Le famiglie italiane devono poter scegliere liberamente la scuola dei propri figli. Dopo i passi avanti compiuti dal governo, è tempo di un nuovo atto di coraggio per rendere reale la libertà di educazione
Da anni porto avanti, insieme a molti altri, una battaglia che considero di giustizia e libertà: quella per la piena attuazione della parità scolastica in Italia.
Oggi sarò in audizione alla Commissione Bilancio del Senato per parlare della manovra, ma soprattutto per ricordare che, senza un buono scuola nazionale, la parità resterà soltanto un principio sulla carta.
Desidero anzitutto riconoscere con gratitudine che questo governo ha avuto il coraggio dei politici di un tempo: ha compiuto passi concreti, destinando nuove risorse alle scuole dell’infanzia, agli studenti con disabilità, e ai docenti delle paritarie, che finalmente hanno visto riconosciuta la loro abilitazione. Sono segnali importanti. Tuttavia, serve un ulteriore atto di coraggio.
In dieci anni le scuole paritarie hanno perso il 35% degli alunni. Troppe famiglie non riescono più a sostenere i costi, mentre si moltiplicano istituti con rette da 12.000 o addirittura 20.000 euro l’anno. Non è questo il modello che vogliamo: non desideriamo scuole d’élite, ma luoghi di inclusione e di accoglienza, dove anche i figli delle famiglie più fragili possano trovare posto.
Il buono scuola può essere la risposta. In diverse regioni, come Veneto, Lombardia e Piemonte, funziona già: garantisce alle famiglie la libertà di scegliere l’istituto educativo più adatto ai propri figli, senza discriminazioni economiche. È lo strumento che rende reale la parità, perché sostiene la libertà educativa, che è il cuore stesso della democrazia.
A venticinque anni dalla legge sulla parità voluta dal ministro Luigi Berlinguer, in Italia restano ancora troppi pregiudizi ideologici. Eppure in tutta Europa – anche nei Paesi più laici, come la Francia – le famiglie possono scegliere liberamente e gratuitamente la scuola dei propri figli. Ogni Stato ha trovato una formula: chi finanzia gli istituti, chi retribuisce i docenti, chi sostiene le famiglie. Solo l’Italia e la Grecia non hanno ancora compiuto questo passo.
Fino a poco tempo fa lo Stato stanziava per le scuole paritarie appena 500 euro l’anno per studente, mentre il costo medio stimato dallo stesso Ministero è di 7.500 euro. È evidente lo squilibrio. Con gli interventi più recenti abbiamo visto segnali incoraggianti, ma per rendere la parità effettiva occorre che una parte della retta sia coperta da un buono assegnato alle famiglie.
Questa misura non servirebbe solo alle scuole paritarie, ma a tutto il Paese. Se gli studenti che oggi le frequentano dovessero riversarsi sul sistema statale, l’impatto economico supererebbe i cinque miliardi di euro. Sarebbe un costo aggiuntivo per tutti i cittadini.
Per questo chiedo con forza che il governo abbia ancora una volta il coraggio della visione: quello di mettere la libertà educativa delle famiglie al centro delle politiche pubbliche.
Solo così potremo dire di vivere in una democrazia che non teme la pluralità, ma la considera una ricchezza.
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