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Quando il Cammino chiama. Prima puntata.

12 minuti di lettura

Avevo conosciuto Ben quando era stato lasciato da poco dalla moglie. Lei, piccola, americana di origini indiane, non  certo una da farti girare la testa ma carina, parecchio sveglia, una foxy lady come si direbbe dalle sue parti, l’aveva piantato per andarsene a vivere a Hong Kong con l’amante, che era pure il suo supervisore del dottorato. Io invece in quel periodo mi ero invece presa un paio di mesi sabbatici in Portogallo per drammi esistenziali con cui non vi annoierò, se non nel dirvi solo che era uno di quei momenti in cui ci si sente un tantino miserabili, fuori fase, e che quindi si farebbe qualsiasi cosa pur di non pensare a se stessi. Fu proprio la visita del mio amico Ben che mi spinse, quell’estate della mia vita, a camminare in giro per l’Europa. Prima che succedesse avevo sempre meditato di prendermi un po’ di tempo per andarmene in giro senza obblighi di sorta e con solo uno zaino sulle spalle. Il mio amico era, d’altro canto, anche se questo l’avrei capito solo dopo, la persona giusta per farmi partire. Ero tremendamente interessata al suo fare da scienziato, a quella sua curiosità con cui si aggirava affamato nel mondo nonostante la recente batosta del divorzio e quella sua ossessione per la letteratura tedesca e in particolare quelle poesie di Novalis e tutte quelle meravigliose cose intellettuali che mi raccontava mi facevano venire una gran voglia di darmi da fare, e prima di quel gran da fare, di starmene in pace per i fatti miei a fare solo quello che avevo davvero voglia di fare. Certo era che spesso ricadeva nella sua depressione sentimentale, per uscirsene con banalità morali che la sua conoscenza non giustificava affatto come “Vedi, cara, è che proprio non mi riesce di pensare come possa essere accaduto. Eravamo fatti per stare insieme, eravamo fatti l’una per l’altro, l’altro per l’una. Sicuro, era stato necessario accantonare un poco della nostra personale storia d’amore gli ultimi tempi e quei sentimentalismi che ci accomunavano per fare posto ai progressi scientifici del mio laboratorio, e della sua ricerca sulle connessioni neurali, e quei pensieri di come pagare le bollette e riuscire a farsi pure un fine settimana di lusso a Londra, però di lasciarmi così, andarsene e tornare, tornare e andarsene di nuovo, indecisa fino all’ultimo, tanto che io stufo sono stato costretto a darle l’ultima spinta perché cadesse nelle braccia di quel maniaco, il suo professore, ma ti pare. Che ti ho raccontato no, c’ha pure trent’anni più di lei, che pervertito. Non solo, questo ha pure avuto la faccia tosta di invitarci l’anno scorso a Hong Kong e siamo stati ospiti da lui, e quei due già me la facevano sotto il naso ben da allora e”. Insomma, la storia più vecchia del mondo, e un’altra marea di yida, yida, yida che mi sommergeva, un’onda dopo l’altra. Non fraintendetemi, io adoravo Ben. Mi ero decisa a farmelo amico prima ancora che ci presentassimo, là a Monaco in Baviera dove ci eravamo conosciuti, quando avevo udito la sua sonora risata riempire proprio tutta la stanza. E me la sentivo giusta, era bastato scolarci un paio di bicchieri e ballare una tanda che eravamo già intimi. E così, per compassione e spirito di amicizia mi toccava ascoltarlo innumerevoli, lunghissime ore su quella piccola indiana infedele che se la stava spassando in Cina, senza più pensare a come pagare le bollette di sicuro, con il suo professore. E io che mi volevo solo godermi la calura portoghese. Ma volevo bene a Ben, accidenti, e certe cose van fatte senza troppe lagne, se uno c’ha una solida veduta dell’amicizia perlomeno. Taci che la mia buona sorte mi stava sempre appresso. Dio doveva esistere senza scrupoli. 

 
 

La sera prima che partisse, nonostante lui si fosse rifiutato di andare a una milonga e che in seguito scoprimmo che in tutta la città, che mica era così piccola si parla sempre di una capitale, ve ne erano solo due ma proprio due non si fa tanto per dire, mentre camminavamo per una stradina udimmo l’inconfondibile richiamo delle note di una canzone di tango. La coincidenza era troppa per poter essere rifiutata, così senza altre remore da parte sua, probabilmente era anche conscio del fatto che me lo meritavo pure dopo tanta pazienza e che soprattutto gliela avrei fatta pagare altrimenti, entrammo. La stanza era tanto piccola che non si poteva che inciampare addosso ad un’altra coppia ogni due o tre passi, e sì che non vi erano dubbi che fosse perfetta, con quella sua atmosfera rossa, di rivalità tanghera, l’aria da bordello, il vino rosso e il vecchio pianoforte che nessuno toccava forse da anni, rimpiazzato dalla casse acustiche e da un dj da pochi soldi. Ordinammo una bottiglia di vino rosso in due e ci cambiammo le scarpe. Fu una grande serata, la depressione sentimentale se ne andò e ci divertimmo come matti. Era un’ultima sera incantevole, resa ancora più incantevole dall’innaspettàrsi degli accadimenti. La mattina dopo Ben era corso a prendere il volo, doveva tornarsene in Inghilterra a fare ricerca nel suo laboratorio d’élite. Rimasi sola a Lisbona. Fu così mi sono ritrovai a chiedermi: e ora cosa me ne faccio di tutta questa libertà?

 
 

