Arte, Cultura, Storia e ArcheologiaSlide-mainVideo

Sant’Eusebio di Ronciglione: la più antica chiesa della Via Francigena

8 minuti di lettura

Prosegue la rubrica “Arte, Cultura, Storia e Archeologia” curata da Carlo Franchini. Un viaggio alla scoperta delle bellezze, delle curiosità, del fascino dell’Italia e del mondo, di ieri e di oggi.

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Percorrendo la strada provinciale Cassia, poco a sud del meraviglioso borgo di Ronciglione, prendiamo una strada sterrata e attraversiamo distese, che sembrano senza fine, di noccioleti. Siamo sull’antica Via Francigena.


Originariamente la via percorsa dai viaggiatori in direzione di Roma si inerpicava sui monti Cimini. Il percorso, assai pericoloso già in epoca tardo antica, fu abbandonato nel periodo Alto medievale in luogo di un più agevole percorso di valle che, passando da Viterbo, Vetralla e Sutri, raggiungeva l’Urbe in modo più sicuro. Dal percorso originario, detta “variante Cimina”, si diramavano dei “diverticoli” su cui si attestavano piccoli santuari, sepolture pagane, Memoriae dedicate ai culti locali; tra questi anche il “Santuario di Sant’Eusebio”.

Qualche chilometro e raggiungiamo il sito che vorremmo visitare: il santuario di Sant’Eusebio, appunto “…prima sepolcreto romano, poi luogo di culto cristiano nell’Alto Medioevo, infine chiesa romanica, ancora oggi consacrata ed officiata. Ma sul sito ci sono anche tracce di un tempio arcaico probabilmente dedicato alla divinità solare etrusca Soranus. Come dire, un palinsesto plurimillenario, e scrigno di storia civile, religiosa e artistica, recentemente restaurato, ma poco noto. Era celebre invece tra i viaggiatori e i pellegrini che per secoli lo hanno visitato, o vi hanno dimorato per riposarsi dal lungo viaggio, prima di affrontare l’ultimo tratto verso la meta: Roma.” [1]

È una splendida giornata di sole e seduto su un muretto mi aspetta l’amico Pietro Paolo Lateano, che sarà la nostra guida. [2]  
Le fronde di due grandi querce, mosse dal vento, sembrano voler accarezzare la piccola chiesa al centro di uno spiazzo delimitato da noccioli verdissimi e rigogliosi.  

Pietro, architetto e docente di restauro, un grande esperto di questi luoghi, con il suo entusiasmo ci invita ad iniziare il nostro viaggio nel mondo antico di questo sito che scopriremo essere di grandissimo interesse sotto il profilo storico ed archeologico, ma anche di grande fascino ed emozione: una preziosa orma indelebile di un tempo lontano.

È lui che mosso da grande passione ed entusiasmo ha restaurato la chiesa, rendendola un vero gioiello. Siamo in presenza di uno dei più importanti siti paleocristiani della Tuscia e quasi certamente della più antica chiesa della famosa Via Francigena; di stile romanico, essa presenta un palinsesto architettonico assai complesso. Il santuario è stato infatti edificato sopra un antico sepolcreto pagano del IV secolo d.C. Durante gli scavi e le attività di restauro del sito, fu rinvenuta una preziosa lapide, oggi conservata presso la chiesa di S. Maria della Pace, che è come se fosse una pagina di storia… Memoriam FL Eusebius ia res sua sibi et suis incolumis fecit quique urbanis cohortibus inculpatae in campaniae usque uc consularis  exornans principatum stipendiis ratione decursis inpleuit militam”.

La storia narra che nel 476 d.C. le ripetute invasioni barbariche sono la causa della caduta dell’impero romano. Una caduta però che avviene lentamente. Certo è che i territori non erano più sicuri come un tempo. Per cui era consuetudine che i generali dell’esercito romano che avevano ricevuto appezzamenti di terre quale compenso per la loro attività militare, costruissero delle fattorie e ville (domuscultae) dove ritirarsi a vivere, ma fortificate con mura, torre d’avvistamento e anche una piccola guarnigione a protezione delle famiglie. Ed è quello che fece Flavius Eusebius, vice governatore della Campania, che possedeva queste terre dove, oltre alle mura e torre d’avvistamento, ancora visibili, fece costruire, “da vivo “(incolumis) e all’interno della sua proprietà, un sepolcreto contenente 7 sarcofagi, di cui uno per un bambino.

