Svevo Moltrasio racconta una storia che ruota intorno ad una nuova modalità che, pur esordendo durante la pandemia, oggi resta attuale e praticata
Quando la condizione lavorativa in remoto, il celeberrimo Smart Working, diventa l’ingrediente principale per migliorare la vita e sembra che tutto funzioni. Fino a quando l’azienda minaccia il licenziamento dei dipendenti causa scarsa produttività e Giuliano, il protagonista, non decide di voler difendere a spada tratta i colleghi, decisione che inevitabilmente cambierà lo scenario non solo della sua vita, ma anche di tutto quello che inevitabilmente girovaga intorno. La commedia è rinata, evviva la commedia, parlando ovviamente di quelle tracce che il genere italiano ha sempre portato con sè in grembo, ossia il raccontare la realtà usando la lente di ingrandimento dell’ironia e della sottile e sana provocazione. Maccio Capatonda ne diventa in questo caso l’attore principale, quel Giuliano che, approcciando da par suo la deriva della “nuova modalità lavorativa” dei colleghi, tra cui brilla Maurizio Nichetti, incapaci di produrre, ne inforca la causa. In fondo è ovvio per difendere il suo status, con lo Smart che per lui funziona e rappresenta un sano presente e un futuro allettante, da vivere con un figlio, uno in arrivo e sua moglie Laura, interpretata brilantemente dalla brava Sara Lazzaro. E in questo anfiteatro emotivo che si muove la regia di Moltrasio, con la macchina da presa intenta a riportarci condizioni e status antitetici, che giocoforza dipendono e diventano interconnessi. In un teatro dove anche chi non funziona diventa protagonista. E il “portare tutti a casa“ di Giuliano diventa infine il manifesto della storia, denso e carico di sfide. Surreale e grottesco.
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