L’estate è stagione di dei, semi dei, eroi, martiri e santi. Sono i nomi che diamo ai giorni, alle foglie, ai fiori. Celebriamo gli avvenimenti della grande storia e della piccola storia, anniversari e compleanni. Perchè l’estate è per gli esseri umani la fine dell’inverno, soprattutto dove la primavera è breve e incerta. Per due mesi o poco più la luce esplode e fa rivivere ciò che sembrava finito per sempre. Gli amori d’estate portano i frutti in primavera, e nascono così i concepiti in estate, intrepidi e tenaci arieti.
Quell’estate all’uscita della facoltà di chimica incrociai per l’ultima volta lei che ancora amavo. Mi guardò con aria altera, aveva preso un voto all’esame migliore del mio e le brillavano gli occhi di gioia. Non mi fermai né le dissi qualche cosa come un complimento. La rimozione del dolore stava compiendo la sua ultima buona azione.
Dopo di allora tutto era stato rimosso, la mia illusione come il mio dolore. Grande cosa è la rimozione che gli psicologi chiamano difesa da smantellare per elaborare ciò che non è elaborabile. Perché dietro il dolore non c’è altro che dolore. E più scavi e più rimuovi quella terra dura che ha cercato di seppellire ciò che era stato e il suo dolore, e non fai altro che trovare altro dolore, senza più lacrime, che non ricordi. Le paure, le inquietudini, i malesseri fisici, le notti insonni e gli abbattimenti di ogni tipo, dal rincrescimento alla tristezza, alla voglia di non vivere sono i segnali di quel dolore che è stato rimosso e si è inciso sul corpo come un tatuaggio che non ti lascerà mai più.
Ma quel giorno iniziato nell’indifferenza portava anche me verso qualcosa, l’ultimo esame. Entrai nell’aula di chimica, estraniato per quell’insensato incontro e mi sedetti ai primi posti, c’erano pochi studenti pronti per l’esame, forse una decina, perché di solito quegli esami difficili si fanno nelle sessioni autunnali o invernali, chi si presenta a giugno o è molto preparato o è molto incosciente, oppure come me, non aveva paura e seppure insicuro nella vita, negli esami davo il meglio di me.
La recita della parte del bravo e preparato la sapevo portare avanti spontaneamente e a nessun professore venne mai il sospetto che la mia sicumera era solo apparenza, di sostanzioso c’era poco a parte alcune letture memorizzate in fretta e straordinariamente fissate per poche ore. Tanto bastava a chiudere l’esame rapidamente e con l’immeritato successo.
Entrò il professore con accanto il suo fedele “Tigellino”. Uomo il professore ancora dall’apparenza giovanile, non burbero, gentile e facile da abbindolare con una buona sortita. Il voto alto era assicurato, e non solo per me.
“cari signori per voi oggi è l’ultimo esame, anche per me è l’ultimo giorno di insegnamento. Quando uscirete di qui, avrete il sollievo di chi finisce una guerra e abbraccerete chi amate, o forse nessuno, comunque andrete a dormire felici. A me questo non è dato, torno a casa con molto amarezza. Per voi la guerra è finita, per me ora inizia davvero ed è quella in cui io sarò naturalmente perdente. I giorni che restano sono molti di meno di quelli vissuti, questo è matematica, e da qui non si scappa. Ma non è di questo che voglio parlare.
Vorrei raccontarvi della mia vita, eccome ne avrei bisogno, ma per voi sarebbe solo noioso e patetico. Non chiedo comprensione, ma solo un po’ di ascolto. Appena qualche minuto perché è la mia ultima occasione di essere ascoltato.
Voglio che prestiate attenzione a questo teorema. Suona così: il prima è ora – il dopo è mai più – il poi è ancora. Anticipare le tappe da percorrere, viverle come se fossero ora. Questo porta a rinunciare alle attese. Perché ciò che si aspetta arriva. Ma quando arriva è solo un istante. Poi non vorremmo che si ripresentasse.
Penso che non vorrei tornare indietro, neanche se mi promettessero quello che non ho avuto, quello che ho perduto o quello a cui ho dovuto rinunciare. Ho rifiutato chi mi amava e non ho avuto la forza di aspettare e di attendere. La mia inquietudine mi ha portato a fuggire, accettando solo quello che non potevo avere e rifiutando ciò che era a due passi da me, e mi avrebbe riempito di gioia, di salute e di fiducia.
Così ho vissuto nei posti sbagliati e con le persone sbagliate, e sono stato male perché il mio mai più diventava, nonostante tutto, un ancòra così, non ne posso fare a meno. Non ho mai ponderato e pianificato la mia esistenza, ma randagio ho cercato sollievo dove c’era solo dolore, gioia dove c’era disperazione, sicurezza dove c’era pericolo.
Quando ero piccolo avrei voluto partecipare ad una grande battaglia, sarei stato il primo a lanciarmi contro il nemico e il primo a cadere. Finiva tutto così con un atto eroico, ma almeno finiva presto e per qualcosa.
Ma ora che mi appresto ad andarmene, intendo naturalmente perché il suicidio è una violenza che non accetto né per altri né per me, non temo la morte, ma il passaggio si. Invidio chi ha superato quel muro. Dicono che chi muore ha nei suoi ultimi istanti tanta serenità. E’ questo che spero.
Non fuggite, vivete nella prossimità delle vostre sicurezze, non uscite dal perimetro dei vostri affetti per cercarne altri, unitevi con chi vi è promesso, mai con chi non conoscete. L’estraneo attrae ma nasconde il male che vi farà. Valutate e fatevi aiutare da chi vi vuol bene.
Lavorate tanto, è la migliore medicina. Alla fine, vi darà qualche soddisfazione. E comunque quando vi volterete indietro e troverete lavoro e sacrificio, ne potrete essere orgogliosi. I soldati valorosi sono quelli che portano tante ferite. Le medaglie che troverete sulla strada saranno il riconoscimento a ciò che avete fatto e dato.
Ora, un’ultima cosa. Voi dieci prima di andarvene alla fine dell’esame, fermatevi a parlare, scambiatevi il telefono e l’indirizzo. Conservate il ricordo di voi insieme e dopo anni cercatevi. Quando vi ritroverete assieme, ricorderete questo giorno, dell’ultimo esame nell’ultima estate di studio. Perchè questo giorno non si ripeterà più e non è un giorno come un altro.
Anche se stasera non farete festa, non importa. Anzi un consiglio mi permetto di darvelo. Stasera uscite tutti assieme, solo voi, senza altri amici o parenti. Questo per non dimenticare questo ultimo esame e anche il vostro ultimo professore”.
Il professore si allontanò raccomandando “Tigellino” di non essere troppo cattivo. Quando entrò nella stanza accanto illuminata dal sole di mezzogiorno, sembrava che fosse entrato in una bolla di luce, come un fantasma o una fata buona che non ti lascerà mai più.
Ora che vivo il mio ultimo giorno di lavoro ho pensato a quello che era successo tanti anni prima. Quel volto altero e sorridente fuori dell’aula di chimica era tornato, e questa volta la rimozione aveva rotto gli argini e un fiume di lacrime finalmente aveva riportato il dolore dove doveva stare.
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