Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, con la sua collezione unica in Europa di locomotive e carrozze storiche, è il luogo dove è custodita una parte importante della storia dello sviluppo industriale italiano. Il museo infatti trova sede negli edifici delle ex officine borboniche, dove furono montate le prime locomotive italiane
NAPOLI. Pietrarsa, però, non è soltanto un luogo di conservazione, ma anche di scoperta, con un percorso di visita interattivo e coinvolgente, come nel caso del Viaggio Virtuale della mitica Bayard, che è un’attrazione multimediale in realtà aumentata, che riporta in vita la prima locomotiva d’Italia. La proiezione racconta infatti la nascita e il funzionamento di una locomotiva a vapore, nonché la nascita della prima linea ferroviaria italiana: la Napoli-Portici.
In questo luogo è nata la storia delle ferrovie italiane e la sua sede espositiva è unica nel panorama nazionale, tra i più affascinanti musei ferroviari d’Europa ubicato, tra Napoli e Portici, proprio sul primo tratto di ferrovia costruito nella Penisola.
Adagiato tra il mare e il Vesuvio, con una spettacolare vista sul Golfo di Napoli, il sito rappresenta un unicum in Italia sia per la ricchezza dei materiali conservati, sia per il fascino della sede. Si estende su un’area di 36.000 metri quadrati, di cui una parte è occupata da un meraviglioso giardino botanico con piante proveniente da tutto il mondo.
La collezione presente nel museo si compone di oltre 55 rotabili storici collocati negli antichi padiglioni dell’opificio borbonico che, un tempo, ospitavano i reparti specializzati nelle varie lavorazioni del ciclo produttivo.
La visita perciò consente di effettuare un suggestivo viaggio nel tempo fino a giungere a tempi più recenti.
Ma quando inizia la storia delle ferrovie italiane?
Il 3 ottobre 1839 nel Regno delle Due Sicilie veniva inaugurata la prima strada ferrata d’Italia. Era lunga 7.411 metri e congiungeva Napoli a Portici, sulla stessa direttrice della linea Napoli-Salerno, che oggi costeggia l’area del Museo. Il tragitto fu percorso in 11 minuti da due convogli progettati dall’ingegnere Armand Bayard de la Vingtrie, su prototipo dell’inglese George Stephenson e con la locomotiva “Vesuvio” costruita dalla Longridge in Inghilterra.
In pochi decenni lo sviluppo delle macchine a vapore e delle ferrovie in generale rese rapidi e confortevoli i viaggi, nonché il trasporto di merci anche su lunghe distanze. Fu durante la rivoluzione industriale che vennero eseguiti i primi tentativi di applicazione della forza del vapore a dispositivi in grado di trainare veicoli. Questi tentativi segnano l’atto di nascita della locomotiva a vapore e il momento in cui la forza meccanica cominciò a sostituire quella degli animali nei lavori pesanti. La prima locomotiva che può però definirsi moderna fu la Rocket ideata nel 1829 da George Stephenson in collaborazione con il figlio Robert.
La costruzione delle locomotive a vapore è proseguita senza interruzione fino alla seconda metà del XX secolo, con una continua evoluzione nelle dimensioni e nelle potenze. Ad ogni modo, si evidenziava sempre più la necessità di sostituire il motore a vapore con uno di altro genere che permettesse una sostanziale riduzione dei costi di esercizio. La soluzione venne trovata nell’utilizzo di motori elettrici già verso la fine del secolo XIX, mentre per l’utilizzo dei motori termici si dovette attendere il raggiungimento di affidabilità e di prestazioni migliori e al contempo meno onerose in termini di gestione e quindi oltre il primo decennio del XX secolo.
Negli anni venti fu commissionato alla Fiat un nuovo treno per i viaggi del re e della sua famiglia, che doveva essere dotato delle più moderne tecnologie disponibili. Consegnato nel 1929, il nuovo treno reale disponeva di tre carrozze, una per la regina, una per il re (perduta nel secondo conflitto mondiale) e la sala da pranzo.
Con la fine della monarchia, vennero apportate alcune modifiche alle decorazioni, eliminando i riferimenti alla Casa reale e al regime fascista.
Nacque così il nuovo treno presidenziale, consegnato nel 1948. Aveva in composizione la vettura salone 1, già appartamento della regina, cui furono aggiunte altre tre nuove carrozze e, in seguito, il fastoso salone 10, la vettura sala da pranzo del treno reale, oggi conservato a Pietrarsa.
Ma la gente comune come ha utilizzato il treno?
Un tempo le automobili erano privilegio di pochi e il treno era l’unico mezzo di trasporto per attraversare il Paese. Prima dell’avvento delle “Littorine” vi erano i treni in cui si veniva avvolti dal vapore della locomotiva, quelli delle panche di legno e delle carrozze sovraffollate, le mitiche “Terrazzini” e “Centoporte”.
Le littorine nacquero negli anni ’30 in occasione dell’inaugurazione della nuova stazione di “Littoria” (oggi Latina). Le prime automotrici furono costruite dalla Fiat la quale le progettò con forme arrotondate, una carenatura bassa e dei parafanghi bombati. Il frontale era arrotondato e aerodinamico: su di esso era presente il radiatore. Le ampie finestre davano luce all’interno dove le sedute erano imbottite, vi erano delle piccole bagagliere, ed erano illuminate con lampade fluorescenti.
Ma il museo di Pietrarsa non finisce di stupire.
Per la gioia di grandi e piccini nella “Cattedrale”, così chiamata per la sua struttura con archi a sesto acuto, vi è esposto il plastico “trecentotreni”. Ha un’estensione di circa 40mq e rappresenta le stazioni di Firenze Santa Maria novella e Bologna Centrale, da cui si diramano dei binari che giungono fino ad un’area collinare. Un tempo era ubicato nella stazione di Roma Termini: oggi, completato il restauro, è perfettamente funzionante ed arrichisce gli spazi espositivi del museo.
La Fondazione FS italiane inoltre è il custode e gestore del grande patrimonio storico delle Ferrovie italiane: costituita il 6 marzo 2013 riunisce sotto la sua tutela un parco di rotabili storici composto da 400 mezzi, i fondi archivistici e bibliotecari, i musei di Pietrarsa e Trieste Campo Marzio e le linee ferroviarie un tempo sospese, oggi recuperate ad una nuova vocazione turistica con il progetto «Binari senza Tempo».
Visitare il museo di Pietrarsa è senz’altro un viaggio nel tempo, ma anche un esempio di orgoglio italiano, che anche Alberto Angela, nelle sue trasmissioni divulgative ha citato e visitato più volte.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui






