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San Martino de Porres, il frate della carità universale

3 minuti di lettura

Figlio di due mondi, servo umile e fratello di tutti: la vita di San Martino de Porres, il santo della scopa che trasformò il servizio in Vangelo vissuto

ITALIA – Nel grande respiro del Nuovo Mondo, quando le caravelle solcavano gli oceani portando uomini e sogni verso le Indie Occidentali, la Provvidenza volle che, tra le sabbie del Perù, sorgesse un’anima destinata a riflettere la tenerezza stessa del Cristo servo.

Il suo nome era Martino de Porres Velázquez, nato a Lima il 9 dicembre 1579, figlio di un cavaliere spagnolo e di una donna nera libera. Un’unione che il mondo del tempo chiamava “irregolare”, ma che il cielo aveva già benedetto con il sigillo della grazia.

Il piccolo Martino cresceva tra le strade polverose di Malambo, dove la povertà non toglieva la dignità ma la temprava come oro nel fuoco. Lì imparò la compassione per gli ultimi e la scienza delle erbe che curano, non come rimedi soltanto del corpo, ma come carezze della carità.

Quando chiese di entrare tra i Domenicani di Lima, gli fu detto che non poteva essere frate, perché “figlio di sangue misto”. Gli concessero allora di servire come “donato”, semplice inserviente. Egli prese la scopa, e con la scopa evangelizzò il mondo.

Ogni passo, ogni gesto, ogni sorriso fu un Vangelo vissuto. Il chiostro divenne il suo pulpito, la povertà la sua teologia, il servizio la sua liturgia.

Martino guariva i corpi con le mani e le anime con la luce. Non studiò medicina nei libri, ma nel dolore dei poveri. Diceva: “La vera clinica è il cuore che sa ascoltare.”

Quando la fame devastava il convento, si offrì di essere venduto come schiavo pur di procurare ai suoi confratelli il necessario. E il priore, commosso, lo fermò con lacrime agli occhi: “Sarà Dio, fratello Martino, a risolvere ogni cosa”.

Innumerevoli i prodigi attribuiti alla sua bontà: malati guariti, affamati nutriti, uomini disperati riconciliati con la vita. Si narrava che camminasse attraverso le porte chiuse, che fosse visto in più luoghi nello stesso momento, che facesse mangiare insieme cane, gatto e topo.

“Quando c’è pace nel cuore, anche la natura depone le armi”, rispondeva sorridendo.

Fra Martino comprese, secoli prima del nostro tempo, che la malattia dell’uomo è la solitudine. Perciò curava con parole che erano balsamo e con silenzi che erano preghiera.

Ai poveri donava abiti e cibo, ma soprattutto la certezza di non essere dimenticati da Dio. Quando qualcuno gli diceva “Grazie per avermi guarito”, egli replicava: “Io ti guarisco, ma Dio ti salva.”

E quando i superiori lo rimproverarono per aver accolto nella sua cella un ferito, rispose con parole che resteranno scolpite nella storia della Chiesa: “Padre, è vero, non ho ubbidito al precetto. Ma dinanzi alla carità, anche l’obbedienza deve inginocchiarsi”.

Consumò la vita tra il silenzio e la fatica, nella penombra di un convento che divenne santuario. Colpito da febbre quartana, rese l’anima a Dio il 3 novembre 1639.

Al momento della sua morte, tutte le campane di Lima suonarono da sole, e dal palazzo del viceré alle capanne degli schiavi si levò un solo pianto, un solo nome: “Martino della Carità!”.

Il suo corpo povero fu avvolto in un saio rattoppato, ma la città intera si inginocchiò davanti a quel saio come dinanzi a una reliquia vivente.

Tre secoli dopo, il 6 maggio 1962, San Giovanni XXIII lo proclamò Patrono della Giustizia Sociale, dicendo: “Egli fu figlio di due mondi, ma fratello di tutti; anticipò nel suo tempo la civiltà dell’amore che il Vangelo promette”.

Così visse e morì Martino de Porres, il santo della scopa, il servo dei servi di Dio. Nacque tra le ombre del disprezzo e divenne il lampo della misericordia, testimone di un Vangelo che non separa ma abbraccia.

E oggi, ancora, la sua voce sembra sussurrare ai cuori degli uomini: “Non cercate di essere grandi: cercate di essere buoni.” “Chi serve con amore, regna senza corona.” “La santità non è il privilegio dei puri, ma il compito dei semplici.” “Dove c’è un povero che attende, là c’è Dio che chiama.” “Non basta parlare di Dio: occorre dare Dio.”

E quando, nell’ora del tramonto, il mondo chiederà chi fu davvero Martino, la risposta non verrà dai libri, ma dalle lacrime di chi fu amato da lui.

Perché i santi non lasciano statue: lasciano luce. E la sua – umile, dorata, eterna – ancora brilla nei chiostri del mondo come una carezza di Dio sulla polvere della terra.

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