e la testa, sormontata da un ammasso di serpentelli corvini, che si china graziosa, ciondolante sull’esile collo; il volto illuminato da un sorriso impacciato che mette a nudo, tra labbroni carnosi, i denti bianchissimi.

Fissandola, ho avuto la certezza assoluta di una variazione cromatica sul volto di lei: chiaramente ho scorto il comparire, e il persistere, del colore porpora che ha sovrastato il melanzana delle gote e ho provato per quell’intima scoperta, per quell’indizio manifesto – forse – a me solamente, un godimento inconsueto.

Insieme ci siamo accorti che le nostre ginocchia, in un preciso momento, sono venute a contatto e, dalla mia, un immediato calore propagarsi attraverso il corpo e risalire, formicolando, alla nuca, alle guance. In lei ho colto, nell’arco dell’attimo di un ennesimo sguardo, un rapidissimo dilatarsi delle pupille, come per un allarme, e la testa abbandonarsi fin quasi alla mia spalla e, ancor più, il porpora delle gote farsi intenso, sanguigno.

C’è stato un reciproco invio di altri segnali. Le mani, aggrappate al corrimano su in alto, a uno scossone del tram si sono avvicinate per istinto, fino a sfiorarsi, fino a intrecciare, dopo primi, incerti toccamenti, i mignoli, gli anulari, i medi. È stata una escalation di emozioni e ora, solo ora, mi viene in mente il profumo esclusivo che allora captavo. Riemerge, nel ricordo, una essenza pungente e intensa, come un mentolo, che esala da lei; una fragranza inebriante che non avrei saputo paragonare a un’altra. È il profumo che usa e le ristagna sul collo? sulle braccia? O è la pelle rilucente a emanarlo? Mai più mi sarebbe capitato di risentirne di eguali.

Sono soggiogato, tra le spire di un vortice, scosso nei sensi. Rammento anche, unico tra i tanti sul tram, il volto complice e sorridente di un’anziana donnina seduta al nostro fianco che ha scoperto e dissimulato l’intrigo.

C’è stata poi una specie di urgenza a rivolgerle la parola, a comunicare, per la paura di perderla a una fermata qualunque. Un dialogo breve, sottovoce, con la speranza che ne comprendesse l’idioma: «Abita a Milano?».

«Sì».
«Dove scende?».
«Due fermate fa».
Le ridono gli occhi. Per fugare il dubbio di avere ben capito la risposta, ho tempo di indagarlo quel riso, scrutandola a fondo.
«Scendiamo insieme alla prossima, le va?».
Non risponde, si muove lesta verso l’uscita sgusciando tra la gente e io sono la scia. Scendiamo divincolandoci dalla ressa che prova a risucchiarci nel tram come in un gorgo limaccioso.

Siamo in strada, in via Pascoli, una di fronte all’altro, senza saper più che dire, con la meraviglia nei volti, con imbarazzo.

Sono stato io a riprendere il filo: «Ha detto che ha già superato la sua fermata?».

«Sì, abito qui dietro, in via Bixio».
«E ha scelto di non scendere?».
«Già».
«Lo avrei fatto anch’io» dico con slancio e sono perso nei suoi occhi. Poi, ci avviamo fianco a fianco.
«Pensavo che avrei avuto difficoltà a comunicare con lei, che non conoscesse…».
«Immagino,» mi interrompe «invece sono italiana quanto lei. Anzi, sono di Milano se le interessa saperlo».
Si esprime in modo perfetto, senza enfasi e con, sul fondo, la cadenza del parlato del Nord: una reazione controllata a un rilievo a cui, evidentemente, è avvezza.

Dirigiamo verso Città Studi e mi rendo conto che ho l’aria stralunata di chi interroga il mondo.

«Sono stata adottata,» mi spiega «avevo meno di un anno».

Provo, mi ritorna ora alla mente, un’improvvisa gioia: mi piace che lei abbia contemporaneamente i caratteri esotici di un’umanità lontana e i modi spicci di una ragazza di città.

«Sono Flavio,» la ragguaglio pressato più dall’urgenza di sapere di lei «e tu come ti chiami?» nemmeno mi rendo conto di essere passato a darle del tu.

«Anna».

Sobbalzo. “Anna? Non si è portato un nome suo dall’Africa? O da dovunque altro…”.

«A proposito, dove sei nata?» le domando, sempre incalzante.
«Senegal» risponde lei, semplicemente.
«Senegal…» ristagno tra immense geografie con l’incanto nella voce. «Io vengo dal Meridione. Sono qui per studiare… e poi… anche per cercare un buon lavoro, possibilmente!».

È un dialogo tutto così. Banale forse, ma necessario per investigare, per conoscerci. E infine, alla scarsa luce del giorno, che già sfuma nella sera imminente, ci accoglie una panchina in piazza Leonardo.

Il freddo si è fatto pungente, ma l’eccitazione ci infervora, accresce in entrambi la voglia di stare vicini, di darci calore. E accade, a un tratto.

Nel voltarmi a parlare, la colgo a fissarmi e, questa volta, sostenendo lo sguardo. Mi stupisco nel notare che, seppure imbrunendo, gli occhi di lei custodiscono intatta la brillantezza della luce del giorno. È come un invito e mi accosto per un bacio.

Nel ricordo, è strano. Incontro le labbra carnose di lei, luccicanti, lievemente sciupate dal freddo e sento, al contatto, che si dischiudono appena e si fondono i fiati e si propaga, attraverso le bocche, un tepore benigno, ristoratore, foriero di promesse intriganti.

E non solo il bacio. Mi sovviene il contatto col corpo di lei, insieme magro e rotondo. Le stringo le braccia e riesco a sentire, attraverso lo spesso giaccone di panno, la sua pelle elastica. Dalla schiena, inserisco la mano proprio sotto alla massa compatta dei capelli-serpenti e arrivo a toccarle la nuca, il collo sottile e ne avverto, benevolo, quel calore che è solo di lei, il suo tepore privato – di esotica, urbana Medusa. Mi eccita il pensiero che anch’io ora possa goderne.

Mi sembra incredibile: soltanto poche ore prima, la nostra vita era altrove, ognuno coi propri disegni, ma su quella panchina…

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER!

Ricevi gli ultimi articoli de Il Nuovo Terraglio via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Newletter Il Nuovo Terraglio

Articoli correlati
ItaliaSlide-mainSport

L'ItalRugby riparte da Padova

3 minuti di lettura
La Nazionale maschile di rugby inizierà oggi il raduno in preparazione del Nations Championship. I 34 atleti convocati PADOVA – L’ItalRugby riparte…
ItaliaPsicologia e DintorniSlide-main

Il diavolo probabilmente

2 minuti di lettura
È il titolo di un film di Robert Bresson del 1977. Segue le vicende di un gruppo di giovani al tempo delle…
AttualitàIstruzioneMarca TrevigianaSlide-mainVeneto

Lo zaino sospeso

2 minuti di lettura
IL LIONS CLUB VEDELAGO PALLADIUM dona materiale scolastico alle famiglie in difficoltà. La consegna in Comune alla presenza del Sindaco Romano e…