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Santi Nazario e Celso

3 minuti di lettura

La storia dei Santi Nazario e Celso appartiene alle origini più antiche e venerabili della Chiesa di Milano. La loro memoria è legata alla grande tradizione martiriale della Chiesa ambrosiana e alla straordinaria testimonianza di fede dei cristiani perseguitati durante l’Impero romano.

ITALIA. Secondo la tradizione agiografica, Nazario sarebbe stato un cristiano della prima generazione, collegato addirittura alla predicazione dell’Apostolo Pietro. Tale elemento appartiene naturalmente alla tradizione antica e non può essere documentato con la stessa certezza con cui conosciamo altri dati storici; tuttavia rivela qualcosa di molto importante: la Chiesa antica percepiva Nazario come un uomo profondamente inserito nella continuità della predicazione apostolica.

Nazario avrebbe ricevuto una solida formazione cristiana e, mosso dal desiderio di annunciare il Vangelo, avrebbe intrapreso un lungo cammino missionario. La sua predicazione lo avrebbe condotto fuori dall’Italia, verso la Gallia, dove avrebbe incontrato il giovane Celso.

Celso era ancora giovane, ma possedeva, secondo la tradizione, una particolare disposizione alla fede. Nazario lo istruì nel cristianesimo e lo battezzò. Da quel momento tra i due si instaurò una relazione spirituale che sarebbe diventata anche una comunione apostolica.

È questa una delle caratteristiche più belle della loro storia. Nazario e Celso non sono ricordati soltanto come due uomini che morirono insieme. Sono due persone che percorsero insieme il cammino della fede. Nazario è il predicatore, l’evangelizzatore, colui che trasmette la fede ricevuta. Celso è il giovane che accoglie quella fede e diviene a sua volta testimone. Il maestro e il discepolo finiscono così per essere uniti nella stessa sorte.

La loro attività missionaria li avrebbe condotti verso l’Italia settentrionale e infine a Milano. La città, allora una delle più importanti dell’Impero romano, era un centro politico, economico e culturale di primissimo piano. Ma anche la presenza cristiana era ormai significativa e, in determinati momenti, poteva diventare oggetto di persecuzione.

La tradizione colloca il martirio di Nazario e Celso durante la persecuzione di Diocleziano, generalmente intorno al 304. I due furono arrestati e condannati a morte per la loro fede.

Il martirio costituisce il punto culminante della loro vicenda. Essi non vengono presentati come eroi politici, né come ribelli all’Impero. Sono testimoni di una fede che non possono rinnegare. La parola martire deriva infatti dal greco μάρτυς, martys, «testimone». Il martire è colui che testimonia. La sua morte non costituisce la ricerca della morte, ma la conseguenza estrema della fedeltà a Cristo quando la confessione della fede viene posta davanti all’alternativa dell’apostasia.

La tradizione milanese conserva con particolare venerazione il ricordo dei due martiri. Ma il momento più importante della loro memoria ecclesiale sarebbe avvenuto quasi un secolo dopo la loro morte.

Nel 395 Sant’Ambrogio, allora vescovo di Milano, avrebbe ritrovato i loro corpi. Il ritrovamento delle reliquie dei martiri era un evento di straordinaria importanza per la Chiesa antica. Non si trattava semplicemente di recuperare resti umani: la comunità cristiana riconosceva nelle reliquie il segno concreto di una vita donata a Cristo.

Ambrogio, grande vescovo e dottore della Chiesa, comprese immediatamente il valore ecclesiale del ritrovamento. La memoria di Nazario e Celso divenne così parte integrante della storia cristiana di Milano.

La tradizione riferisce inoltre che Ambrogio rimase profondamente colpito dalle condizioni delle reliquie e che il corpo di Nazario apparve straordinariamente conservato. Al di là degli elementi miracolosi presenti nel racconto agiografico, ciò che emerge con particolare forza è la volontà di Ambrogio di presentare ai fedeli la memoria dei martiri come una realtà viva.

Il culto dei martiri, infatti, non era un culto della morte. Era, al contrario, una celebrazione della vittoria della vita in Cristo. Nazario e Celso erano morti, ma la loro testimonianza continuava a parlare alla Chiesa. I loro corpi, custoditi nella comunità cristiana, ricordavano ai fedeli che il Vangelo non era una teoria, bensì una fede capace di trasformare radicalmente l’esistenza.

La Basilica di San Nazaro in Brolo, a Milano, conserva ancora oggi la memoria del grande culto dedicato a Nazario. La presenza delle reliquie e la continuità della venerazione testimoniano il profondo radicamento della memoria dei martiri nella tradizione ambrosiana.

Nazario e Celso possono essere contemplati come due figure inseparabili: il maestro e il discepolo, l’evangelizzatore e il giovane convertito, l’uomo maturo nella fede e colui che accoglie quella fede fino al dono supremo.

La loro storia insegna inoltre che la santità cristiana non è mai una realtà individualistica. La fede viene ricevuta e trasmessa. Un uomo incontra Cristo attraverso la testimonianza di un altro uomo e, dopo aver ricevuto la fede, diviene egli stesso testimone.

Nazario conduce Celso a Cristo; Celso, insieme a Nazario, conduce poi altri alla testimonianza del Vangelo attraverso il martirio. La Chiesa di Milano, secoli dopo, avrebbe ricevuto nuovamente la loro testimonianza attraverso Sant’Ambrogio.

È una sorta di catena spirituale: gli Apostoli annunciano Cristo; i missionari trasmettono la fede; i martiri la sigillano con il sangue; la Chiesa custodisce le loro reliquie e ne tramanda la memoria alle generazioni future. È proprio questa continuità a rendere Nazario e Celso figure tanto preziose nella storia della Chiesa antica.

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