Quando l’individuo nasceva solo cresceva circoscritto in un ambito familiare più o meno ricco e accogliente, comunque ristretto. E la sua formazione, se era fortunato e intelligente, si svolgeva nei tempi e luoghi che la famiglia gli concedeva. Poi a 16 anni il maschio partiva soldato e la femmina si prometteva a un matrimonio, già programmato, per il suo bene e della famiglia. Si riproduceva così nella più assoluta solitudine un rituale borghese che ha funzionato per millenni.
Stava all’individuo costruire le reti sociali, partendo da quelle amicali, per determinare il suo destino. In un certo modo, pur essendo pre-determinato alla solitaria consuetudine del già fatto, si aprivano per l’individuo spazi di libertà, e stava all’individuo saperne approfittare per tracciare un destino diverso da quello atteso. C’era più possibilità e libertà di quella solo apparente e inutile che viene concessa agli individui di questi tempi.
Oggi molti giovani vivono nella persistente incertezza della libertà che viene loro concessa. Possono fare ciò che vogliono, anche niente. La socializzazione è forzata e inizia precocemente dalla scuola materna in poi. Le attività extrascolastiche devono riempire il tempo restante, togliendo spazio e tempo alla solitudine, per farne tutti ballerini, cantanti, atleti, donne e uomini di successo, come quelli in televisione. La mente si difende producendo nuovi mostri, attraverso dipendenze comportamentali e da sostanze, criminogenesi, miti di odio e di illusione, a difesa di diritti senza dovere nulla. Non c’è spazio né tempo per crescere in solitudine.
La rete sociale virtuale che spesso diventa in maniera preoccupante anche reale è già pronta e a disposizione, presentata come la forma migliore di comunicazione e socialità. Parlare ogni secondo con il mondo, guardando curvi su un mini schermo, o parlare con il solito piccolo aggeggio ad alta voce, incuranti di ciò che succede attorno, questo è ciò che avviene in attesa del tram che ti porta a scuola al mattino, o nel pomeriggio e la sera, dagli amici.
E’ una solitudine che non lascia scampo, indebolisce la ricerca e la scoperta. Questa malattia colpisce indistintamente tutti. Inondare la rete artificiale di tutti le nostre cose che non interessano se non a noi e a pochi altri, è un esercizio di condivisione per combattere la solitudine. Ma non funziona, perché la nostra mente non è quella di un robot. Sappiamo bene che tutto ciò che condividiamo in rete, foto, pensieri, articoli (inoltrati tutti uguali e ripetuti milioni di volte) non interessano a nessuno dei nostri destinatari.
Questi si possono soffermare solo un istante ma non gliene importa nulla, e sono infastiditi. Chi vuole ad ogni costo condividere la sua vita col mondo, deve sapere che gli altri vogliono essere lasciati in pace. Basta un click per farti capire di andare a quel paese! Ma questo non ci trattiene dal continuare questa nostra compulsione a restare a girare in una rotatoria senza mai riuscire a uscirne per andare in una direzione, una qualsiasi, anche se sbagliata, purchè sia un dove. In solitudine.
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