Ma cosa c’entra Flavius Eusebius con S. Eusebio? Nulla, almeno in apparenza. S. Eusebio, dopo l’insediamento fu il primo vescovo della diocesi di Sutri (un borgo a circa quattro chilometri di distanza in linea d’aria dalla chiesa) citato nel sinodo di Papa Ilario [3] del 465, quindi un personaggio importante sia perché la diocesi di Sutri era molto vasta ma soprattutto perché, già in vita, era considerato “santo” dal popolo e veniva adorato in quanto protettore delle vocazioni sacerdotali.

E così, equivocando sul nome Flavius Eusebius, cominciarono dei pellegrinaggi sul luogo ritenuto dedicato a S. Eusebio per chiedere grazia. Un luogo frequentatissimo per secoli come dimostra anche il tesoretto di fiorini del giubileo di Papa Bonifacio VIII del 1300 ritrovato da Pietro Paolo durante le attività di scavo e restauro. A mano a mano parte della tomba pagana venne trasformata in una chiesa.

Finalmente Pietro Paolo prende una grande chiave, copia di quella antica forgiata a mano, e apre il portone.
La luce irrompe ed illumina la piccola chiesa a tre navate.

Aspettate ad entrare” dice Pietro Paolo. “Qui il sole fa una cosa particolarissima! Dividendo con una linea immaginaria la metà della chiesa e prolungandola all’infinito, si ha l’asse est-ovest. Un orientamento analogo a pressoché tutte le chiese romaniche. Ma in questo caso l’abside non è a est, come dovrebbe essere, ma al contrario. Così il sole, nel solstizio d’inverno, entrando nell’occhio tondo della facciata della chiesa, illumina l’affresco del Cristo realizzato anche con minuscole scaglie di argento, facendolo sfavillare. Un fenomeno conosciuto anche nell’antichità. Ed infatti in questo sito sono stati ritrovati anche i resti di un tempio dedicato Soranus, il dio sole degli etruschi.”

Questo luogo ha una storia davvero senza fine!
È il momento di entrare.

In fondo, dietro l’altare, sopra il presbiterio, un raggio di sole ravviva i colori di un bellissimo affresco: Madonna con il Bambino che si ritiene sia del XV secolo con ai lati la raffigurazione di S. Eusebio e S. Stefano. Il silenzio è rotto solo dal frusciare del vento sui rami delle querce che circondano la chiesa. Poi Pietro Paolo riprende il suo racconto.


Nella volta del presbiterio ecco i 53 graffiti che costituiscono il corpo di graffiti più grande in lingua onciale ad oggi studiato. Sono di grande importanza perché testimoniano proprio i primi pellegrinaggi di fedeli che chiedevano la grazia a quello che per loro era già Santo: ”Eusebio”. All’epoca in Italia, si parlavano diversi dialetti. Per questa ragione era difficile che da una zona all’altra le persone potessero capirsi. C’era la necessità di parlare una lingua riconosciuta da tutti. Così i monaci, che erano particolarmente eruditi, si inventarono l’onciale una lingua che traghetta i termini latini con i primi termini della lingua volgare già in uso, nota anche per l’originale scrittura con fioriture simili allo stile gotico.


Ma questi graffiti sono altresì testimonianza del passaggio da tomba di Flavius Eusebius a luogo di culto dedicato a Sant’ Eusebio. I graffiti sono infatti preghiere rivolte a Eusebius Abbas (vescovo) con tanto di firma e incisioni come “io Rainos peccator …chiedo a te Eusebius la salvezza della mia anima”. Dal punto di vista architettonico sono gli anni in cui viene abbattuta la parete frontale del sepolcreto pagano e costruita la navata centrale. Gli anni in cui inizia un pellegrinaggio ininterrotto per Eusebius Abba.  Poi, intorno al XIII secolo seguirà la costruzione delle due navate laterali.

La luce irrompe dalle piccole finestre a ridosso del tetto e illumina le colonne longobarde e i bellissimi capitelli tri-facciali ricchi si simbologia. Raccontano come probabilmente si muovevano i pellegrini durante le loro visite. Nella parte frontale sono rappresentate le foglie di acanto molle lanceolate, a destra il pavone e la pernice, a sinistra i serpenti rovesciati che sputano fiamme. Il pavone e la pernice sono simboli pagani mutuati nel cristianesimo. I romani mangiavano la carne del pavone perché frollava molto a lungo senza marcire. Di conseguenza i cristiani lo vedevano come simbolo dell’eternità, dell’immortalità. La pernice invece, per la sua caratteristica di essere monogama, è il simbolo della fedeltà. Il pellegrino quindi compiva due percorsi. Il primo intorno ai capitelli: man destra l’immortalità e la fedeltà, man sinistra i demoni, i serpenti rovesciati. Il secondo percorso, molto probabilmente, consisteva nel procedere in ginocchio sul pavimento che sale dall’ingresso fino all’altare.