Pensai genuinamente che una passeggiata mi avrebbe aiutato a schiarirmi le idee, per cui optai per andare in pellegrinaggio. Lo so, esageravo sempre, l’avevo ereditato da mio padre. Il sole illuminava il golfo di Lisbona; nonostante fosse da poco sorta l’alba e non capitasse davvero mai che a certe ore fossi già in piedi, già mi stavo dirigendo a riempirmi lo stomaco con una bella colazione. Scelsi il posticino giusto, mi sedetti al tavolino. Ora la fatica di alzarsi all’alba era attenuata dallo sciogliersi sulla lingua di qualche divina pastel de nata. Di fronte a me si stagliava la Cattedrale del Sè, bella e gotica. Finì la colazione, presi la mia roba e vi entrai. La mancanza di chiarore dentro la cattedrale era resa ancora più eclatante se comparata alla luce diurna là fuori, e non c’era da stupirsi data l’ora che dentro non v’era né un fedele a pregare né un turista a curiosare; almeno v’era un prete per chiacchierare. Seduto  com’era, dietro al bancone con lo sguardo cupo, pareva un gargoyle, comunque sia era proprio lui che cercavo. “Bom dia, sa dirmi se posso comprare qui una credenciàl per” non feci in tempo a finire che il prete mi porse il documento “Dois euros”, tagliò corto. Chissà quanti pellegrini ogni giorno gli rivolgevano la stessa domanda. Gli porsi i soldi, lo ringraziai. Quelle pagine di carta ancora immacolate costituivano il mio passaporto per il pellegrinaggio, rendendo le mie speranze più nitide, e il mio viaggio ufficiale, se non addirittura reale. Avevo già girato i tacchi dandogli le spalle quando “Peregrina?”, sempre cupo dal suo angolino dietro il bancone mi fissò, lo guardai di rimando e mi sentii sussurrare ora, non dico dolcemente senonché con un certo tono d’incoraggiamento, quelle due paroline che in seguito mi sarei sentita ripetere, senza mai venirmene a noia, in più di una lingua per giorni e giorni fino all’ultimo chilometro e anche oltre: “Bom camino”. Ero di nuovo fuori. Mi era noto che la maggior parte della gente si prepara per settimane, o forse mesi, prima di intraprendere il Cammino di Santiago. Io avevo dato una scorsa su internet la sera prima, e nello zaino c’avevo tre paia di scarpe, un computer e qualche maschera di bellezza, che faceva di me probabilmente il pellegrino peggiore che fosse mai esistito. Il mio zaino era ridicolo:  enorme, pesante, ingombrante e pieno di oggetti inutili, come i pensieri che affollavano la mia mente. Come iniziai, già ero perduta. Se non fosse stato per quel portoghese a cui non avrei dato un soldo, uno di quegli hippie disadattati con i rasta, e lo so che a viaggiare avrei dovuto avere meno pregiudizi eppure c’era una parte di me che sarebbe stata eternamente borghese, anche se non a torto lui avrebbe benissimo potuto pensare lo stesso di me presa com’ero dopo un mese a vagabondare per il Portogallo, e che trattai rudemente, sarei senza dubbio stata con gli occhi incollati alla mappa per chissà quanto. Mi si avvicinò, mi disse qualcosa, lo ignorai, mi parlò di nuovo ora cambiando lingua “Sei una turista? Sai anche io quando ero più giovane ho viaggiato tanto, dal Portogallo a piedi fino alla Germania e poi dall’Olanda fino alla Spagna, poi quando si poteva e qualcuno era cortese me la cavavo facendo autostop, anche se ho sempre preferito camminare. Ti serve aiuto?” “Sto cercando di capirmi, scusami, non è proprio è il momento” “Capirti?” “Sono una pellegrina. Sto per fare il Cammino, non so la strada, non so niente a dir il vero, quindi se mi lasciassi in pace” “Le frecce però le conosci” “Le frecce?” “Le frecce gialle” “E di che frecce esattamente” che idiota devo essergli sembrata, mi fermò “Ti mostro la prima, vieni con me”. Lascia la borsa sulla panchina, ripensandoci qualcuno avrebbe potuto sfregarsi i miei pochi avere, tornai indietro e feci per prenderla “Lasciala pure, ci stanno i miei amici” sorrisi imbarazzata, e qual punto che avrei dovuto fare mica potevo prenderla con me, tanto valeva perdere tutto che essere sgarbati. La lasciai là dov’era. Mi portò davanti alla facciata dalla cattedrale, sempre bella sempre gotica. Là, nell’angolino, in basso sulla destra del muro della cattedrale v’era pitturata una freccia di un giallo paglierino. La prima freccia del Cammino portoghese. “Ve ne sono di frecce così fino a Santiago di Compostela, sui muri sugli alberi sui cartelli, quando sarai nei boschi e per le città e nella campagna per ogni dove, non perdere mai le frecce e se non le vedi più preoccupati perché non sei sulla strada giusta. Hai capito? Segui le frecce gialle e ti porteranno a Santiago” si raccomandò, e mi stritolò in un abbraccio come se fosse un fratello da poco ritrovato. Ricambiai con calore, del resto mi aveva appena cambiato la giornata. “Vuoi qualcosa? Ti offro un caffè prima che parti, vieni” “No, no, grazie, devo andare, voglio partire” ormai avevo i piedi che mi prudevano, i pensieri pure, e mi pareva che se non fossi partita immediatamente non sarei mai riuscita a arrivare.

 
 

