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San Giosafat Kuncewycz

San Giosafat Kuncewycz, monaco, vescovo e martire, testimone di unità tra Oriente e Occidente: la sua vita fu ponte di pace e riconciliazione

ITALIA – Nel cuore dell’antica Rutenia, terra di confine e di incontri, nacque intorno al 1580 Giovanni Kuncewycz, da una nobile famiglia ucraina di fede cristiana ortodossa. In un tempo di tensioni religiose e fermenti politici, Dio volle trarre da quella regione travagliata un testimone di pace e un profeta dell’unità.

Fin dalla fanciullezza, il giovane Giovanni mostrò una mente acuta e un’anima incline alla contemplazione. I genitori lo educarono secondo la tradizione bizantina, immerso nel canto liturgico e nella venerazione delle icone, dove la bellezza diventa finestra sull’invisibile.

Crescendo, il padre lo inviò a Vilna, la splendida città lituana crocevia di culture, perché apprendesse l’arte del commercio. Ma tra i libri di contabilità e le strade gremite di mercanti, Giovanni scoprì un altro commercio: quello delle anime con Dio. Studiava con passione non solo le lettere e le lingue, ma soprattutto i Padri della Chiesa, trovando nei loro scritti la fiamma viva di un cristianesimo indiviso.

In loro riconobbe la chiave del mistero: l’unità della Chiesa non è un compromesso umano, ma un ritorno all’amore originario. Erano anni decisivi. Dopo il Concilio di Brest (1596), gran parte della gerarchia ortodossa di Kyiv aveva proclamato la comunione con Roma, mantenendo però intatto il rito bizantino. Ma quella decisione lacerò il popolo, dividendo comunità, famiglie e monasteri.

Giovanni, testimone di quel dramma, comprese che la vera risposta non era la polemica, ma la santità. Nel 1604, a soli ventiquattro anni, entrò nel Monastero della Santissima Trinità di Vilna, abbracciando la vita monastica basiliana e prendendo il nome di Giosafat, in memoria del re biblico che aveva difeso la fede con purezza e coraggio.

Nel silenzio del chiostro, tra preghiera e studio, Giosafat trovò la forma della sua anima. Scoprì che la fedeltà al proprio rito e la comunione con Roma non si oppongono, ma si compiono a vicenda. Nelle notti di veglia, mentre le lampade ardevano dinanzi alle icone, maturò in lui la convinzione che l’unità dei cristiani non è conquista diplomatica, ma frutto del sacrificio e della carità.

Nel 1609 venne ordinato sacerdote. Da allora, la sua parola si fece fiamma. Predicava con un’intensità che toccava i cuori, spiegando con limpida dottrina il mistero della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

La sua voce univa la potenza del profeta e la tenerezza del pastore. Fu nominato presto archimandrita di Vilna, e la sua fama di sapienza e santità si diffuse in tutta la regione. Ma ciò che più colpiva chi lo incontrava non era la dottrina, bensì la vita.

Giosafat viveva povero tra i poveri, austero con sé e misericordioso con gli altri. Tutto ciò che riceveva lo donava ai bisognosi, ricordando che “la mensa del vescovo appartiene prima ai poveri che al prelato”.

Le sue giornate erano scandite dal ritmo liturgico bizantino, la sua preghiera divenne un ponte tra due mondi: l’Oriente e l’Occidente cristiano.

Il 12 novembre 1617, il Metropolita Velamin Rutsky, riconoscendo in lui la luce dello Spirito, lo consacrò vescovo coadiutore di Polotzk. Dopo la morte del vescovo anziano, Giosafat ne divenne il successore, assumendo la guida di una diocesi vasta e lacerata dalle discordie.

Egli la governò non con la forza dell’autorità, ma con la dolcezza della carità. Ogni anno convocava un sinodo per incontrare i suoi sacerdoti, ascoltare le necessità delle parrocchie e rinsaldare la comunione ecclesiale. Visitava personalmente ogni villaggio, portando conforto ai poveri e correzione fraterna ai chierici.

La sua parola, ferma ma sempre mite, ridestava nei cuori il desiderio della verità. In mezzo alle tensioni tra le comunità fedeli a Roma e quelle rimaste nell’Ortodossia, Giosafat non fu mai uomo di partito, ma padre di tutti, persuaso che la divisione tra i cristiani fosse la più dolorosa delle ferite nel corpo di Cristo.

Il suo episcopato fu un laboratorio di unità: fece restaurare chiese, istituì scuole, difese la dignità dei monaci basiliani e curò la formazione dei giovani sacerdoti. Soprattutto, insegnò che la fedeltà al Vangelo passa attraverso l’obbedienza al Papa e la custodia delle proprie radici spirituali orientali.

Ma la luce, quando brilla troppo, acceca chi ama le tenebre. Le sue opere suscitarono invidie e ostilità tra coloro che vedevano nell’unità con Roma un tradimento.

Le tensioni crebbero fino al 1623, quando Giosafat si recò in visita pastorale a Vitebsk. Lì, la folla, sobillata da alcuni fanatici, assalì la sua residenza episcopale. Vedendo i suoi servi feriti e uccisi, il vescovo non fuggì. Si presentò agli aggressori con il volto sereno e disse: “Figlioli, perché colpite quelli della mia casa? Se avete qualcosa contro di me, eccomi qua”.

Furono le sue ultime parole. Venne colpito a morte, e il suo corpo, gettato nel fiume Dzwina, sembrò scomparire. Ma come il grano seminato nella terra, anche quel corpo fu principio di fecondità. Alcuni dei suoi stessi assassini, colpiti dalla sua mansuetudine, si convertirono.

La notizia della sua morte scosse profondamente il popolo. I miracoli si moltiplicarono. Da ogni parte si levarono preghiere e canti, e il nome di Giosafat divenne sinonimo di unità, pace e riconciliazione.

Nel 1643 Papa Urbano VIII lo proclamò Beato, e nel 1867, in occasione del diciottesimo centenario del martirio degli apostoli Pietro e Paolo, Pio IX lo canonizzò come martire dell’unità della Chiesa.

Il suo corpo, ritrovato incorrotto, fu custodito con venerazione dai monaci basiliani. Dopo varie vicende storiche, nel 1963 fu traslato a Roma, dove San Giovanni XXIII volle che riposasse nella Basilica di San Pietro, sotto l’altare dedicato a San Basilio Magno, quasi a sigillo della comunione fra i due riti.

San Giosafat Kuncewycz è oggi venerato come patrono dell’unità tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente. La sua vita fu un ponte di amore gettato sopra l’abisso delle divisioni.

Fu monaco, vescovo e martire: ma soprattutto testimone di Cristo nella carità. In lui si compì la parola evangelica: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

Il suo sangue versato non fu sconfitta, ma seme di riconciliazione. Ancora oggi, nel silenzio delle liturgie bizantine, il suo nome è invocato come memoria vivente di quella Chiesa che parla con due polmoni – greco e latino – respirando un unico Spirito.

Così, nella luce dell’altare di San Pietro, accanto al suo maestro spirituale San Basilio, San Giosafat continua a intercedere perché l’amore torni a essere il linguaggio universale della fede.

Mons. Luigi Mistò, presidente della Fondazione Spe Salvi facti sumus. La Fondazione è iscritta al Registro del 5 per mille: puoi sostenerne le attività indicando il C.F. 96612120582.

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