“O mio Signore e mio Dio, allontana da me tutto ciò che mi allontana da Te; o mio Signore e mio Dio, elargiscimi tutto ciò che mi conduce più vicino a Te; o mio Signore e mio Dio, liberami da me stesso e concedimi di possedere soltanto Te”.
Così prega l’uomo che il mondo avrebbe potuto ignorare e che invece la Provvidenza ha innalzato come una colonna invisibile nella storia degli uomini, perché vi sono esistenze che non fanno rumore e tuttavia sostengono il peso dei secoli, vite nascoste che, proprio perché consumate nel segreto, diventano sorgenti di luce per intere nazioni.
Nella rude semplicità della Obvaldo, tra montagne severe e campi lavorati con fatica, nasce colui che sarà chiamato Bruder Klaus, un contadino senza lettere, privo di quella cultura che il mondo ritiene necessaria per parlare di Dio, eppure destinato a divenire maestro di anime e consigliere dei potenti, perché vi è una sapienza che non si apprende nei libri ma si scolpisce nel cuore attraverso la fedeltà, il sacrificio e il silenzio.
Egli cresce come uomo tra gli uomini, prende parte alle guerre della Confederazione Svizzera contro gli Asburgo, conosce la durezza delle armi, la disciplina del comando, il peso della responsabilità. E tuttavia, mentre il mondo lo chiama alle sue battaglie, un’altra voce più profonda scava dentro di lui, una voce che non grida ma insiste, che non costringe ma attira, che egli stesso descriverà come «la lima che purifica e il pungolo che stimola», quasi un lavorio incessante della grazia che leviga l’anima fino a renderla docile alla volontà divina.
Rientrato alla vita domestica, sposa Dorotea, genera dieci figli, costruisce una famiglia che è insieme focolare e croce, e sembra che il suo destino sia ormai compiuto nella misura ordinaria della vita; ma Dio non si accontenta delle apparenze e, quando chiama, chiama tutto l’uomo, senza residui, senza compromessi, senza ritorni.
Dopo anni di lotta interiore, Nicola chiede tre grazie, che non sono richieste leggere ma vertiginose: il consenso dei suoi cari, la forza di non voltarsi indietro, la possibilità di vivere sostenuto soltanto da Dio. E quando queste grazie gli sono concesse, egli compie ciò che agli occhi del mondo appare incomprensibile e quasi scandaloso: lascia tutto. Lascia la casa, lascia i figli, lascia la sicurezza, e si inoltra verso un deserto che non è lontano nello spazio ma radicale nell’anima, perché il vero eremo non è quello delle montagne ma quello del cuore che si spoglia di tutto per essere riempito soltanto da Dio.
Così giunge a Ranft, luogo aspro e solitario, dove costruisce una cella poverissima, fatta di legno e di silenzio, che diventerà la sua dimora e il suo altare: lì vive per vent’anni. Venti anni in cui il tempo sembra sospeso, in cui il mondo passa e lui resta, in cui la sua esistenza si riduce all’essenziale: la preghiera, la contemplazione, l’Eucaristia; e la tradizione, stupita e quasi incredula, tramanda che egli si nutrisse soltanto del Corpo di Cristo, come se la grazia avesse preso il posto della materia, come se Dio stesso fosse divenuto il suo unico sostentamento.
Ma il silenzio non lo isola, lo rende fecondo, perché gli uomini, assetati di verità, cominciano a cercarlo, salgono fino alla sua cella, bussano alla sua povertà, interrogano il suo silenzio, e trovano un uomo che non parla da dotto ma da testimone, che non argomenta ma illumina, che non impone ma orienta; e nelle sue parole semplici, nate da un cuore abitato da Dio, riconoscono una sapienza più alta di qualsiasi dottrina.
“In tutte le cose la misericordia vale più della giustizia”, dice, e in questa frase, così breve e così abissale, è racchiusa una teologia intera, perché la giustizia misura, ma la misericordia salva; la giustizia pesa, ma la misericordia redime; la giustizia divide, ma la misericordia ricompone.
E così, colui che ha lasciato il mondo viene richiamato dal mondo stesso, non per possederlo ma per servirlo. Quando la Svizzera è sull’orlo di una guerra fratricida, quando i cantoni sono pronti a lacerarsi, quando l’unità sembra dissolversi sotto il peso degli interessi e delle rivalità, è proprio quell’uomo nascosto a diventare voce decisiva, luce nelle tenebre, strumento di pace. Alla Dieta di Stans il suo consiglio, giunto come un soffio ma accolto come un comando, evita lo scontro e salva la nazione.
Ecco il paradosso della santità: chi fugge il mondo finisce per reggerlo, chi tace diventa ascoltato, chi si spoglia di tutto diventa ricchezza per tutti.
Nicola ritorna poi al suo eremo, perché la sua missione non è quella di governare visibilmente ma di sostenere invisibilmente, non di dominare ma di intercedere, non di apparire ma di essere, e lì consuma gli ultimi anni come una lampada accesa davanti a Dio, finché, nel giorno del suo settantesimo compleanno, nel 1487, la sua anima, ormai completamente purificata, ritorna a Colui che aveva cercato sopra ogni cosa.
E la Chiesa, riconoscendo in quella vita nascosta un’opera straordinaria della grazia, lo eleverà agli altari per mano di Pio XII, proclamando al mondo che la santità non è privilegio dei grandi, ma destino di chiunque abbia il coraggio di perdere tutto per trovare l’Unico necessario.
Perché, in verità, l’uomo non si salva aggiungendo, ma sottraendo; non accumulando, ma offrendo; non trattenendo, ma consegnandosi. E solo quando l’anima, liberata da sé stessa, può dire con verità: “Non ho più nulla”, allora Dio risponde: “Ora ho tutto di te”.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