Mi incamminai. Come in una caccia al tesoro fatta su misura per adulti mi misi a seguire il cammino, freccia dopo freccia, tanto che mi salì la sensazione di camminare in un mondo parallelo che gli altri apparentemente non notavano,  e che mi stava portando sempre più lontano dal centro della città, fino al lugubre sobborgo cittadino dove i muri erano più sporchi e qua e là ricoperti di graffiti, le gente invecchiata, e qualche industria grigia incominciava a spuntare. I turisti non erano più quella massa di formiche fremente, e i pochi disperati che si spingevano fino a là erano scrutati curiosamente dalle finestre, da dietro le tendine, dai vecchi abitanti ancora radicati al loro tempo. Per i pellegrini come me era un’altra storia. Erano abituati a vedere quel tipo di viaggiatore inconsueto che aveva una meta, e che se ne andava a zonzo seguendo delle frecce, con un conchiglia pendente dallo zaino, la credenziale in bella vista e l’andatura decisa. Camminai, camminai e camminai ancora. Mi allontanai sempre di più dalla città finché mi lasciai alle spalle, con un po’ di amarezza, anche l’ultima casa di Lisbona. Era quella del resto la giornata tipica del pellegrino: sveglia all’alba, cammina, cammina, panino formaggio e prosciutto, cammina, cammina, cammina, un paio di birre e qualcosa d’altro da mettere sotto i denti, branda. E poi di nuovo: camminare, mangiare, defecare e dormire. Il pellegrino è poco più di un bebè. E sta tutto qui, è questa tutta la bellezza del cammino. Le prime ore sono probabilmente anche quelle più difficile da digerire, abituati come siamo alla gogna della produttività il compito di una sola azione ci viene presto a noia. Però, lo si fa. Quando si inizia non si può mica saperlo ovviamente, e nel frattempo le mie aspettative stavano scemando. Era questo il famoso Cammino? Questa fatica, questa noia, e ancora noia, questo sobborgo cittadino che era brutto come quello che sembra esserci vicino ad ogni stazione dei treni? La prima tappa era una chiesa, ne avevo letto lungo la via su un cartello stradale, destinata al ristoro dei pellegrini. Che gioia, che compiacimento quando vi arrivai! Feci qualche calcolo mentale, era già un paio di ore o forse più che camminavo, non avevo ancora parlato ad anima viva e le uniche persone che avevo incontrato strada facendo mi facevano ansia, del genere sporchi e nullafacenti, e oltre a loro ero così stufa della mia sola compagnia. Calcolai che chilometro più chilometro meno avevo forse già compiuto una trentina di chilometri. Mollai lo zaino sui gradini della chiesa, già odiavo tutta quella roba che ci stava dentro e se avessi potuto ne avrei fatto un bel falò. Quanto tempo durante la camminata a odiare con intensità ogni singolo oggetto non essenziale: erano bastate poche ore di quel peso inane per trasformarmi in una minimalista. Mi sedetti, controllai la mappa: avevo percorso la bellezza di dieci, miseri, sciagurati, chilometri. Dieci. Dieci, mi ripetevo sconsolata. Me ne mancano seicento venti e rotti fino a Santiago.

 
 

La chiesa aprì le porte. Entrai. C’era una donna bruna, gentile che parlava a malapena inglese, giusto quanto bastava “Vuole un timbro sulla credenziale? Me la dia”. Il primo timbro sulla mia credenziale raffigurava una madonna in blu che pregava, guardando in su con gli occhi tristi. “Sa dove posso passare la notte, quale sia il prossimo albergue?”, mi diede una lista con tutti gli albergues disponibili da qui a Santiago. Ogni volta ricevevo ciò di cui avevo bisogno, e in un mare di generosità cristiana o forse solo umana, spesso anche di più. Di nuovo, mentre mi avviavo, “Bom camino, peregrina”. E di nuovo, camminai, camminai, e camminai ancora. Più passi marciavo, più me la prendevo con me stessa per l’idea balorda che avevo avuto. Fu un giorno davvero miserabile, il caldo, la noia, l’ansia e tutto quel camminare di cui già mi ero stufata. Il paesaggio per lo meno, dopo la chiesa, iniziò a cambiare. Non era più il brutto sobborgo cittadino che mi ero lasciata alle spalle, né la zona industriale, né quelle strade deserte in cemento. La strada era ora in terra battuta e ai lati vi erano cespugli di fiori selvatici e per chilometri sgambettai, con il cuore un po’ più leggero, su quel sentiero che costeggiava un fiume e si diramava tra le colline bucoliche. Camminai ancora, camminai fino a quando, c’era da non crederci, con un sorriso da un orecchio all’altro lessi, incredula, il nome della cittadina che rappresentava la mia destinazione: Sacavem.

