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Questioni di razza

“Io sono più importante di te” così inizia il video che sto guardando su Youtube, e continua “Io non ti conosco, ma secondo me io sono più forte e anche più importante di un sacco

“Io sono più importante di te” così inizia il video che sto guardando su Youtube, e continua “Io non ti conosco, ma secondo me io sono più forte e anche più importante di un sacco di altra gente”. Chi lo sta affermando è un islandese che sta partecipando a un progetto genetico. L’intervistato è solo una delle 67 persone a cui durante l’esperimento è stato chiesto di fare un test del DNA. Questa scambio di battute poco felici è diretto a due degli organizzatori dell’esperimento: le sue parole scortesi gli servono come scudo per proteggere il suo orgoglio nazionalista. È solo quando apre la busta con i risultati del test sulle sue origini etniche che quelle parole non può che rimangiarsele, e legge umiliato, a voce alta: “Europa dell’Est, Spagna, Portogallo, Italia, Grecia”. I paesi da dove vengono i suoi antenati. Incuriosita dall’esperimento, ho ordinato personalmente il mio test del DNA. Per ordinare il kit ho scelto il sito MyHeritage.com, ma ne ve sono altri, come ad esempio 23andMe o ancestry.com, così tra un paio di settimane la mia, e quella dei miei antenati, storia biologica sarà trasmessa da una provetta a della carta. I risultati dell’analisi condotta da MyHeritage.com comprendono una stima di etnia: una ripartizione percentuale della tua ascendenza ancestrale, che indica le origini dei tuoi antenati in base a 42 etnie, che possono comprendere la giapponese, l’italiana, l’ebraica e molte altre ancora.

 

Con solo un budget di 60 euro e un mese a disposizione si può perfino scoprire se si è stati adottati, o se il motto latino mater semper certa est pater numquam si può applicare al vostro caso familiare. O anche scoprire di avere dei parenti di cui non eravate a conoscenza! Anche se da qualcuno mi è stato risposto “In quel caso, credimi, scapperei a gambe levate!”. Risate a parte, la stessa persona ha poi anche sostenuto “Questo test dovrebbe obbligatorio”, richiamando l’idea che magari non ci sarebbe estremismo nel mondo se le persone conoscessero la loro mista ereditarietà biologica. Del resto, una volta con i dati in mano, chi sarebbe così stupido da pensare a certe cose come, ad esempio, una razza pura? Immaginate la faccia di qualche politico populista se dovesse leggere a voce alta i risultati di un loro ipotetico test del DNA a un comizio; con che coraggio continuerebbe a proferire gli stessi discorsi razzisti o nazionalisti?

 

Questo ci porta ad un’altra questione: anche se è sicuramente stupido parlare di razza pura, è tuttavia possibile che la biologia possa delimitare dei gruppi umani che giustificherebbero l’esistenza delle razze nella specie umana? In altre parole, è possibile che nella specie umana ci siano delle razze? Nel sito My Heritage, come negli altri, si esclude tale dibattito parlando unicamente di radici etniche, e non si fa nessun riferimento alla parola “razza”. Questo nonostante l’etimologia di “etnia” passi per il greco ἔθνος, ossia “popolo” o “nazione”, quando qui si sta parlando di mera biologia e non di radici culturali. Perché? Perché il concetto di razza è stato un argomento scottante in seguito al genocidio degli ebrei della Seconda Guerra Mondiale, tanto che negli anni Settanta i genetisti si erano liberati di questa parola dalla scienza delimitando il concetto di razza alla definizione di “costruzione sociale senza nessun fondamento storico”.

 

Ora però un rinomato genetista dell’università di Harvard, David Reich, ha pubblicato il libro Who we are and how we got here? in cui dissotterra una diatriba che si credeva messa da parte. E non senza ragione, dato che questo è uno di quegli esempi dove la nostre mente umana è in grado di far convivere contraddizioni logiche: se qualcuno ammettesse che per cause genetiche siamo naturalmente predisposti a tale malattia, allo stesso tempo sarebbe possibile che la stessa persona rifiuti l’idea che esistano differenze genetiche tra le varie popolazioni etniche nella specie umana. Se David Reich torna ad aprire il dibattito è proprio perché è preoccupato, come dichiara in un’intervista apparsa a marzo sul New York Times, ché se la scienza non si occupa di tale diatriba allora la questione cadrà in mano a pseudo scienziati con una vena razzista, come già accade in certi siti come http://www.humanbiologicaldiversity.com/Race_Face_Plates.htm. Nonostante l’impatto di queste strumentalizzazioni sia complicato da valutare, le inquietudini sono comunque forti in questi decenni dove le tensioni sull’identità sono un terreno fertile per i partiti populisti che minacciano le democrazie occidentali e non aiutano nessuno. E il genetista David Reich è conscio del problema sociale che tale discussione potrebbe creare, e ciononostante pensa che le differenze biologiche tra le popolazioni esistano e abbiano un peso.