Ancor più interessanti sono gli affreschi ancora conservati sulle pareti e realizzati tra l’XI ed il XVII secolo. Ci soffermiamo su quelli più significativi.

Il primo che Pietro Paolo ci illustra è una sinopia, un disegno preparatorio. Illuminate da una torcia a mano si vedono due aureole fuse a forma di cuore, due teste che si toccano con le labbra e si baciano, un braccio che prende la spalla dell’altro e l’altra figura che cinge i fianchi della prima in un abbraccio: è la rappresentazione più antica in affresco che si conosca della Visitatio Virginis, la visita della Madonna a Santa Elisabetta.

Sul lato sinistro è rappresentata l’Ultima Cena anch’essa con caratteristiche molto particolari.

Il tavolo a semicerchio non compare in altri dipinti occidentali dello stesso periodo. Per la prima volta gli apostoli sono posizionati a gruppi di due e tre. Giuda, più piccolo rispetto agli altri, è posto al di qua del tavolo senza l’aureola perché traditore e infine le coppe con i pesci sulla mensa, simbolo del Cristo, ma la cosa unica è il gesto degli apostoli. L’affresco rappresenta il Cristo che, il Giovedì Santo, conferisce il mandato sacerdotale agli apostoli, i quali, con le mani tese, lo ricevono e riconsacrano al contempo il pane divino.

Di grande interesse è l’affresco dell’albero di Jesse, l’albero genealogico di Gesù. È la più antica rappresentazione in affresco di queste dimensioni esistente ad oggi. Mancano purtroppo mancano diverse parti, come la raffigurazione di Iesse, capostipite della stirpe regale che da re Davide porta a Gesù, solitamente rappresentato dormiente, da cui ha origine l’albero che ha origine dalla profezia di Isaia… “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Isaia 11, 1-2). [4]

Molto raffinato infine l’affresco del Cristo benedicente tra quattro Santi: a sinistra San Giovanni Battista e San Paolo, a destra San Pietro e un santo monaco.

Osservo questi bellissime raffigurazioni in stile bizantino non potendo fare a meno di pensare a quelli a me tanto familiari che adornano le chiese in roccia della regione del Gheralta in Etiopia. Oltre al tratto pittorico trasmesso dai tanti missionari che viaggiarono nell’Etiopia cristiana, li accomuna l’atmosfera di isolamento, di silenzio, la forte spiritualità che trasmettono.

Ma questo sito ha tante altre storie da raccontare fin dal periodo neolitico… è un grande libro di storia antica di culture, tradizioni, di arte pittorica di grande fascino dove c’è ancora tanto da riportare alla luce.

In primis la tomba di Sant’Eusebio, che si ipotizza sia sepolto qui. Facilmente infatti sepolcreti romani dopo l’editto di Costantino sono divenuti, a mano a mano nel tempo, necropoli cristiane.  Ma è ora di andare.

Saluto Pietro Paolo che, oltre ad averci impartito una bella lezione di storia, con i suoi racconti e con il suo coinvolgente entusiasmo ha reso la visita particolarmente appassionante ed unica, facendoci scoprire una delle tante “magie” del nostro meraviglioso paese.


[1] Fonte: https://www.ultimacena.afom.it/ronciglione-vt-chiesa-di-santeusebio-con-ultima-cena/

[2] Laureato a pieni voti cum laude in architettura e restauro presso l’Università degli Studi La Sapienza di Roma, dottore di ricerca e docente, Pietro Paolo Lateano si divide tra la libera professione nel campo della conservazione e la docenza di restauro e consolidamento dei monumenti. È anche direttore del polo museale ed archeologico dell’antichissima città di Sutri

[3] (Sardegna, … – Roma, 29 febbraio 468) è stato il 46º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Fu papa dal 461 fino alla sua morte

[4] “Cos’è l’albero di Jesse o Iesse? Rappresenta una schematizzazione dell’albero genealogico di Gesù a partire da Jesse, padre del re Davide, il quale è di particolare importanza nelle tre religioni abramitiche, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. Modello da cui deriveranno le successive rappresentazioni degli alberi genealogici. Utilizzato nell’arte cristiana tra l’XI e il XV secolo”

Fonte: https://etrurianews.it/2023/04/11/ronciglione-borgo-dei-borghi-2023-il-sindaco-a-farci-vincere-la-chiesa-di-santeusebio/

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