Quelle ferie “strane”, non annunciate, apparse una ventina di giorni fa sulla porta del negozio. Quelle ferie che poi si prolungano a sorpresa, e cominci a pensare che qualcosa non va, visto il periodo. Poi la riapertura a mezza giornata, ma lui non c’è. E pensi – anzi speri – che finalmente abbia deciso di prendere un po’ di tempo per sé. A ottant’anni ci sta. Anche e soprattutto se quegli ottant’anni sono portati alla stregua di un ragazzino.
Un po’ tutti ci siamo chiesti come mai, poi abbiamo pensato che durante il lockdown il negozio di via Trezzo era stato un faro per chi, nel quartiere, poteva muoversi ben poco. Quindi un po’ di meritato riposo era dovuto.
Nella ferramenta di Silvano Longo potevi trovare praticamente qualsiasi cosa.
Che poi a chiamarla ferramenta non solo è riduttivo, ma ora più che mai mi sembra quasi una mancanza di rispetto. Il negozio di Silvano era, è e sarà sempre un “salvagente”, in tutti i sensi. Perché ci respiri umanità.
Non so più nemmeno le volte in cui, davanti al banco, ho detto: “Buongiorno Silvano, ha mica…”.
La risposta, sempre la stessa: “Dime bea, vardemo”. E in ogni occasione trovava la soluzione, aveva quello che cercavi. Poi ti faceva immancabilmente il conto con la penna e il blocchetto, prima di emettere lo scontrino. Non c’erano Obi o Leroy Merlin che gli tenessero testa. Anzi, era più facile trovare le cose da lui, che apriva il cassettone dietro il banco e scopriva i suoi “tesori”.
C’è stato un tempo non lontano in cui trovavi il negozio pieno di gente a tutte le ore. Poi l’emergenza Covid ha dato delle regole, allora tutti in coda, ad aspettare pazientemente il proprio turno. Tanti, come me, anche dopo hanno continuato ad acquistare prodotti per la casa, e non solo, quasi a “premiare” quella presenza costante, quella certezza della quotidianità sorridente che dava Silvano Longo e le persone che lavorano con lui, come la mitica Mirka.
Questa mattina, la doccia fredda. “Chiuso per lutto”, il suo volto sorridente sotto. Uno a uno, ci siamo fermati tutti. Increduli. “No! Allora quelle ferie… non erano ferie, erano malattia”, mi ha detto un signore in bici, mentre io lo guardavo con gli occhi pieni di lacrime. Passa una macchina, guarda il negozio, inchioda. Scende un signore, lo vedo piegarsi su se stesso.
Questa è l’eredità umana che lascia a Carpenedo Silvano Longo.
Oggi, per molti di noi, è come se fosse mancato uno di famiglia.
Buon viaggio, Silvano, e grazie di cuore per tutto.
Cristina Colombera
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