Site icon Il Nuovo Terraglio

Ragazzi crudeli

La violenza giovanile non è un fenomeno nuovo: tra storia e psicologia, riflessioni su crudeltà, educazione e il difficile cammino verso la pace

ITALIA – Oggi si parla molto di pace, in un mondo reale in cui domina la guerra. Ci meravigliamo della crudeltà, come se non sia mai esistita. Chiediamo punizioni esemplari e carcerazioni per chi delinque. Eppure, ciò che avviene oggi c’è sempre stato. La pace diventa un sogno, un miraggio irraggiungibile.

L’assenza di delitti e conflitti, piccoli o grandi tra gli individui, viene vista come la normalità in una convivenza cosiddetta civile. Ma tutto questo, nonostante lo sviluppo e i progressi della civiltà, persiste e ci preoccupa. Se dei ragazzi, adolescenti o poco più, ribaltano tutto solo per il gusto di offendere e distruggere, ci solleva indignati.

La gente dice di aver paura di uscire per strada per le bande organizzate di ragazzi che rapinano, devastano e minacciano prendendosela con chiunque, non solo i più deboli, ma anche contro le stesse forze dell’ordine. Non temono nulla, sfidano il potere con prepotenza e indifferenza rispetto a chi vuole essere lasciato in pace oppure soltanto non la pensa come loro. Ciò che ci deve meravigliare è la nostra stessa meraviglia, ciò che ci deve preoccupare è la nostra stessa paura.

L’episodio di crudeltà inaudita che, in questi giorni, si è verificato riguarda un gruppo di ragazzini che hanno infierito per ore nei confronti di un ragazzo disabile, che li riteneva amici e affidabili. Il sadismo, insegna la psicologia dello sviluppo, costituisce una fase dello sviluppo della persona. Sembra una fase necessaria al formarsi dell’identità e dell’individuazione.

La vitalità prorompe attraverso la sua distruttività, che è insita nella vita stessa in quanto lotta e dinamica. Contrapposizione di forze antagoniste in cui una deve prevalere su un’altra. Una pace impossibile dunque, che neanche il Vangelo ci promette – “Sono venuto a portare non pace, ma spada – Matteo, 10:34”.

Besprizornye è il nome che negli anni della Rivoluzione Russa tra il 1917 e il 1935 era dato a dei ragazzi di età tra i 6 e i 16 anni, maschi e femmine, che si aggiravano in bande organizzate per le città e le campagne devastate dalla guerra civile, in cerca di cibo e di altri generi di conforto. Erano spietati, senza alcuna remora etica. Rubavano, rapinavano e uccidevano sia per necessità di sopravvivenza che per gusto.

Erano bambini abbandonati, resi orfani dalla guerra, che si sostenevano a vicenda, vestiti di stracci e sporchi, armati di coltelli e bastoni. Scrittori e giornalisti dell’epoca avevano descritto e denunciato il fenomeno. Una vera vergogna rispetto alle promesse del bolscevismo. Una catastrofe degradante. Si disse che erano circa sette milioni di bambini in queste miserevoli condizioni di abbandono e di violenza.

Dapprima furono catturati e reclusi, ma la violenza su di loro divenne ancora peggiore dell’abbandono. Molti scapparono da questi istituti per continuare a imperversare nelle strade, ancora più rabbiosi e violenti. Pare che la guerra di Stalin fosse la soluzione. Furono reclutati come soldati e per la loro spietata indifferenza e incuranza del pericolo senza pari, molti morirono, altri furono acclamati come eroi. Si disse, con un paradosso, che la guerra aveva permesso a Stalin di risolvere il problema.

Violenti perché soli e abbandonati, questi besprizornye! Quello che ho raccontato ci può aiutare a comprendere il fenomeno della crudeltà giovanile. Non è solo un problema di sadismo evolutivo, è soprattutto una questione di strumenti educativi che spesso vengono a mancare.

Compito della società è non punire, ma correggere, riparare, dirigere. Gli esseri umani non necessariamente sono fatti per la guerra. La guerra si può evitare. Anche se fosse inevitabile, può essere governata e condizionata da uno spirito comune agli umani, che si basa sulla buona volontà di progredire e prosperare.

Viene spesso citato l’antico detto latino si vis pacem para bellum. Non è banalmente ovvio, ma profondo. Significa che sapere che il conflitto e le contraddizioni sono parte della nostra umana natura, dobbiamo essere preparati ad affrontare questa realistica eventualità. Essere preparati, perché la guerra che è in noi possa aiutarci a comprenderne il non senso e ci consenta così di prevenirla.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

Exit mobile version