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Rogoredo, tra illusioni e spettri

Dopo il conflitto a fuoco nei pressi del parco di Rogoredo a Milano emergono interrogativi mai sopiti che dovrebbero meritare il giusto approfondimento

Ma andiamo per ordine, quando parliamo di Rogoredo intendiamo un quartiere situato nella zona sud-est della città, quartiere periferico sì, ma caratterizzato dalla presenza della stazione metropolitana, con la storia dell’ex area Redaelli. Il suo nome deriva dal termine latino tardo-medievale robur, che sta a significare “il bosco di roveri”. E da almeno una decina d’anni al centro dell’attenzione per il boschetto della droga, autentico crocevia dove le ferite dell’uomo si vedono e si concentrano in un luogo che fa male. Sempre in procinto di essere liberato, bonificato ma ancora frequentato e documentato, ma infine tutt’altro che scevro. E qui non muore solo una parte di generazione perduta, che si illude di vivere con lo stupefacente ma anche chi non è stato in grado di comprendere e combattere con le politiche sociali. La questione è annosa, sociale e a volte impraticabile ma la posta in gioco è alta e si chiama vita. Ci troviamo al cospetto di una condizione umana di grande sofferenza e la droga lo è sempre stata, ma anche di una macchia impressionante di ragazzi invisibili, che calpestano la loro vita in un boschetto con una missione quotidiana costante e assoluta che ha solo un nome, dose. Pronti a tutto, anche a raccontare a se stessi che “è l’ultima volta, domani smetto“. E allora ecco che torna la grande illusione, di poterci convivere con la condizione, maneggiarla con cura, ma consapevoli di essere totalmente manipolati. Fino a quando nessuno è in grado di affermarlo. Anche quando la morte è arrivata e come un incubo vaga maliarda e incurante, sprezzante di tutto. Irriguardosa di chi cerca ogni giorno di allontanarla, combatterla. E sono in molti.

@Photo Credit by Wikipedia

Zero Biscuit di Mauro Lama

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