Pnrr, ovvero piano nazionale di ripresa e resilienza, quindi denaro sonante per la precisione più di 191 miliardi da poter spendere ed usufruire a patto che.
A patto che il governo riesca a tradurre tutto ciò in investimenti attraverso progetti e idee tenendo presente che il famoso piano non è roba da ridere avendo una struttura fisica tanto per comprendere fatta da un blocco di allegati e documenti dei più svariati che, messi bene uno sopra l’altro raggiungono un’altezza di ben 23 cm.
Da far paura, pagine su pagine con linguaggi da decodificare con emendamenti e misure per dare impulso a strategie economiche strutturali.
Ricordiamo che questo piano trae la sua genesi dalla pandemia e fu introdotto dall’Unione Europea al fine di risanare le perdite e che gli assi strategici ambientali e digitali veicolano la destinazione delle risorse: secondo le direttive europee almeno il 37% della dotazione complessiva dev’essere indirizzata, sospinta, alla mitigazione del cambiamento climatico a almeno il 20 % alla transizione digitale.
Orbene, questi fondi sono in buona parte destinati alle imprese. Possono quindi confluire nelle casse delle Pmi, che per inteso rappresentano la quota più alta del sistema produttivo italiano.
Questo il piccolo affresco discretamente esaustivo per poter comprendere di cosa stiamo parlando, tenendo presente che ci sono scadenze da rispettare, a cadenza trimestrale fino al 2026.
Ora si dirà, i soldi ci sono e basta spenderli. E qui l’agone politico si infiamma con richieste di posticipo e neanche tanto velate posizioni che inducono a tirare la volata a chi afferma che si può anche rinunciare a qualche milione.
Il che tradotto in soldoni, ed è questa l’ultimissima piega narrativa del governo, valutare la possibilità di rinunciare a parte del Pnrr, se non dovessimo trovarci pronti ad investire in progetti necessari, evitando sprechi e alleggerendo l’indebitamento .
In “fondo“ non regala niente nessuno.
Photo Credit by : Datalog
Instacult di Mauro Lama
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