È un modo di dire per accostare in senso causale due fattori che tra loro non hanno alcun rapporto. Questa operazione è ben nota ai politici, che la applicano quotidianamente per attaccare o difendere le proprie posizioni, canalizzando a comando il dissenso o il consenso.
Eppure, fare politica è un’arte difficile che richiede qualità eccezionali. È un’arte che, quando ha successo, viene premiata, ma resta un mestiere rischioso, precario, limitato nel tempo e nello spazio. Soprattutto, richiede sacrifici personali enormi.
La visibilità, specchio deformante e indispensabile, costringe a rinunciare alla riservatezza. Il politico non ha diritto a zone d’ombra, né alla vita privata: non c’è famiglia né vacanza che tenga, e gli si rimproverano le idee così come gli aspetti più intimi.
In questo gioco irriverente, il pubblico si erge a difensore di principi etici inflessibili. Al politico si chiede l’onestà assoluta del sacrificio per il bene comune; una pretesa che il comune cittadino non rivolge a se stesso, libero com’è di coltivare i propri interessi anche a scapito della comunità, o di ignorare gli standard etici pur di godere della propria libertà.
Esiste, però, una zona franca che accomuna il leader e l’individuo qualunque: nessuno dei due è obbligato a dire la verità. Il politico per difendere la sua posizione; il cittadino per difendere se stesso.
Il grave fatto avvenuto a Modena è la tragica dimostrazione di come gli aspetti emotivi immediati della gente comune non vengano bilanciati dalla giusta distanza che chi fa politica dovrebbe conservare.
Da una parte, innocenti che passeggiano ignari in un tranquillo pomeriggio di festa in centro; dall’altra, un giovane di trent’anni, descritto come malato e confuso, ma che i fatti mostrano carico di odio e rabbia. Una rabbia figlia di una normalità cui vorrebbe aspirare e che non riesce a realizzare.
“Gli altri sono felici, io no. Io sono condannato alla marginalità e al rifiuto.”
È il dramma del fallimento percepito nonostante i sacrifici per ottenere un titolo di studio, lo scontro frontale con una società che fatica ad accettare la diversità.
Davanti a questo scenario, la reazione della politica è stata immediata e prevedibile. Si è parlato subito di follia, di schizofrenia, e si sono invocate le pene più severe. I partiti hanno immediatamente sequestrato la tragedia per alimentare i propri posizionamenti: da un lato chi attribuisce la colpa a un’integrazione cercata “ad ogni costo”, dall’altro chi invoca filtri sempre più stringenti ed escludenti.
Ma per capire ciò che è successo non basta rifugiarsi dietro il comodo muro della pazzia. Anche nella follia più inspiegabile esiste un fondo di comprensibilità.
Questo dramma riporta alla mente il caso di quell’ex ufficiale dell’esercito che, dalla finestra di casa, iniziò a sparare sui passanti seminando panico e morte. È la rabbia che esplode quando ci si ritrova impotenti di fronte all’indifferenza e all’intolleranza.
Quando qualunque azione intrapresa urta contro un diniego, contro una giustificazione al rifiuto che, se costante e apparentemente legittima, svuota l’individuo di ogni strategia di autocontrollo e speranza, la tensione cresce fino al punto di rottura.
Finché c’è una via di fuga, l’essere umano resiste. Quando tutte le porte sono sbarrate, non resterebbe che fermarsi e attendere. Ma se sopravviene la disperazione profonda, l’unica via d’uscita rimasta viene infranta con la violenza.
A quel punto, le domande restano sospese nel vuoto. Chi ripagherà le vittime e i loro cari del dolore subìto? Non sarà certo un giudizio secondo legge a restituire il senso.
E chi — e come — farà comprendere all’autore di un simile disastro che potevano esserci altre risposte ai suoi fallimenti?
È esattamente qui che la politica dovrebbe cambiare passo. Invece di cavalcare l’onda emotiva, dovrebbe aiutare i cittadini a riflettere sulle responsabilità comuni. Perché la responsabilità resta sempre collettiva, sia nel bene che nel male.
Nessun governo potrà mai rendere ragione se oggi piove o domani farà bel tempo, e non è questo che ci si attende da una politica intelligente.
Non abbiamo bisogno che i politici si abbandonino al fatalismo dell’atto folle, né che lo usino come termometro per esasperare opinioni contrastanti destinate a non trovare mai una sintesi.
Dal politico non ci si aspetta la forzatura dell’antitesi. Ci si aspetta una sintesi ragionata. L’unica capace di ricostruire, dalla brutalità della cronaca, quel senso di comunità ed equilibrio che la violenza ha tragicamente interrotto.
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