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“Abbiamo bisogno di leadership, di visione per costruire la pace”, secondo Pizzaballa

3 minuti di lettura

“Avrei evitato un confronto così diretto, soprattutto pensando alla gente di Gaza” perché “non porta nulla alla gente di Gaza, ecco non cambia la situazione a Gaza decisamente. Ecco detto questo spero che tutto si concluda nel modo più pacifico possibile e che si possa tornare a parlare meno della Flotilla col dovuto rispetto per loro per le loro buone intenzioni sia ben chiaro. E più su quello che sta accadendo a Gaza”. Lo ha detto il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, intervistato da Mario Calabresi nella nuova puntata del podcast “Vivavoce” di Chora Media. Si legge in un dispaccio dell’agenzia Ansa del 2 ottobre.

Il risveglio delle coscienze. Il cardinale ha espresso sollievo per l’incolumità degli equipaggi della Global Sumud Flotilla, il cui merito è stato comunque quello di risvegliare le coscienze dell’opinione pubblica sulla grave situazione di Gaza. “Ho l’impressione – ha dichiarato il cardinale – che il dramma di Gaza abbia tirato fuori una coscienza di dignità che giaceva inespressa nella coscienza comune. Adesso è venuta fuori, ha risvegliato qualcosa, anche indignazione. Vedo tanta partecipazione e questo è un aspetto positivo”. Riporta una nota dell’Agenzia Nova/Vatican News. Purtroppo però la situazione a Gaza non è cambiata. Infatti, spiega Pizzaballa “le immagini che arrivano fanno solo parzialmente giustizia della situazione che si sta vivendo. La distruzione immane, oltre l’80 per cento delle infrastrutture sono distrutte. Ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno dovuto spostarsi e sfollare anche sette volte in questi due anni con tutta la famiglia”. L’esistenza delle persone è devastata.

Senza ospedali e cibo. La quasi totalità degli ospedali è devastata e di conseguenza manca l’assistenza, non soltanto verso feriti e mutilati, ma nei confronti di coloro che non possono ricevere cure ordinarie, come i dializzati o i malati oncologici. Per i più giovani, spiega il patriarca, “questo è ormai il terzo anno senza scuola”. Risulta “molto difficile parlare di speranza se non dai educazione”. Riporta sempre l’Agenzia Nova/Vatican News dall’intervista rilasciata dal Cardinale Pizzaballa a Mario Calabresi, direttore di “Chora Media”. E poi c’è la fame: “Una fame reale. Mancano frutta, verdura, carne, che significa mancanza di vitamine e proteine. Insomma, è un disastro totale e i confini sono chiusi ermeticamente”.

La parrocchia di Gaza. Una situazione condivisa dalla 500 persone della comunità parrocchiale di Gaza, composta da malati, disabili e anziani, oltre che de religiosi e religiose. Tutte persone che non possono andare via da lì semplicemente perché non potrebbero sopravvivere agli spostamenti” e se loro restano lì anche i nostri sacerdoti e le nostre suore restano lì, e così anche il resto della comunità, quindi non è una scelta politica”, spiega Pizzaballa. “Ma mi piace vedere questa chiesa che decide di restare lì, come luogo di presenza attiva, pacifica, che non ha paura”.

La lunga strada per la pace. Certo la guerra finirà ma la strada per la pace sarà lunga. La domanda più importante che il Cardinale pone sul tavolo “è cosa accadrà dopo” perché appunto “la fine di questa guerra non sembra significare la pace”, non corrisponde alla “fine del conflitto” che durerà “ancora molto tempo”, dato che “le cause profonde di questa guerra non sono ancora state prese in considerazione e l’odio, il disprezzo, il rancore che questa guerra ha causato dentro le due popolazioni, israeliana e palestinese, avranno strascichi ancora per molto tempo”. Quando arriverà sarà una pace apparente, una delle facce del conflitto che rimarrà in corso per molto tempo con il rischio che torni ad essere guerra armata e distruttiva. Troppe ferite aperte da quel 7 ottobre: la questione degli ostaggi ha traumatizzato la società israeliana.

La pace possibile. Parlare di una possibile convivenza tra i due popoli in questo momento, spiega il cardinale Pizzaballa nel prosieguo dell’intervista, non è possibile, non sarebbe compresa. Bisognerà prima affrontare un lungo percorso che riconosca anche le colpe reciproche e che crei i presupposti del perdono. “Questo però non significa che non ci siano persone che lavorano alla costruzione della pace”. Esse rappresentano “una realtà importante, perché quando bisognerà ricostruire, quelle persone saranno necessarie. Avremo bisogno di persone che abbiano ancora coraggio di pensare in maniera diversa, fuori dal coro e fuori dalla corrente dentro la quale siamo avviati. Credo sia possibile, ma abbiamo bisogno di leadership, di visione, qualcuno che abbia il coraggio di interpretare questo desiderio”, ha concluso il Cardinale.

Il Cardinale Pizzaballa nella parrocchia di Gaza (foto agenzia R. Siciliani)

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