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Santa Elisabetta d’Ungheria

La vita della principessa che scelse la povertà francescana e divenne simbolo di carità e luce

ITALIA – La storia di Elisabetta d’Ungheria vibra come una corda tesa tra cielo e terra, e chi la sfiora non può che restare incantato dal suono che sprigiona. La sua vita sembra la pagina luminosa di un manoscritto medievale, dove oro e sangue, dolore e splendore, si intrecciano fino a diventare una sola cosa.

Figlia del re Andrea II d’Ungheria, giovanissima principessa predestinata ai fasti di corte, viene offerta in sposa al ventenne Luigi IV di Turingia quando ha appena quattordici anni. Il mondo attorno a lei si aspetterebbe una regina conforme ai codici del potere, ma dentro il suo cuore brilla un fuoco diverso, un’intelligenza spirituale che abbraccia il divino come un confidente.

Alla sua serva Isentrude confida parole che hanno il peso vellutato della verità più semplice: “Se io amo tanto una creatura mortale, quanto dovrei amare il Signore, immortale e padrone di tutto?”. E Isentrude, che la vede da vicino, ne custodisce la memoria come un segreto prezioso: “Si amavano di un amore meraviglioso, e s’incoraggiavano dolcemente nel lodare e servire Dio.”

Non un melenso sogno cavalleresco, ma una sintonia di anime che sembra persino troppo bella per questo mondo. La loro casa profuma di famiglia e sacralità. A quindici anni Elisabetta stringe al petto il primo figlio; a diciassette una figlia; a vent’anni un’altra bambina.

Una giovinezza che potrebbe essere un inno di vita, se non fosse che proprio venti giorni prima dell’ultima nascita, il destino recide il filo che la legava al suo amato Luigi. Lui muore a Otranto, colpito dal morbo mentre si prepara alla Crociata.

La sua morte spalanca crepacci nella corte, nelle alleanze, e soprattutto nel cuore di Elisabetta, che d’un tratto non è più la promessa regina, ma una giovane vedova, sospinta ai margini dal potere degli uomini. Le strappano i figli, la cacciano dal castello, la feriscono di un’ingiustizia che, a qualcun altro, avrebbe piegato l’anima.

In lei accade l’opposto. La ferita diventa porta. Il dolore si trasforma in chiamata. Affascinata dall’esempio di Francesco d’Assisi, spentosi poco prima, Elisabetta ascolta quella voce evangelica che le brucia dentro.

Diventa terziaria francescana, abbraccia la povertà volontaria con la dignità di chi ha scelto un trono più alto, quello della kenosi, dello svuotamento che lascia passare Dio. Con ciò che le rimane della dote costruisce un ospedale, poi un lebbrosario.

Non delega, non si limita ad osservare: serve, fascia, consola, si inginocchia davanti ai malati come davanti a un mistero più grande di lei. Non cerca alcuna forma di gloria, ma trasfigura la quotidianità con una luce che molti videro e nessuno dimenticò.

Il vescovo di Marburgo, che la seguì da vicino, testimonia qualcosa che sfiora l’incredibile: “Raramente ho visto una donna più contemplativa; ritornando nel luogo appartato dove andava a pregare, fu vista più volte col volto risplendente, e dai suoi occhi uscivano come due raggi di sole.”

Non metafora poetica, ma impressione viva, come se l’interno luminoso del suo spirito fosse arrivato a traboccare oltre la pelle.

Muore giovanissima, il 17 novembre 1231, consumata da un amore che non concede mezze misure. E quando Gregorio IX la proclama santa nel 1235, quattro anni appena dopo la morte, è come se il mondo si fosse affrettato a riconoscere in lei qualcosa di troppo immenso per restare nell’ombra.

Da allora, Elisabetta diventa faro e modello per le donne di Germania, per le anime che sentono il richiamo di un servizio che non umilia ma innalza. Il suo nome attraversa i secoli fino alle Elisabettine, fondate dalla beata Elisabetta Vendramini, custodi della sua eredità di dolcezza ardente.

La sua vita non è un racconto edificante, ma un’epopea spirituale che continua a palpitare. Leggerla significa lasciarsi catturare da una forza che non assomiglia a nulla di mondano, una bellezza che stordisce come un vento improvviso.

Ed è proprio in quella bellezza che il lettore trova il sigillo di un destino che non passa: l’amore, quando è vero, non si consuma, ma divampa.

Mons. Luigi Mistò, presidente della Fondazione Spe Salvi facti sumus. La Fondazione è iscritta al Registro del 5 per mille: puoi sostenerne le attività indicando il C.F. 96612120582.

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