Italian flag
ItaliaSantiSlide-main

Santi Marta, Maria e Lazzaro

5 minuti di lettura

La casa di Betania, il luogo dell’amicizia con Cristo e della vittoria sulla morte
Tra le pagine più umane e insieme più profondamente teologiche del Vangelo, la Chiesa custodisce con particolare affetto la memoria di Marta, Maria e Lazzaro, i tre fratelli di Betania, presso i quali Gesù trovò una casa nella quale essere accolto, un’amicizia nella quale manifestare la propria umanità e un dolore nel quale rivelare la potenza della sua divinità.

BETANIA. Villaggio situato alle porte di Gerusalemme, diviene nel Vangelo molto più di un semplice luogo geografico: è la casa dell’amicizia con Cristo, di più, come San Paolo VI pellegrino in Terra Santa l’ha definito, “il santuario dell’amicizia”, lo spazio nel quale il Signore viene accolto, ascoltato e servito, ma anche il luogo nel quale, davanti al sepolcro di Lazzaro, egli manifesta il mistero della vita che vince la morte.

L’evangelista Giovanni consegna alla Chiesa una frase di straordinaria tenerezza: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro». Prima ancora di raccontare ciò che i tre fratelli fanno per Gesù, il Vangelo annuncia ciò che Gesù prova per loro. È Cristo ad amare per primo, ed è precisamente questo amore a trasformare la loro casa in un luogo privilegiato della sua presenza.

Marta, Maria e Lazzaro rappresentano tre modi differenti e complementari di vivere la relazione con il Signore. Marta è la donna dell’accoglienza e del servizio; Maria è la donna dell’ascolto e della contemplazione; Lazzaro è l’amico raggiunto dalla morte e restituito alla vita. Non sono tre modelli contrapposti, ma tre dimensioni di un’unica sequela: il cristiano è chiamato ad ascoltare la Parola, a tradurla nel servizio e a testimoniare la vita nuova ricevuta da Cristo.

Marta appare anzitutto come colei che accoglie Gesù nella propria casa. Il suo desiderio è servirlo, preparare tutto per l’ospite, rendere concreta l’ospitalità. Quando però il servizio diventa affanno, Gesù le rivolge quelle parole che la tradizione cristiana ha meditato nei secoli: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno». Cristo non condanna il servizio, né svaluta il lavoro o la carità concreta; invita piuttosto Marta a non perdere l’essenziale nel moltiplicarsi delle cose necessarie. Si può lavorare per Dio e smarrire Dio; si può fare molto per il Signore e non avere più il tempo di ascoltare la sua voce. Marta insegna così che ogni autentico servizio cristiano deve nascere dalla contemplazione e dall’ascolto. Prima di essere mani che lavorano, il discepolo deve essere un cuore capace di ricevere.

Maria incarna precisamente questo atteggiamento. Seduta ai piedi di Gesù, ascolta la sua parola e sceglie «la parte migliore». Il suo atteggiamento è quello del discepolo che comprende che nessuna attività può precedere l’ascolto del Maestro. La Chiesa stessa nasce dalla Parola ricevuta: prima di annunciare Cristo, deve lasciarsi evangelizzare da Lui; prima di parlare, deve imparare ad ascoltare. Maria diviene così immagine della Chiesa contemplativa, di quel silenzio nel quale l’anima lascia che Dio parli.

Ma Maria manifesta il proprio amore anche attraverso un gesto di straordinaria intensità. Nella casa di Betania unge i piedi di Gesù con un prezioso profumo di nardo e li asciuga con i suoi capelli. La casa si riempie della fragranza. Il gesto appare sproporzionato secondo la logica dell’utilità, ma proprio questa apparente sproporzione rivela la misura dell’amore. Maria non calcola: dona. Il suo gesto è letto dall’evangelista alla luce della Passione ormai vicina e diventa quasi una liturgia anticipata della sepoltura del Signore. Là dove altri vedono uno spreco, Maria riconosce il valore infinito della persona di Cristo. Il vero amore non misura tutto secondo il profitto: sa che davanti a Dio nulla è perduto quando viene donato con cuore sincero.

Ma il cuore della memoria di Betania si trova nella vicenda di Lazzaro. Egli è malato e Marta e Maria mandano a chiamare Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». È una delle espressioni più belle della loro relazione con Cristo: non presentano semplicemente una richiesta, ma ricordano al Signore l’amore che lo lega a Lazzaro. Eppure Gesù non arriva subito. Quando giunge a Betania, Lazzaro è già da quattro giorni nel sepolcro.

Marta gli va incontro e pronuncia una frase che appartiene al cuore stesso dell’esperienza umana davanti alla sofferenza: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». È una parola di dolore, ma non di disperazione. Dietro il rimprovero rimane la fede. Marta crede ancora che Gesù possa operare, anche quando tutto sembra concluso.

