Chiedere al giornalismo l’oggettività pura è un errore filosofico. Ciò che rende un’inchiesta autorevole non è la pretesa di possedere il vero, ma la capacità di attivare la coscienza del lettore.
Raccontare la verità. E’ questo ciò che ci si aspetta dal giornalismo. Eppure, qualsiasi narrazione, nel momento stesso in cui viene tradotta in parole, a voce o sulla carta, diventa inevitabilmente soggettiva. La verità, qualora pure volessimo superare la celebre “query” di Ponzio Pilato, resta un valore assoluto. Un’idea platonica che appartiene alla metafisica, non certo alla cronaca quotidiana. Pretendere dal giornalismo il racconto d’una verità pura è semplicemente impossibile, perché ogni racconto è, per sua natura, una rielaborazione. In un certo senso, un’invenzione, o peggio una menzogna.
Non è un caso che molti giornalisti siano anche scrittori, e che la carta stampata sia da sempre il palcoscenico d’elezione per chi cerca un contatto immediato con un pubblico vasto. Ma se la verità oggettiva è un miraggio, ciò che resta, e che deve restare è la responsabilità morale del narrare.
Anche quando si addentra in argomenti brutali, sconci o scandalistici, la narrazione non può esaurirsi nella mera attrazione voyeuristica o nella logica aziendale delle copie vendute. Il suo scopo profondo deve essere quello di sollecitare la capacità di giudizio. Attraverso il racconto, le persone devono essere incentivate a pensare, dubitare e formarsi un’idea propria. Perfino il giornalismo scandalistico, se vuole rivendicare una sua dignità, deve offrire
una crepa da cui far passare il ragionamento.
Gli antichi ci hanno insegnato che il dialogo è il vero strumento della comunicazione: uno scambio intenzionale tra persone disposte a confrontarsi. Quando invece l’informazione persegue unicamente finalità commerciali e promozionali, degradando la storia a puro feticcio attrattivo, abbandona la sua funzione etica. Diventa amoralità. Diventa informazione immorale, deprecabile e, in ultima analisi, del tutto inutile.
Oggi si fa un gran parlare di giornalismo d’inchiesta. Anziché schiacciarlo nella solita e miope speculazione politica, lasciando debitamente alla magistratura il compito di scindere il lecito dall’illecito, questa stagione dovrebbe spingerci a riflettere proprio sulla funzione etica della narrazione. I grandi storici dell’antichità maneggiavano con maestria la retorica, regina delle discipline umanistiche, sapendo bene che il racconto deve favorire il giudizio critico indipendentemente dai fatti nudi e crudi. Perfino ciò che è inventato può farsi portatore di un senso morale altissimo.
Quando Elsa Morante scrisse La Storia, prese le mosse da un banale e tragico fatto di cronaca: una donna impazzita, un bambino morto, un cane rabbioso abbattuto dai soccorritori. Da quel frammento di miseria, la Scrittrice ha tratto un capolavoro che non è “una” storia qualsiasi, ma La Storia.
È esattamente questo il significato morale del narrare: saper estrarre il bene anche laddove c’è il male, e mai il contrario. Senza questa tensione etica, la cronaca rischia di ridursi a un’inutile pornografia del reale: attraente nei
numeri, ma del tutto priva di significato.
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