Non è necessario avere vita lunga, ma è necessario approfittare dell’ora che Dio ci dà per fare il proprio dovere. Questa sentenza, che potrebbe essere scolpita sull’architrave della santità cristiana, non è un aforisma astratto né una massima edificante: è la chiave interpretativa di un’esistenza interamente consumata nell’amore, una vita breve quanto intensa, umile quanto luminosa
ITALIA. In essa vibra il cuore di Antonio Maria Pucci, sacerdote dei Servi di Maria, pastore feriale e santo quotidiano, che fece del tempo un’offerta e della fedeltà un’epopea silenziosa. Nato come Eustachio nell’alta Toscana dell’Ottocento, in una famiglia di contadini povera di beni ma ricca di fede, egli respirò fin dall’infanzia l’aria semplice e solenne del Vangelo vissuto.
Le sue prime inclinazioni non furono quelle dei giochi rumorosi o delle ambizioni terrene, ma un’attrazione quasi naturale verso la casa di Dio: aiutare il padre nel decoro della chiesa, servire all’altare, partecipare alle funzioni, nutrirsi dell’Eucaristia. In quel ragazzo che il mondo avrebbe voluto nei campi, Dio stava preparando un operaio per la sua vigna.
Quando la chiamata si fece chiara, Eustachio non esitò. Scelse un Ordine che porta nel nome il sigillo della tenerezza mariana: i Servi di Maria Santissima. In quel gesto c’era già tutto il suo futuro: la discrezione del servizio, la fedeltà senza clamore, l’amore filiale alla Madre addolorata, che avrebbe ispirato ogni sua opera.
Divenne sacerdote nel 1843 e assunse il nome di Antonio Maria, come a dichiarare che la sua identità sarebbe stata per sempre intrecciata al mistero di Cristo e alla dolce custodia di Maria. Pur giungendo a ricoprire incarichi di rilievo, fino a essere Definitore generale del suo Ordine, Antonio Maria non si lasciò mai sedurre dalle altezze dell’amministrazione o dagli onori della posizione. Il suo cuore batteva per la parrocchia, per il popolo concreto, per quella porzione di Chiesa affidatagli nella chiesa di Sant’Andrea in Viareggio, dove rimase per quarantotto anni, come una sentinella instancabile e un padre sempre presente.
Lì divenne semplicemente “il curatino”, titolo che egli portò con più gioia di qualsiasi dignità, perché in quella diminuzione si nascondeva la grandezza del Vangelo. Il suo sorriso era una predica continua, la sua porta sempre aperta un sacramento di accoglienza. Fu pastore prima che organizzatore, ma seppe essere anche straordinario tessitore di comunione ecclesiale.
Anticipando le forme mature dell’Azione cattolica, comprese che la Chiesa cresce quando i laici sono protagonisti responsabili della loro vocazione battesimale. Così, con sapienza evangelica, diede vita a confraternite e associazioni che abbracciavano ogni età e condizione: per i giovani la Compagnia di San Luigi e la Congregazione della Dottrina cristiana; per gli uomini la Compagnia di Maria Santissima Addolorata; per le donne la Congregazione delle Madri cristiane.
Nessuno restava ai margini, nessuno era dimenticato. La carità, per Antonio Maria, non fu mai delegata. Se c’era bisogno di aiuto, egli era il primo a “sporcarsi le mani”, a bussare alle porte dei poveri, a entrare nelle case ferite dalla miseria o dal dolore. Nulla tratteneva per sé: neppure i vestiti. La sua povertà non era ideologica, ma evangelica; non ostentata, ma lieta; non sterile, ma feconda. Eppure, in mezzo a giornate che sembravano non avere fine, non trascurava mai la sorgente da cui tutto sgorgava: la preghiera.
Spesso i fedeli lo sorprendevano assorto, rapito, come se il cielo si fosse improvvisamente aperto su di lui. La tradizione racconta che talvolta sembrasse sollevarsi da terra, camminare senza toccarla: segni che il popolo interpretava con stupore e affetto, esclamando: Pare un angelo!.E angelo egli fu davvero, soprattutto nell’ora della prova. Durante l’epidemia di colera del 1854, mentre la paura svuotava le strade e chiudeva i cuori, don Antonio Maria si fece presenza instancabile accanto agli ammalati. Non calcolò i rischi, non risparmiò le forze: la carità lo consumò lentamente, come una lampada che arde senza badare all’olio che si consuma.
Quell’esercizio eroico dell’amore fiaccò il suo corpo, fino a condurlo, anni dopo, a una polmonite fulminante che lo strappò alla vita terrena nel 1892. Ma la Chiesa, che sa riconoscere il profumo della santità, non lasciò che la sua memoria si spegnesse. Pio XII lo proclamò beato nel 1952, e Giovanni XXIII, il papa del Concilio e della bontà evangelica, lo iscrisse solennemente nel catalogo dei santi nel 1962. Così il “curatino” di Viareggio divenne maestro universale di una santità possibile, accessibile, feriale.
In Sant’Antonio Maria Pucci la Chiesa contempla una verità disarmante e potente: la santità non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel vivere in modo straordinario le cose ordinarie; non nel prolungare i giorni, ma nel redimerli; non nel cercare se stessi, ma nel donarsi fino alla fine. La sua vita proclama, senza clamore, che ogni ora può diventare eterna se abitata dall’amore, e che il dovere compiuto per Dio e per i fratelli è già anticipo di cielo. E così, ancora oggi, la sua voce silenziosa continua a insegnare alla Chiesa e al mondo che il tempo non ci è dato per possederlo, ma per offrirlo, e che l’unica misura della vita è la carità.
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