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Ritrovare il presente: affrontare la paura e l’incertezza di una diagnosi

Affrontare una diagnosi infausta richiede forza e lucidità. Imparare a vivere nel presente può aiutare a trasformare la paura in consapevolezza e a trovare serenità nell’incertezza

Quando arriva il sospetto di una diagnosi infausta, già lì dovremmo approfittare dell’occasione per stare ancorati nel presente. Infatti la paura (anche se umanamente comprensibile) è data dal fatto che viviamo in un futuro che in realtà ancora non esiste.

Viviamo di supposizioni. Per quello che ne sappiamo, al momento stiamo bene. E viviamoci questo benessere. Quando avremo la diagnosi ci penseremo. So che sembra difficile ma, come tutte le cose, quando si fanno e si sanno, diventano facili.
Perché, se l’allarme rientra, ci siamo vissuti quei giorni malissimo per niente. E se non dovesse rientrare, almeno abbiamo vissuto bene un altro po’ di giorni.

Quando c’è la diagnosi, anche là si va fuori tempo, in un futuro che ancora non esiste. Non siamo abituati a vivere istante dopo istante. Siamo “viaggiatori nel tempo”: o ancorati a un passato che non esiste più, se non nei ricordi, o in un futuro che non esiste ancora e, così facendo, ci perdiamo il presente, la vita. Che una volta persa, nessuno ce la dà più.
Perciò è fondamentale vivere il presente, con i progetti, con i ricordi e le esperienze fatte che ci guidano per sapere come andare avanti.

Quando c’è la diagnosi non bisogna cadere nella trappola “ma perché proprio a me?”. Non bisogna cadere nel vittimismo: è vero che è una botta quella che è arrivata, ma per affrontarla a testa alta, è la scelta peggiore quella di farsi vittima, di chiudersi, di isolarsi. Ma anche quella di fare il finto eroe che combatte. Non c’è niente da combattere, c’è da conoscere. Da sapere. Lo so che la prima cosa che vuole sapere è perché è successo. Ma, se anche uno si pone questa domanda, si accorge che non ha la risposta.

Ovviamente sto parlando dal punto di vista psicologico. Perciò perché continuare a farsi la stessa domanda a cui non c’è risposta e non magari provare a cambiare domanda? Il fatto che magari al momento, potrebbe non venire un’altra domanda, questo non autorizza e non giustifica il continuare a darsi noia ripetendo all’infinito la stessa cosa.

Le cellule tumorali rassomigliano a quelle embrionali, la differenza è che queste ultime hanno il fine di trasformarsi in un feto, le prime sono fini a sé stesse. Che voglia dire qualcosa dal punto di vista simbolico? Voglia di rinascere? Nel senso che magari è arrivato il momento di evolversi interiormente? Certo che questa è una provocazione, ma come tale, magari non è da sottovalutare. Perché non cambiare punto di vista, prospettiva? Male non fa.”

Elena Santomartino – Psicologa

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