A 80 anni dal suo rientro dopo due anni di prigionia, il Comune restituisce memoria alla vicenda di uno dei tanti giovani rimasti in silenzio dopo la guerra
SAN BIAGIO DI CALLALTA (TV) – Ottant’anni fa, il 6 agosto 1945, un giovane soldato tornava a casa dopo due anni di prigionia. Si chiamava Gino Lorenzon, aveva 27 anni, ed era uno dei tanti militari italiani deportati nei campi di concentramento tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
Telefonista del 4° Reggimento Artiglieria dell’Esercito, Lorenzon fu catturato a Spalato, in Jugoslavia, e deportato nello Stalag XVII A, vicino a Vienna. Qui visse due anni di gelo, fame e solitudine, fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa. Rientrò in Italia proprio il 6 agosto, passando per il centro di accoglienza e interrogazione reduci e prigionieri di Treviso, prima di varcare la soglia di casa, in silenzio.
Come molti della sua generazione, Gino non raccontò mai davvero quanto vissuto. La sua fu una memoria trattenuta, custodita nell’intimità del quotidiano. A distanza di decenni, è stato il figlio Paolo a raccogliere le tracce di quel passato, dando voce a una storia che rischiava di perdersi. Attraverso ricerche presso l’Archivio di Stato, ha ricostruito con pazienza il percorso del padre, ritrovando documenti ufficiali, corrispondenze, lettere della moglie Luigia e una toccante richiesta in cui Gino chiedeva con discrezione il materiale necessario per affrontare la vita nel campo.
Grazie a questo impegno, oggi il nome di Gino Lorenzon è inciso nella stele commemorativa degli internati di guerra di San Biagio di Callalta. E proprio nel giorno esatto del suo ritorno, il Comune ha voluto ricordarlo con un atto di memoria pubblica.
«Leggere quelle carte significa ridare vita a una storia rimasta troppo a lungo nel silenzio», dichiarano il sindaco Valentina Pillon e l’assessore alla cultura Elena Pagotto. «Gino Lorenzon rappresenta tanti giovani che pagarono un prezzo altissimo alla guerra. Ricordarlo oggi, ottant’anni dopo, è un gesto di gratitudine e di consapevolezza. Perché il mondo, purtroppo, non ha ancora imparato abbastanza da quelle ferite».
Il 6 agosto è anche la data in cui, nel 1945, venne sganciata la bomba atomica su Hiroshima. Mentre il mondo affrontava uno dei giorni più bui della storia, in un piccolo paese del Veneto un giovane faceva ritorno a casa. Una coincidenza che unisce tragedia e speranza, e che oggi invita a non dimenticare.
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