 
 

Era una cittadina da solo un centinaio di abitanti forse, graziosa, come la casetta bianca con quel ramo rampicante che si snodava sopra e che ospitava l’albergue dove mi sarei, a dio piacendo, potuta fermare per la notte. Suonai. Una donna mi aprì la porta. Portava abiti coloranti e larghi, tendenti al rosso; era calorosa, alta, tanta, bionda, e chiassosa, era una tana in cui rifugiarsi. Dopo tanto tempo sola con la mia sciagurata compagnia, era tutto ciò che desideravo. “Avete un letto?” “Sei fortunata, ce ne sono ancora pochi. Entra, entra, accomodati”. Scoprì presto, era come se non si potesse frenare quel torrente di parole che rotolavano vivacemente dalla sua bocca, che Amber era americana, che era là come volontaria, e che già a suo tempo era stata una pellegrina. Mi rivelò di essere là per poter ritornare qualcosa a quel cammino che le aveva dato tanto. “Sono nespole quelle?” “Ah le conosci? Ce ne sono dappertutto, e c’è questa signora che abita nella casa di fronte che almeno ogni due giorni me ne porta un grosso ramo, e io continuo a dirle che non riesco a mangiarne tante, ma non c’è nulla da fare, ogni volta che accetto il ramo e inizio a rimpinzarmene davanti a lei fa una tale sorriso, così radioso, così caro, che non ci posso fare niente, finisco per accettarlo sempre” “Le conosco bene” sorrisi e me ne misi una in bocca. Per risparmiare non avevo ancora mangiato niente, e dato la storiella che mi aveva appena raccontato sulla vicina e sulla sua gioia, ne divorai più che potei. Facevo un favore a me, a lei e alla anziana vicina. Parlammo tanto, del cammino, delle nespole, mi diede qualche consiglio su come curare le vesciche, incubo dei pellegrini con cui presto o tardi avrei dovuto affrontare, del paese che aveva lasciato e di certi affari immobiliari che intendeva condurre in Portogallo, per potersi sistemare in Europa. Ogni tanto arrivava qualche nuovo pellegrino, che magari si era assentato per rifocillarsi o che era appena arrivato. Meditai dove cavolo fosse stata tutta quella gente quanto per tutto il tempo non avevo incontrato nessun altro come me durante la camminata. Parlammo tanto che, per quanto possibile mi stancai ancora di più. A malincuore le diedi quegli otto euro per il letto promesso, i soldi da parte non erano mica tanti e sarebbero dovuti bastarmi fino alla fine, e mi dileguai di sopra. C’erano due italiani non troppo cordiali con cui scambiai poche parole, un piccolo giapponese sorridente e una robusta ragazza tedesca. Più tardi comparvero anche due corpulenti omaccioni irlandesi che se ne andavo in giro in coppia e riuscirono a convincere Amber a andare con loro a bere un paio di birre al bar dietro l’angolo, e  ancora una donna tedesca con lo sguardo perduto e il fare insicuro. Io rifiutai l’offerta, e mi misi a lavare i pochi panni sporchi che avevo.

 
 

La sera calò presto sui pellegrini. C’era una sola stanza, al piano superiore, molto spartana, sempre pitturata di bianco, con una quindicina di letti separati l’un l’altro nemmeno da un metro. Eravamo tremendamente tutti stanchi, ci si leggeva in faccia la fatica del camminare. Mi misi a letto, e dal caldo che mi aveva ossessionato durante la giornata, iniziai a gelare. Alla buona com’ero partita, non avevo con me nemmeno un sacco a pelo e se non ci siete mai stati, dovete sapere che in Portogallo c’è un escursione termica che farebbe invidia ad un deserto. Il peggio ancora doveva venire. Quando i due irlandesi tornarono pieni come delle botti mi salirono gli incubi di come avrebbero potuto russare tutta la notte. I miei incubi erano reali: qualcuno russò, russò così forte che sentivo rigirarsi anche gli altri nell’insonnia fino in fondo alla stanza. E chi russò dormiva proprio nel letto a fianco a me. Era quel giapponese sobrio, sorridente, piccolo piccolo che mi aveva salutato al mio arrivo. Passai almeno una buona ora meditando su come farlo fuori e farla franca, se fosse possibile o meno, e man mano che le mie meritate ore di sonno mi venivano rubate le mie considerazioni si facevano sempre più macabre e il mio umore più sofferente. Finalmente, mi addormentai.

 
 
La prossima puntata esce di martedì.

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