Ed è proprio allora che Cristo pronuncia la grande rivelazione: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà». La risurrezione non è soltanto un evento futuro, né una semplice dottrina sulla vita dopo la morte: è una Persona. Cristo stesso è la Vita. L’uomo non riceve la vita eterna come una realtà separata dal Signore, ma entrando in comunione con Lui. La domanda rivolta a Marta diviene allora la domanda rivolta a ogni credente: «Credi questo?». Marta risponde con una delle più alte professioni di fede del Vangelo: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Davanti alla tomba, tuttavia, Gesù compie qualcosa che rivela in modo ancora più profondo il mistero dell’Incarnazione: «Gesù scoppiò in pianto». Il Figlio di Dio piange davanti alla morte dell’amico. Cristo non è estraneo al dolore umano; entra nel dolore, lo assume, lo attraversa. Le sue lacrime mostrano che la fede cristiana non nega il dramma della morte. Ma quelle lacrime non sono l’ultima parola.

Davanti al sepolcro, Gesù ordina di togliere la pietra e poi grida: «Lazzaro, vieni fuori!». La voce del Signore raggiunge l’uomo nel luogo nel quale nessuna voce umana può più arrivare. Lazzaro esce dal sepolcro, ancora avvolto nei lini funerari. Il miracolo, però, non è ancora la Risurrezione definitiva. Lazzaro ritornerà alla vita terrena e un giorno morirà nuovamente. La sua uscita dal sepolcro è un segno che prepara un evento infinitamente più grande: la Pasqua di Cristo. Il sepolcro di Lazzaro anticipa il sepolcro vuoto del Signore. Cristo restituisce Lazzaro alla vita mentre si avvicina egli stesso alla propria morte. La vita donata all’amico diventa così un segno profetico della vittoria che Cristo otterrà passando attraverso la Croce.

Betania diviene pertanto una vera scuola di vita cristiana. Marta insegna il servizio, ma un servizio che non può prescindere dall’ascolto; Maria insegna la contemplazione, che non rimane sterile ma si trasforma in amore concreto; Lazzaro insegna che la vita ricevuta da Cristo diventa testimonianza. La loro casa mostra che la santità non consiste nell’essere tutti uguali, ma nel vivere in forme differenti la medesima amicizia con il Signore.

La Chiesa, celebrandoli insieme, contempla dunque una piccola icona della propria stessa vocazione. Ogni famiglia può diventare Betania quando accoglie Cristo; ogni casa può diventare luogo di preghiera quando ascolta la sua Parola; ogni servizio può diventare carità quando nasce dall’amore; ogni dolore può diventare preghiera quando viene consegnato al Signore.

E davanti alla morte, quando sembra che ogni speranza sia stata sepolta, rimane la voce di Cristo: «Io sono la risurrezione e la vita».

Per questo la memoria dei Santi Marta, Maria e Lazzaro è una memoria profondamente pasquale. Essi ci ricordano che Cristo non desidera essere soltanto adorato nei grandi santuari, ma accolto nella casa, nella quotidianità, nell’amicizia, nella fatica e nelle lacrime.

A Betania Gesù è stato ospite, amico, Maestro e Signore. A Betania ha ricevuto il servizio di Marta, l’ascolto di Maria e l’affetto di Lazzaro. A Betania ha pianto davanti alla morte e, davanti alla pietra del sepolcro, ha manifestato la potenza della Vita.

La casa di Betania rimane così una delle immagini più belle della Chiesa: una casa nella quale Cristo viene accolto, la sua Parola ascoltata, il prossimo servito e il dolore attraversato nella speranza.

Marta, Maria e Lazzaro insegnano che il cristianesimo è insieme ascolto, carità e testimonianza; ma soprattutto insegnano che l’amicizia con Cristo è più forte della morte.

Perché davanti a ogni sepolcro della storia, davanti a ogni perdita e davanti a ogni notte dell’anima, la Chiesa continua ad ascoltare quella voce che attraversa i secoli: «Vieni fuori». E quando Cristo chiama, la pietra non è più la conclusione della storia, ma il luogo dal quale ricomincia la vita.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER!

Ricevi gli ultimi articoli de Il Nuovo Terraglio via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Newletter Il Nuovo Terraglio

Articoli correlati
ItaliaSantiSlide-main

Santa Teresa di Gesù bambino: salvare le anime

6 minuti di lettura
Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo nacque ad Alençon il 2 gennaio 1873, ultima figlia di Louis Martin e…
IstruzioneSlide-mainTreviso

Scuole dell'infanzia a Spresiano: otto anni di rette azzerate, il bilancio del sindaco Della Pietra

2 minuti di lettura
Otto anni fa, nel 2018, l’Amministrazione comunale di Spresiano ha introdotto un contributo a sostegno delle famiglie che iscrivono i figli alle…
MusicaSlide-mainVenetoVille Venete

Serenissime dimore:

3 minuti di lettura
Tre concerti nel secondo fine settimana Dal 2 al 4 ottobre il Festival itinerante Serenissime Dimore propone tre concerti a Este, Zugliano…