Questa è Malala. Il suo mondo è cambiato, ma lei no

Io sono Malala è uno di quei libri che non può mancare nella libreria di casa. Lo avevo aggiunto alla mia lista di letture già da un po’ e sono molto contenta di essere finalmente riuscita a dedicargli il mio tempo. Pagina dopo pagina, le parole di Malala Yousafzai mi hanno regalato emozioni intense, a volte contrastanti, rivelandomi come si vive in un paese di cui, fino a prima, conoscevo soltanto il nome.

Con Malala ho scoperto un Pakistan unico al mondo per l’ospitalità dei suoi abitanti, ma ahimè altrettanto unico per l’avversione che ancora dimostra nei confronti delle donne – creature inferiori cui è permesso uscire di casa solo se coperte da un burqa o in compagnia di un parente di sesso maschile –, a cominciare dalla credenza diffusa che «quello in cui nasce una femmina è un giorno triste». Ma quel 12 luglio 1997 è tutt’altro che un giorno triste nella valle dello Swat; già dalla culla Malala Yousafzai sembra destinata a un promettente futuro. Suo padre ha infatti scelto per lei un nome carico di significato, ispirandosi alla paladina afghana Malalai di Maiwand, che ribaltò le sorti della guerra contro gli inglesi, accendendo i suoi soldati con valorose parole.

Se oggi Malala è l’icona universale delle donne che lottano per il diritto all’istruzione è perché ha avuto il coraggio di sfidare le imposizioni dettate dai talebani, complice il sostegno di un padre attivista in nome della libertà di insegnamento, che ha sempre rispettato il suo pensiero. Malala è anima e corpo accanto a lui in questa battaglia.

Crescendo, Malala è una vera promessa: ottimi voti a scuola, abile oratrice, autrice di un blog della BBC in cui racconta la quotidianità sotto il regime talebano e denuncia un sistema che nega il diritto all’istruzione, causa l’assurda convinzione che la conoscenza renda occidentali. Per lei «l’istruzione non è né occidentale né orientale, è un diritto umano».

Malala racconta anche del giorno in cui nota una giovane venditrice di arance lungo la strada che, non sapendo né leggere né scrivere, tiene il conto dei frutti venduti facendo dei segni con un chiodo su un pezzo di carta. Di fronte a questa scena Malala giura a se stessa di fare ogni cosa per mandare a scuola tutte le bambine come lei e coronare il suo sogno: garantire la libertà e l’istruzione a tutte le donne.

Tuttavia, in un paese politicamente instabile e corrotto, che non garantisce pari diritti fra uomini e donne e soggetto alla propaganda jihadista, in pochi mesi tutto cambia: la televisione diventa un mezzo proibito e presto arriva l’annuncio che tutte le scuole femminili dello Swat dovranno chiudere. Malala ha appena 11 anni e si sente crollare il mondo addosso, ma non intende rinunciare a studiare, perché «l’istruzione è istruzione. Noi bambini dovremmo poter imparare ogni cosa, e poi scegliere liberamente il cammino da seguire.»

Se da un lato mi dispiacevo per le delusioni toccate a una bambina che vedeva calpestati i propri diritti, dall’altro mi meravigliavo per il coraggio sempre più grande che quella stessa bambina dimostrava con gli anni.

In aperta sfida al diktat dei talebani, Malala continua infatti a frequentare segretamente la scuola insieme alle sue compagne. Con gli esami di fine anno giungono però anche le prime minacce rivolte a lei e a suo padre, fondatore di diverse scuole. Nemmeno questo riesce comunque a frenare il coraggio e la grinta con cui padre e figlia portano avanti la propria battaglia contro l’ignoranza: «Ancora una volta ci sentivamo frustrati e spaventati. Fu allora che decisi che sarei entrata in politica.»

La situazione è delicata, gli animi dei talebani si scaldano facilmente e Malala diviene presto un bersaglio. Un giorno, di ritorno da scuola, il pullman su cui si trova viene assalito. Tre spari e il buio.

Dieci giorni dopo, quando si risveglia dal coma, Malala non trova le montagne familiari a cui è abituata, ma sacchi colmi di lettere e regali arrivati da tutto il mondo per augurarle una pronta guarigione. Ora è a Birmingham, in Inghilterra, dove ha una casa solida con un vero cancello e degli elettrodomestici. Ha ripreso a frequentare la scuola e sta costruendo nuove amicizie, nonostante le sue ex compagne tengano sempre un posto libero in classe per lei.

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, Malala ama il suo paese, lo ama anche dopo le delusioni che le ha causato e sogna di tornarci a vivere: «nell’ultimo anno ho visto molti luoghi diversi, ma per me la mia valle resta il posto più bello del mondo. Non so quando la rivedrò di nuovo, ma so che lo farò».

Se io a Malala ho potuto dare solo parte del mio tempo per leggere la sua storia, lei con le sue parole mi ha restituito molto di più. Mi ha infuso un senso di gratitudine verso il mio paese, l’Italia, in cui l’istruzione è un diritto costituzionalmente garantito e non da conquistare.

Nell’estate 2017 Malala ha superato a pieni voti il test d’ammissione alla prestigiosa università di Oxford, dove ora studia filosofia, economia e politica. Personalmente le auguro di brillare non meno di quanto abbia fatto finora, pienamente d’accordo con lei che «un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

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Ultima modifica il February 28, 2020, 11:48 pm

Nicole Casagrande

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