Carla Simón gira magistralmente una storia intensa dove i ricordi e il mare infrangono scogli e radici
Romería, ovvero, processione, pellegrinaggio e nel suo terzo lungometraggio la Simón centra magistralmente l’obiettivo, arrivando a lambire quella maturità che potrebbe arrivare proprio girovagando in questo mare dei ricordi. Marina, l’interprete principale della storia, che attinge a linee autobiografiche della regista, parte alla ricerca dei suoi genitori biologici, per una certificazione richiesta onde ottenere il visto di una borsa di studio. E qui i luoghi dove mamma e papà si sono amati, ammantati dalla tossicodipendenza, la fanno da padrone, come il mare e gli anni 80, a Vigo in Spagna. La storia, una sciarada sentimentale gioca la sua credibilità sull’andirivieni tra passato e futuro e la macchina da presa della regista riesce a oltrepassare ogni volta gli orizzonti temporali con disinvoltura, intenta a cogliere le grandi sfumature familiari, frammentando le epoche. Tra zii, nonni, cugini e genitori. Con la barca, che assume un valore simbolico, fatto di libertà e sincerità. Ma il vero frontespizio, il documento accademico del film è il linguaggio, sempre alla ricerca di quella verità, che cercherà di arrivare pur con tutti i sospiri della frenesia del passato che sembra sopito ma contiene segreti e confessioni. Romería, il sostantivo femminile che non subito si riesce a cogliere, partendo dal suo accento, ma che alla fine svela e rivela tutto generosamente.
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