Donald Trump mette sul tavolo una proposta sferzante e radicale per porre fine alla guerra in Ucraina: accettare il “taglio” attuale del Donbass. La dichiarazione arriva dopo un incontro tesissimo con Volodymyr Zelenskyy, che lascia Washington a mani vuote, senza i vitali missili Tomahawk e con la netta sensazione che Mosca abbia saputo esercitare la sua influenza diplomatica
BUDAPEST. Il Presidente statunitense Donald Trump, parlando dalla cornice protetta dell’Air Force One, ha suggerito che la via più rapida per la pace è: “Lasciamolo tagliare così com’è. È tagliato proprio adesso,” ha dichiarato, riferendosi alla regione del Donbass. L’idea di un congelamento del conflitto lungo le attuali linee di battaglia equivarrebbe a sanzionare l’annessione de facto di gran parte dei territori contesi, un’accettazione esplicita delle conquiste russe che ribalta clamorosamente le precedenti posizioni di Washington.
Queste parole non sono piovute dal cielo. Fanno seguito a un incontro ad alta tensione alla Casa Bianca con il Presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, che aveva viaggiato fino a Washington con l’obiettivo cruciale di sbloccare la fornitura dei missili cruise a lungo raggio Tomahawk. Questi missili, i più potenti nell’arsenale richiesto da Kyiv, avrebbero permesso all’Ucraina di colpire obiettivi di precisione in profondità nel territorio russo. Ma Zelenskyy è ripartito “a mani vuote” e profondamente frustrato, come confermato da fonti vicine alla discussione.
Dietro le quinte, il Washington Post e Reuters riportano che Trump avrebbe spinto aggressivamente Zelenskyy a cedere ampie fasce di territorio, una pressione che sembra essere stata intensificata dalla lunga telefonata che il Presidente ha avuto giovedì con Vladimir Putin. Secondo le indiscrezioni, Putin avrebbe proposto un “scambio territoriale” in cui l’Ucraina avrebbe ceduto interamente Donetsk e Luhansk in cambio del ritiro russo da piccole porzioni di Zaporizhzhia e Kherson.
La proposta di Trump è doppiamente controversa a causa della storia della regione. Il Donbass (Bacino Carbonifero del Donec), composto dalle regioni di Donetsk e Luhansk, è stato storicamente il cuore industriale dell’Ucraina. La sua identità è stata plasmata dall’industrializzazione sovietica che ha visto un forte afflusso di manodopera russa e la predominanza della lingua russa, anche se l’etnia ucraina restava maggioritaria (circa il 58% nel 2001).
Questa russificazione, unita alla nostalgia per il sistema economico sovietico e all’opposizione ai movimenti filo-occidentali di Kyiv, ha creato un terreno fertile per i sentimenti filo-russi. A partire dal 2014, la Russia ha sfruttato queste divisioni per armare e sostenere i separatisti, dando il via a otto anni di “guerra invisibile” che hanno portato alla creazione delle autoproclamate repubbliche popolari (DPR e LPR).
Oggi, la proposta di Trump di “stop at the lines where they are” significa accettare che l’Ucraina ceda il bottino di guerra alla Russia. Questo legittimerebbe la modifica dei confini di uno Stato sovrano e ricompenserebbe Mosca per la sua aggressione, ignorando il principio che “l’Ucraina non garantirà mai ai terroristi alcun bottino per i loro crimini,” come ribadito da Zelenskyy sui social media. L’imminente incontro tra Trump e Putin a Budapest solleva il timore che una soluzione imposta dall’esterno possa prevalere sulla determinazione ucraina di ripristinare la propria integrità territoriale.
La proposta di Trump di “smettere di combattere, smettere di uccidere persone” alla linea di battaglia è cinica e pragmatica: disconosce il principio fondamentale della sovranità territoriale in nome di un cessate il fuoco immediato, legittimando di fatto l’aggressione. In un’intervista registrata prima degli incontri, ma andata in onda solo domenica, Trump aveva già anticipato questa visione, affermando che Putin “prenderà qualcosa”.
L’episodio evidenzia una preoccupante dinamica: la diplomazia USA, apparentemente influenzata dal colloquio con Putin e dai suggerimenti del suo inviato speciale Steve Witkoff, sta apertamente esercitando pressioni sull’alleato aggredito affinché accetti le perdite territoriali. L’incontro tra Trump e Putin, previsto a Budapest, appare ora come il preludio a una potenziale “soluzione” imposta, che tradirebbe la promessa occidentale di sostenere l’Ucraina fino al pieno ripristino dei suoi confini.
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