Cercherò di camuffarla perché è una storia vera
ITALIA. Ma l’essenziale non mi è possibile, perché alcuni passaggi di questo racconto devono restare quello che sono. Una mattina di qualche sabato fa, mi sono svegliato di pessimo umore. Avevo dormito poco e male, peggio del solito. Questo perché, a causa di recenti esperienze professionali, pensavo che la scelta di fare il medico, e specialmente lo psichiatra, mi aveva messo in condizioni di sentirmi addosso l’odio di qualcuno. Si, odio è la parola giusta. Io che pensavo di aver fatto la cosa giusta, in scienza e coscienza, avevo trovato il mio interlocutore così scontento da inviarmi una mail di offese, minacce e maledizioni.
Mi domandavo allora perché il dolore si trasforma in rabbia così facilmente e va ad attaccare proprio qualcuno che non è indifferente né al dolore né alla rabbia, specie da parte di qualcuno che cercava di aiutare. Con questo pensiero nel cuore sono uscito e mi sono incamminato verso il panificio. Di spalle vedo una sagoma che riconosco. Era proprio lui, un mio collega psichiatra, vecchio come me. Siamo contenti entrambi di incontrarci dopo oltre vent’anni. Ci siamo a lungo intrattenuti su ciò che avevamo vissuto in tutto questo tempo, la famiglia, il lavoro, gli amici che c’erano e quelli che non ci sono più. E gli dissi del mio malumore.
Mi guardò e come le persone che ti vogliono bene, comprese immediatamente il mio dolore. “Ora ti racconto una cosa che mi è successa qualche giorno fa” mi disse. “dopo alcuni anni che non lo vedevo, venne a visita un giovane uomo che era stato mio paziente”. “Stava bene, molto meglio dopo che le sue vicende familiari si erano in qualche modo risolte”. Il padre era un uomo violento e beveva. La vita in casa che era diventata un inferno”. “Finalmente, era stato allontanato da casa con un provvedimento del giudice, e se ne era andato”.
“Di lui non aveva avuto più notizie. Erano passati degli anni, e nessuno lo ricordava più. Un giorno mentre era alla stazione di Padova in attesa del treno, vide in un cantone nascosto un vecchio uomo disteso sotto una coperta. Un “barbone” che si proteggeva dal freddo e dagli sguardi della gente che passava. In famiglia, tutti maschi avevano un segno distintivo sul volto, lo aveva lui, suo padre suo nonno.
Era il segno dei Zanon, “quei del neo”. E quell’uomo disteso e nascosto sotto una sporca coperta lo aveva. Non c’erano dubbi, era suo padre. Si avvicinò e l’’uomo lo vide e gli disse immediatamente: “sono io, tuo papà!”. L’uomo si alzò, era malvestito e puzzava, ma aveva il sorriso di chi è felice. Giovanni lo aiutò ad alzarsi. Andiamo al bar a prenderci qualcosa, gli disse. Si sedettero ad un tavolo, chiesero cappuccino e tramezzino. Non parlarono a lungo, non si dissero molte cose, rimasero a lungo a guardarsi, e questo bastò ad entrambi.
Quando si salutarono, il vecchio disse al figlio: “ Tu ora mi vedi così, ma non importa quello che sono diventato, è importante quello che sono stato, se ho avuto una moglie e un figlio come te, che sei diventato ingegnere, vuol dire che ho avuto qualcuno che mi ha voluto bene. E’ tutto ciò che conta, questo, solo questo.
Ciao Giovanni, salutami la mamma e fai il bravo”. Capii quello che il mio amico psicologo voleva dirmi. Solo quelli che fanno il mestiere come noi, mi disse, hanno la possibilità di sentire storie come queste! Ora penso che il dovere del medico è perdonare e chiedere scusa, sempre e comunque, anche se è difficile e può sembrare ingiusto. Perché l’umanità che si incontra è sufficiente a ripagarlo in abbondanza per ogni amarezza.
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