 

 

Come ci spiega Reich nell’articolo sul New York Times, nel corso degli anni il concetto di “razza” come “costruzione sociale senza nessun fondamento storico” ha riscontrato il consenso mondiale. La complicazione è nata quando questo consenso si è trasformato in ortodossia. Questa ortodossia sostiene che le differenze genetiche medie tra le persone raggruppate secondo i termini razziali odierni sono così banali quando si tratta di qualsiasi tratto biologico significativo che tali differenze possano essere ignorate. L’ortodossia va ben oltre e supera il limite quando ritiene che dovremmo essere ansiosi di qualsiasi ricerca sulle differenze genetiche tra le popolazioni. Reich ci mette in guardia, ricordandoci che negli ultimi vent’anni sono stati fatti progressi pionieristici nella tecnologia di sequenziamento del DNA, e che questi progressi ci permettono di misurare con precisione squisita quale frazione degli antenati genetici di un individuo risalga, per esempio, nell’Africa occidentale 500 anni fa – prima del mescolarsi nelle Americhe dei pool genetici dell’Africa occidentale ed europea che erano quasi completamente isolati negli ultimi 70.000 anni. Con queste ricerche si scopre che, se mentre la razza può essere un costrutto sociale, le differenze nell’ascendenza genetica che sono correlate a molti dei costrutti razziali di oggi sono reali.

 

Recenti studi genetici hanno dimostrato differenze tra popolazioni non solo nei determinanti genetici di tratti semplici come il colore della pelle, ma anche in tratti più complessi come le dimensioni corporee e la suscettibilità alle malattie. E se le persone con le loro buone intenzioni continueranno a negare queste differenze reali, dice Reich, finiranno per scavarsi una fossa in una posizione indifendibile che non sopravviverà all’assalto della scienza, e piuttosto finirà in mano alla pseudo scienza. Certe volte si sente dire che eventuali differenze biologiche tra le popolazioni sono probabilmente ridotte, perché gli esseri umani si sono allontanati troppo recentemente dagli antenati comuni per differenze sostanziali che sono sorte sotto la pressione della selezione naturale, ma questo non è vero, spiega Reich. Gli antenati degli asiatici dell’est, degli europei, degli africani e degli australiani erano, fino a poco tempo fa, quasi completamente isolati l’uno dall’altro per 40.000 anni o più, il che è un tempo più che sufficiente per far funzionare le forze dell’evoluzione. Pertanto non bisogna essere sorpresi se Reich afferma che “se gli scienziati possono essere sicuri di qualsiasi cosa, è che qualsiasi cosa attualmente crediamo sulla natura genetica delle differenze tra le popolazioni è molto probabilmente sbagliata”. Il suo laboratorio, ad esempio, ha scoperto che sulla base del nostro sequenziamento di antichi genomi umani, i “bianchi” non derivano da una popolazione che esiste da tempo immemore, come alcuni credono. Invece, i “bianchi” rappresentano una miscela di quattro popolazioni antiche vissute 10.000 anni fa e ognuna diversa l’una dall’altra come gli europei e gli asiatici orientali lo sono oggi.

 

Reich invita a riflettere, e cercando una risposta naturale alla sfida che offre questo dibattito, ci propone l’esempio delle differenze biologiche che esistono tra maschi e femmine. Del resto le differenze tra i sessi sono molto più profonde di quelle che esistono tra le popolazioni umane, dato che derivano da oltre 100 milioni di anni di evoluzione e adattamento. Maschi e femmine si differenziano per enormi tratti di materiale genetico – un cromosoma Y che i maschi hanno e che le femmine non hanno, e un secondo cromosoma X che le femmine hanno e i maschi no. Molti accettano che le differenze biologiche tra maschi e femmine siano profonde; oltre alle differenze anatomiche, uomini e donne mostrano differenze medie in termini di dimensioni e forza fisica (ci sono anche differenze medie nel temperamento e nel comportamento, sebbene ci siano importanti questioni irrisolte sulla misura in cui tali differenze sono influenzate dalle aspettative sociali e dall’educazione.) Come si può accogliere le differenze biologiche tra uomini e donne? Per Reich la risposta pare ovvia: bisogna riconoscere che esistono differenze genetiche tra maschi e femmine e dovremmo accordare a ciascun sesso le stesse libertà e opportunità indipendentemente da tali differenze.

 

Una sfida duratura per la nostra civiltà è quella di trattare ogni essere umano come un individuo e di dare potere a tutte le persone, indipendentemente dalla mano che ricevono dal “mazzo della vita”. Rispetto alle enormi differenze che esistono tra gli individui, le differenze tra le popolazioni sono in media molte volte inferiori, quindi dovrebbe essere solo una sfida modesta per accogliere una realtà in cui i contributi genetici medi ai tratti umani differiscono. È importante affrontare qualunque cosa la scienza rivelerà senza pregiudicare il risultato e con la certezza che possiamo essere abbastanza maturi per gestire qualsiasi risultato. Per questo, non dovrebbero essere le differenze a spaventarci, piuttosto ciò che dovremmo bandire è inserire queste differenze in una piramide gerarchica.

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