Quando si sta male si vorrebbe scomparire. Tra l’amletico essere o non essere, pensiamo che sia meglio il non essere. Se c’è qualcuno che ci aiuta a rialzarci, se siamo caduti, o ci chiama ad alta voce e ci strattona per riportarci alla coscienza, ci riprendiamo dall’attonito abbandono per riprenderci e ricominciare a vivere.
Il 3 dicembre è stata la giornata dedicata alle disabilità. Ogni giorno dell’anno, o quasi, si dedica a condizioni umane che dovrebbero attirare l’attenzione universale e soprattutto richiamare quella dei potenti tenuti a decidere e intervenire. Come avviene per i Santi del giorno, nel caso delle giornate mondiali, pur essendo ufficialmente celebrate, esse passano per i più come giorni qualsiasi.
Ma se c’è una cosa che ci interessa tutti, questa è la salute, come conservarla più a lungo possibile, e la malattia, come evitarla e curarla. Le disabilità non sono malattie ma esiti di malattie. Tutte le malattie comportano una disabilità, anche se soltanto temporanea.
La malattia, anche la più banale influenza o mal di pancia o dolore articolare, ci dà duplice dolore: quello strettamente connesso con la malattia e quello che è dovuto all’impedimento a ciò che abbiamo pianificato, dal lavoro al tempo libero.
Se dilatiamo queste implicazioni alle cosiddette disabilità, quelle cioè che si definiscono come condizioni di esito cronico di malattia, con invalidazione sul piano sociale e handicap esistenziale, possiamo ben renderci conto della gravità e importanza del problema.
Le disabilità interessano tutti: non solo chi ne è colpito, ma tutto il suo entourage familiare, e tutti quanti gli altri che sono chiamati a contribuire in quegli interventi di sostegno necessari, soprattutto dal punto di vista economico.
Un tempo il portatore di disabilità era integrato nel gruppo familiare, che lo accudiva, lo faceva partecipare alle attività lavorative della famiglia e alle sue relazioni con gli altri. La disabilità, anche quando evidente, era tuttavia ben inserita nel sistema sociale di relazioni, e l’individuo viveva una esistenza utile e integrata, senza rappresentare un onere particolarmente ingombrante per la famiglia stessa e per la comunità.
Oggi il passaggio dalla malattia alla disabilità è più precoce e accelerato. Gli interventi economici e di inclusione sociale sono più complicati, senz’altro onerosi, e non soddisfano mai del tutto le aspettative.
Ecco che i care givers si sentono non sufficientemente sostenuti e spesso abbandonati; i soggetti con disabilità restano esclusi dal lavoro e dalla partecipazione alla vita sociale, vivendo una penosa solitudine. Aumentano le disabilità e, di pari passo, sembra aumentare l’indifferenza ad esse.
Le associazioni che si sono costituite sono numerose e tentano, eroicamente, di diffondere la comunicazione sul problema, ciascuna per l’ambito di competenza, ottenendo non sempre ascolto e soluzione concreta alle necessità presentate. Il volontariato è presente e attivo, ma mai sufficiente.
Un collega medico, ieri, mi confidò che solo quando si è malati e ci si trova in uno stato di disabilità ci si rende conto dell’importanza dei volontari. Essi sono sentiti da chi sta male più attenti e vicini degli stessi familiari.
C’è un momento nella vita di ognuno nel quale si avverte il bisogno di essere utili per qualcosa o qualcuno. E non sono solo motivazioni ideali: è il dare senso al presente, dopo che si è ottenuto tutto.
Matteo, l’evangelista, è considerato tra gli estensori dei testi sacri quello più realista nella narrazione dei fatti: essenziale, crudo e aderente ai fatti. Ecco perché la Passione narrata da San Matteo fu scelta da Pasolini per il suo celebre film.
C’è un quadro del Caravaggio, la Vocazione di Matteo, che esprime drammaticamente il senso della chiamata. Matteo, con altri, si trova in una situazione conviviale: è sereno, distaccato, attento al gioco delle carte. Pensa a godersi il momento di riposo dopo una giornata di lavoro. È soddisfatto e ben vestito, non manca di nulla.
È in quel momento che si apre la porta e compare, nella luce che illumina la stanza, il braccio proteso di Gesù con la mano rivolta a lui. Il dito lo indica senza dubbi: è lui il prescelto. Proprio lui e lui soltanto.
In questo splendido quadro, con lo stupore che coglie i presenti, la luce e il dito che si rivolge verso Matteo, ho trovato il senso della chiamata che porta chi ha scelto di fare il volontario per aiutare il prossimo nella malattia e nella disabilità.
L’attualità della chiamata è irripetibile. Perdere questa occasione vuol dire perdere la possibilità di dare un senso vero alla propria esistenza.
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