Il papà di Ramy, un esempio di forza e di pacatezza nel nome della verità
ITALIA. Mentre assistiamo sgomenti a fatti delittuosi e violenti perpetrati dai nostri figli a danno di altri ragazzi o di persone che incrociano le loro strade, dove debbono mostrare la forza del gruppo esercitando la violenza, emergono delle figure di padri che incarnano il vivere civile in cui la vita e la convivenza sono valori da salvaguardare.
Dei tanti fatti di sangue di cui sono piene le pagine di cronaca, in cui assistiamo increduli a delitti eseguiti da così detti “bravi ragazzi”, tramutati in assalitori dalla presenza della gang e resi forti dall’aver in tasca coltelli ed altri oggetti pericolosi che vengono utilizzati per “la resa dei conti”, alcuni padri, nel dolore, diventano punti di riferimento per una società smarrita.
È facile parlare di Gino Cecchettin, il papà di Giulia che tutti noi abbiamo imparato fin dai primi momenti della tragedia a conoscere ed apprezzare. Un uomo che, a distanza da un anno dal delitto di sua figlia, ha fatto del dolore un motivo di forza per portare avanti messaggi di positività e di sana relazione tra i giovani.
C’è un altro papà, Yehia Elgaml genitore di Ramy, che ha colpito la nostra attenzione per la pacatezza, il tono delle sue parole, il messaggio che continua a mandare. Suo figlio è il 19enne che la notte di domenica 24 novembre è morto in un incidente stradale durante un inseguimento con i carabinieri. Le immagini della vicenda dello scooter guidato da Fares Bouzidi, 22enne tunisino, con Ramy nel posto del passeggero, ora sono al vaglio della Procura ed hanno portato alla luce dettagli che mettono in discussione le modalità operative delle forze dell’ordine.
Le manifestazioni violente
Dalla morte di Ramy sono seguite delle manifestazioni violente al Corvetto a Milano, successivamente in altre città italiane con forti tensioni e atti di grave vandalismo. Da Roma a Bologna nel fine settimana sono esplose le proteste per chiedere giustizia per il giovane del quartiere Corvetto di Milano. In diverse città si è arrivati agli scontri con un bilancio finale di 18 agenti feriti: otto a Roma e dieci con contusioni lievi a Bologna.
Le parole della famiglia di Ramy
In questa situazione incandescente si colloca la figura di Yehia Elgaml, padre di Ramy, originario del Cairo e da 18 anni in Italia. Yehia Elgaml, la moglie e il figlio prendono ancora una volta le distanze da chi si appella al ricordo di Ramy come pretesto per atti violenti. “Voglio giustizia per mio figlio”, afferma il padre che aggiunge: “Basta con la violenza”.
«Ci dissociamo da qualsiasi utilizzo politico del nome di nostro figlio. Ramy era un ragazzo pieno di vita, amato dalla sua famiglia e dai suoi amici e non vogliamo che la sua figura venga strumentalizzata per fini che non hanno nulla a che fare con la nostra richiesta di verità e giustizia per cui abbiamo riposto massima fiducia nella magistratura e nelle forze dell’ordine».
E mentre proseguono le identificazioni dei responsabili di atti violenti, i parenti insistono con il loro appello alla moderazione: «Il nostro unico desiderio è che la giustizia sia fatta senza alcuno sfruttamento o manipolazione. Siamo profondamente rattristati e preoccupati nell’apprendere che il nome di Ramy viene utilizzato come scusa per atti di violenza».
Così, di fronte alla guerriglia urbana, alla violenza che sembra incendiare le piazze, è ancora più forte questa figura di padre che usa la pacatezza, la richiesta di non sfruttare la tragedia del loro ragazzo per esercitare la violenza. Integrazione
Un simbolo di unità
“Crediamo che il ricordo di Ramy debba essere un simbolo di unità e non di distruzione o divisione.. chiediamo a tutti di rispettare il nostro dolore e di unirsi a noi in un percorso che porti ad una vera giustizia, senza odio, senza violenza e senza divisioni”.
Due figure emblematiche il padre di Giulia e di Ramy, due persone completamente diverse per percorso di vita e cultura che, nel dolore, hanno fatto della pacatezza e della ragionevolezza il metodo per parlare ai nostri ragazzi e a tutti noi. Una lezione di integrazione e di convivenza civile, senza invocare vendette, nel nome di un sogno di una società non violenta nata da tragedie immani.
Crediti fotografici: Quotidiano Nazionale
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